Italiani, brava gente (non solo il film)

Raffaele Pisu e Riccardo Cucciolla in una drammatica scena del film

Con il passare del tempo sempre più spesso mi capita di ripensare a tutta la gente scesa dal treno della vita sul quale mi trovo e constato che ormai per molti di loro, come dice Vasco, si è trattato dell’ultima stazione. Così, forse per reazione ad un mondo che sempre più tende ad occultare la memoria a favore della reiterazione dell’oblio culturale, ho sentito la necessità di scavare, come un archeologo, nella mia memoria personale e familiare, cercando di ricordarmi com’era il mondo quando, bambino, salii su questo treno, dove tutto sembrava nuovo ed eterno.

Credo di essere riuscito a risalire fino all’età di quattro, forse tre anni. Ad esempio, tra i “reperti” c’è una presumibile domenica mattina soleggiata in sella ad un triciclo di metallo rosso, assieme al mio papà ed un pomeriggio, un po’ grigio, mentre attraverso la strada davanti casa, tenuto per mano dalla mia mamma per andare a fare la spesa nei negozi di vicinato. Il meccanismo tramite il quale si fissano i ricordi è descritto nel film, cartone animato per bambini sulle emozioni, intitolato “Inside out”: tramite i sensi, certe sensazioni si imprimono dentro di noi prima ancora che si abbia coscienza di se. Senza rendercene conto, rimarranno indelebili per tutta la vita.

Poi ho cercato di ricordare i racconti che ascoltavo in casa: dai nonni, dai prozii e dagli zii. Il nonno paterno, emigrò con la famiglia (prima che mio padre nascesse) da Palermo a Torino, alla fine degli anni ‘20, in piena era fascista, mentre quello materno venne a Torino da Modena, nel dopoguerra. Grazie alla mia famiglia ho avuto testimonianze dirette di quello che accadde prima, durante e dopo la guerra. Per esempio la permanenza dei tedeschi in Emilia, lungo la cosiddetta linea gotica, la partecipazione di alcuni zii alla lotta partigiana in Piemonte, la perdita di uno zio militare in nord Africa e il rocambolesco rimpatrio di un altro paio di zii militari dai Balcani, dopo l’armistizio di Badoglio.

Combinazione, sto leggendo l’ultimo libro di Carlo Verdone, “La carezza della memoria”, che trovo affascinante per come tratta il ricordo, usando lo stesso garbo e la stessa simpatia delle sue commedie cinematografiche. E non è tanto il suo talento artistico e la sua capacità di lettura degli episodi che racconta, che gli invidio, ma i dettagli e le sfumature che non ha dimenticato e che, come lui stesso dice, sono stati la base dei soggetti sui quali ha costruito la sua carriera di attore. A me, purtroppo, restano le sensazioni, le emozioni, l’insegnamento che ne ho tratto, ma non i dettagli ed i particolari, se non in rari casi.

Inizialmente per caso, mi sono reso conto che però esisteva un modo per provare a recuperare un po’ di quella memoria perduta: certi film, che elenco in una nota in fondo, appartenenti al filone neorealista, in voga sin dal primissimo dopoguerra, i quali mostrano – con lo sfondo della storia drammatica della prima e della seconda guerra mondiale, i sentimenti, le emozioni e la cultura della ancora giovane società italiana, attraverso la rappresentazione della vita e della gente comune. Sono film che vale la pena suggerire, sempre citati dai critici e famosi per il titolo, ma forse visti ormai da pochi. Che dire: me ne sono innamorato, perché ci ho ritrovato le sensazioni dei racconti, per me al tempo oscuri, che ascoltavo da piccolo e mi sono emozionato moltissimo vedendo scene di vita quotidiana che rispecchiavano fedelmente i racconti dei miei nonni e dei miei genitori di quando erano piccoli: il papà a portare cibo ai fratelli partigiani, nascosti in montagna e la mamma a giocare nell’aia con i soldati tedeschi di 17 anni, poco più grandi di lei.

Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Anna Magnani, Aldo Fabrizi, Raffaele Pisu e tanti altri, ci hanno rappresentato meravigliosamente, nel bene, nel male ed anche nel nostro peggio. Nonostante una lettura politica sia possibile, penso non fosse quello lo scopo dei registi, bensì il dare voce al popolo, ovvero a noi. Forse non si rendevano conto di quello che ci avrebbero lasciato: altro che “Salvate il soldato Ryan”, film cult meraviglioso e tecnicamente perfetto. Guardando questi film, ci sei e ci stai dentro, perché il protagonista sei tu con il tuo DNA e le tue origini. Come la politica, anche la retorica, che ogni racconto datato deve avere, rispetto al contesto che lo caratterizza, diventa secondaria: bisogna invece essere obiettivi e critici, guardarsi allo specchio, non pensando di essere figli di altro, ma della storia. Anzi, di quella storia e – a quel punto – rendersi conto di quanto ognuno di noi ci sia dentro suo malgrado, perché non è retorica – invece – affermare che la storia siamo noi, anche come semplici individui e cittadini. Ed è in questo passaggio, che si scopre o si ritrova, se vogliamo, la nostra identità culturale ed il senso di appartenenza alla nostra comunità. Senso – da non confondere col populismo ed il nazionalismo – come fenomeno naturale che garantisce a noi, alla nostra cultura ed alla nostra progenie, un significato alla vita, se non – almeno – alla sopravvivenza. Nonostante tutto.

I film che ho visto sono:

  • Roma città aperta (R. Rossellini) del 1945,
  • Paisà (R. Rossellini) del 1946,
  • Germania anno zero (R. Rossellini) del 1948,
  • Le quattro giornate di Napoli (N. Loy) del 1956,
  • La grande guerra (M. Monicelli) del 1959,
  • Tutti a casa (L. Comencini) del 1961,
  • Il federale (L. Salce) del 1961,
  • Italiani brava gente (G. De Santis) del 1964.

Non temere, non c’è niente da temere…

Da più parti ed a più livelli si rivendicano libertà che ci vengono sottratte o negate, con lo scopo di opprimere il popolo con una dittatura. Si denunciano poteri occulti, economici o politici, che condizionano e orientano il comportamento dei cittadini e consumatori. Continui, poi, sono i richiami alla violazione della riservatezza dei dati e delle informazioni personali, allo scopo di lucrare con tecniche commerciali scorrette.

No, non pensiate, che io viva su un altro pianeta. Anzi, credo che queste cose siano vere: a tal punto da sentirmi “deflorato” tutti i giorni, per 24 ore, da queste informi entità, che possiamo chiamare, se ci piace, Grande Fratello, come immaginato dallo scrittore George Orwell, nel suo romanzo “1984”. Quindi, il problema esiste e, ad alto livello, i governi (che noi eleggiamo) devono occuparsi di regolamentare la questione. Per il resto, il 1984 l’abbiamo passato da un pezzo e le cose non vanno proprio come nel film. Dai, a ben pensarci – da sempre – ogni forma di potere si è servita della comunicazione, in varie forme – non sempre lecite – con lo scopo di influenzare i comportamenti degli individui (sudditi) a proprio vantaggio. Normale, fisiologico.

Per non mettervi troppa ansia,cercherò di tranquillizzarvi prendendo a prestito un vecchio adagio di un cantante e cabarettista sardo, che pochi ricorderanno. Parlo di tale Benito Urgu, il quale facendo il verso ad un certo filone musicale, sviluppatosi negli anni ‘70, all’indomani della cosiddetta liberazione sessuale, giunto al momento topico rassicurava la partner – ricorrendo in realtà ad uno stereotipo maschilista – dicendo: “Non temere, non c’è niente da temere”.

Il tema, direi, fa proprio scopa col concetto di “deflorazione” continua e quotidiana del nostro privato. Insomma, invece di dare la caccia alle streghe, che in realtà sono uomini – di tanto profitto e poco scrupolo – in carne ed ossa – bisognerebbe investire nella educazione digitale, fornendo a ogni individuo coscienza, conoscenza e capacità critica, per meglio difendere il proprio privato. Questo mi pare un buon antidoto, quindi: “Siii… dai… profilateci!” L’importante è che lo facciate secondo regole corrette, così che possa davvero aiutarci a compiere la scelta migliore di un acquisto o di un servizio.

Insomma, io non sono assillato da sta cosa, invece mi arrabbio davvero tanto, ad esempio, quando la pubblica amministrazione o le società di servizi, fanno finta di non conoscere i miei dati e le mie informazioni, chiedendomele ogni volta. E, dopo che mi sono dovuto sbattere per recuperarle e consegnarle o girarle tra due apparati che non si parlano, le medesime “entità” dimostrano di conoscerle molto bene, bocciando – a ragione – le mie richieste. E, cazzo, allora non chiedetemi le cose cento volte, se le sapete già! Mavaffanculo, va…

Tra cacche di cane e botti di capodanno

Sarà capitato anche a voi di imbattervi nella discussione che vede schierata da un lato la fazione dei padroni di cani e dall’altro quella dei fautori dei botti di capodanno.

Le cacche di cane sui marciapiedi sono un palese segno di maleducazione da parte dei padroni dei cani che non le raccolgono. Un atto di inciviltà, al pari di quelli commessi da chi getta cicche, carte, bottiglie, lattine di birra, ecc. Quindi, il problema non sono i padroni dei cani, ma gli sporcaccioni, tutti. Lapalissiano.

I botti sono, innanzitutto, pericolosi. Certo, se sono professionali, sono spettacolari, non lo metto in dubbio, ma non trovano alcuna giustificazione di tipo razionale, tanto più che in questa epoca di revisionismo del costume e della cultura, sono anacronistici ed antagonisti rispetto alla giusta e legittima sensibilità ambientale odierna. Lapalissiano.

Quindi:

  • Raccogliere gli escrementi del cane è un dovere civico.
  • Vivere in luoghi puliti fra gente educata è un diritto.
  • Rinunciare ai botti è un atto di sensibilità verso gli animali e quindi l’ambiente, di cui essi fanno parte.

In questi tre concetti, espressi in positivo, il mio pensiero. Invece… Davvero c’è chi non riesce a trovare gratificazione nel rispettarli? Davvero c’è chi preferisce essere egoista e scaricare un proprio dovere sulla comunità o infischiarsene per un futile piacere? Davvero così tante persone non riescono a vedere oltre se stessi e a sentirsi parte della comunità? Nemmeno per le cose più semplici. Vorrei non crederci, ma purtroppo è così. Una razza così ha il destino segnato.

La solitudine del (numero) primo

“La tocca per Diego, ecco, ce l’ha Maradona. Lo marcano in due, tocca la palla Maradona, avanza sulla destra il genio del calcio mondiale. Può toccarla per Burruchaga… sempre Maradona… genio, genio, genio… c’è, c’è, c’è… goooooooooool… voglio piangere… Dio Santo, viva il calcio… golaaaaaazooo… Diegooooooool… Maradona… c’è da piangere, scusatemi.. Maradona in una corsa memorabile, la giocata migliore di tutti i tempi… aquilone cosmico.. Da che pianeta sei venuto? Per lasciare lungo la strada così tanti inglesi? Perché il Paese sia un pugno chiuso che esulta per l’Argentina… Argentina 2, Inghilterra 0… Diegol, Diegol, Diego Armando Maradona… Grazie, Dio, per il calcio, per Maradona, per queste lacrime, per questo Argentina 2, Inghilterra 0.”

Inizia così questo post sul talento, il mito e l’astuzia di Diego Armando Maradona fuoriclasse del calcio: con la trascrizione della telecronaca di Victor Hugo Morales, detto “il cronista di Maradona”, il più grande calciatore della storia, che in quella partita si prese una rivincita sugli inglesi, riscattando l’intera Argentina, per la sconfitta subita nella guerra delle Malvinas. Prima segnando con astuzia un gol con la mano (fallo non visto dall’arbitro), poi umiliando gli avversari con uno slalom irresistibile, a compimento di un melodramma, che meglio non si poteva rappresentare.

Il mito, al di fuori delle leggende, è quello che si crea quando l’eroe incarna un sogno ed un bisogno collettivo. L’astuzia è, quasi sempre, una prerogativa imprescindibile dell’eroe vincente. Nel film “Io sono Francesco Totti” – un altro fuoriclasse – anche l’ex calciatore della Roma parla dell’astuzia nel calcio, definendola una qualità indispensabile per diventare un campione. Chiunque abbia giocato a calcio lo sa, e lo dice uno che procurò un rigore inesistente, che valse la finale, poi vinta, alla sua squadra. Ma l’astuzia è una prerogativa che si trova in bilico tra due pessime qualità: la malafede e la cattiveria. A seconda di come si interpreta la questione, si può perfino cambiare il giudizio sulla storia, se non, addirittura, il suo corso. La VAR, a questo proposito, modificando l’esito di certe partite ed episodi, ci avrebbe privato di tanta storia del calcio che amiamo, diventata poi leggenda, come in questo caso.

Tornando all’eroe, possiamo dire che è vittima della storia, perché alla storia appartiene. Sarà poi il caso a decidere da quale parte l’eroe sarà schierato: in comune alle due fatalità, ci sarà sempre e solo il suo credo sincero, l’identificarsi nel suo popolo. Anche questo ci fa capire Totti, nel suo film documentario. Eroe e popolo si legittimano vicendevolmente, l’uno non potrebbe fare a meno dell’altro. Per questo la sopravvivenza dell’eroe si fa difficile quando viene a mancare il favore e l’aiuto degli dei (show business e media), se lui non sa togliersi l’armatura e vivere da uomo normale. Il popolo dimentica in fretta e cerca, indotto dagli auspici degli stregoni (i politici, i giornalisti, la delinquenza organizzata), un nuovo eroe da osannare e che gli dia una ragion d’essere, purché non pensi – singolarmente – con la propria testa.

Da avversario sportivo, ma amante dell’umanità (intesa come qualità), non giudico Maradona, lo ricordo e lo amo per l’emozione che mi hanno dato le sue gesta: su tutte quella di Argentina – Inghilterra, anche se quella guerra, che ne è il presupposto per il melodramma, voluta dal regime per salvare la dittatura argentina, era sbagliata. Ma quello non era certo colpa sua. Di lui amo la purezza, la bellezza estetica e l’arte di accarezzare il pallone, che lo portarono a compiere quei gesti.

Diego Armando Maradona, mito ed eroe vincente per la gente, ma perdente per se stesso, come uomo normale, senza armatura. Un uomo che ha dato senza ricevere nulla umanamente, a causa della sua debolezza culturale e caratteriale. Lo dico, con tristezza ed amarezza, perché penso sia così, senza voler fare retorica o morale, perché alla fine della sua vita, è rimasto circondato da una corte cattiva di parassiti e sciacalli. Persone che lo hanno lasciato – se non indotto – a morire solo, lui, El Pibe de Oro, Lui che era stato il primo.

Lobotom

Foto tratta dal sito https://it.dreamstime.com/illustrazione-di-stock-robot-frankenstein-minaccia-di-intelligenza-artificiale-image94261893

Nelle serate di Champions i trasfertisti, soli e lontani da casa, si radunano per celebrare il rito della partita di calcio in compagnia. Il ritrovo è sempre un po’ prima dell’evento, per avere il tempo di cucinare e cenare, in modo da essere tranquilli al fischio d’inizio. Il gruppo si compone più o meno sempre dei soliti noti: il Pepe, il Papi, l’Usignolo Calabro, lo Gnomo e l’ormai ex Educatore Calcistico.

Durante la funzione sono ammessi solo commenti ed imprecazioni sullo svolgimento della partita e soprattutto, in caso di gol della propria squadra, l’abbandono al delirio più sfrenato. Se, invece, le cose vanno male, si scatena l’insulto ai gufi di turno, che spesso sono proprio quelli che il calcio non lo seguono.

Indipendentemente dall’esito, verso la fine della gara – per festeggiare o consolarsi – esce l’immancabile bottiglia di Sambuca, che sarà poco dopo accompagnata da un bel sigaro aromatizzato fumato in terrazza, tra le chiacchiere, prima di andare a dormire.

E’ fondamentale, nelle serate di Champions, escogitare stratagemmi per anticipare la telefonata da casa, allo scopo di scongiurare il fatto di essere disturbati durante l’incontro. L’abilità di ognuno sta nel non far capire all’interlocutrice che la chiamata è partita proprio per evitare di essere disturbati e non per lo smodato desiderio di sentirla. Per questi aspetti, la vita del trasfertista pare quella di un gruppo di carbonari perseguitati dal regime, costretti a nascondere la propria indole libertaria.

Solo il Pepe pare non avere timore della incursione poliziesca; nonostante ciò lui è anche uno dei più attivi nell’organizzazione e dei più vivaci nei commenti e nel tifo. Ma ha una particolarità unica. Una configurazione cerebrale che rappresenta l’anteprima dell’avvento dell’intelligenza artificiale, direttamente all’interno del cervello umano, tramite l’interconnessione con i neuroni.

Studi approfonditi condotti dall’Usignolo Calabro, tramite rigorosa osservazione scientifica e minuziosa raccolta di appunti, hanno portato alla spiegazione del fenomeno. In pratica si tratta della capacità di cedere il controllo ad una evolutissima unità centrale virtuale, che funziona come un pilota automatico.

Facciamo l’esempio. Potremmo tranquillamente essere nel momento in cui lui sta sfiziosamente marinando la carne per la grigliata, preparando un complesso condimento (in cucina se la cava bene) o addirittura al momento del calcio di rigore decisivo, che, ecco, improvvisamente irrompe la chiamata della consorte.

Lui, che viaggia tutta la sera con gli auricolari bluetooth infilati nelle orecchie, lo annuncia con un perentorio quanto odioso: “Sss…”, accompagnato dal gesto imbonitore di una mano, mentre l’altra abbassa il volume della televisione, costringendo gli altri a guardare la partita senza telecronaca… che è un po’ come trombare senza che la partner emetta almeno un sospiro di compiacimento, e che diamine!

A quel punto se vi avvicinaste ai display microscopici inseriti nelle sue pupille, potreste osservare che scorre una serie di messaggi diagnostici, i quali descrivono quanto sta accadendo alla sua unità centrale. Definirla cervello, a tal punto, sarebbe riduttivo.

– Disconnessione lobo destro da sinistro. Attivazione timer risposte lobo destro a cadenza voce moglie. Commutazione lobo destro a modalità “ZERBINO”. Attivazione risposte preimpostate tipo: “Sì, amore. Sì, cara.” “Ah (con finto stupore), dimmi. “Ah, davvero?” “Hai ragione.” –

Contemporaneamente il lobo sinistro va in modalità “automatica”, per continuare a fare quello che stava facendo prima della telefonata della moglie: guardare la partita con gli amici con inclusi i commenti gestuali, cucinare, guardare belle fighe che arrivano da altri amici su whatsapp e così via.

Prima della fine del backup dati moglie, mentre per tutti gli altri già si sarebbe esaurito lo spazio di memoria dell’hard-disk residente nei coglioni ormai strapieni, a lui riesce ancora il passaggio dalla modalità Zerbino a quella Ufficiale e Gentiluomo, dove entrambi i lobi lavorano all’unisono per organizzare attività di coppia che stupiscano la consorte, tipo: cene, viaggi, etc.. Modalità, questa, che è la più controversa e per la quale gli astanti si dibattono, tra sentimenti contraddittori di irritazione e vomito da un lato e di ammirazione e invidia dall’altro.

Come sarà confermato, in maniera più approfondita, dallo studio dell’Usignolo Calabro, che vedrà pubblicato il suo articolo sulla prestigiosa rivista americana Science, si tratta di una nuova mutazione di tipo “psicoinformatico”, la quale riproduce gli stessi effetti della pratica chirurgica della lobotomia – ma senza averne l’invasività – e che consiste nel simulare la recisione delle connessioni della corteccia prefrontale dell’encefalo, il cui risultato è il cambiamento radicale della personalità. Insomma, non più un impressionante intervento chirurgico al cervello, ma una forma di intelligenza artificiale innestata nel cervello di questa nuova creatura, a cui abbiamo affibbiato il nome di Lobotom.

Uno su Mille(lire) ce la fa

“La ragazza di Via Millelire” (regia di Gianni Serra, recentemente scomparso), è un film uscito nel 1980, la cui protagonista è Betty (interpretata da un attrice all’epoca tredicenne, Oriana Conforti). È un film di analisi sociale e anti convenzionale, che fotografa la realtà di un quartiere che è stato un simbolo della sofferta trasformazione sociale che il nostro paese ha avuto dopo la fine del boom economico del dopo guerra. Si trova gratuitamente su Youtube, ma – vi dico subito – dato il taglio: bisogna avere la curiosità e la voglia di guardarlo, per scoprire o rivivere (nel mio caso) l’atmosfera di quel periodo storico. Il racconto è realista e fedele, perfino nel linguaggio volgare e blasfemo, tipico di “zona”. Io ero lì, a quel tempo, come oggi, ma dall’altra parte della barricata, rispetto ai “truzzi”, così come venivano definiti i protagonisti del film. Mirafiori Sud, Torino, è il quartiere dove si svolgeva la storia del film, la quale non solo rimanda agli analoghi problemi vissuti oggi dai nuovi immigrati, ma ci fa riflettere una volta in più sulla famosa (ed ancora attuale) frase di Massimo D’Azeglio: “Fatta l’Italia, ora bisogna fare gli italiani”.

A quel tempo, il necessario non mi mancava, ma non ero certo ricco: la mia famiglia aveva conosciuto la fame durante la guerra e si era sempre data da fare per lavorare. Per questo non ho mai capito che cosa spingesse i truzzi a darci la caccia e ad intimidirci: sempre in superiorità numerica, sempre più grandi e spesso con il coltello in tasca. Non è facile sentirsi esclusi, capisco. Per questo quei ragazzi reagivano alla loro condizione con la mancanza di rispetto e la provocazione verso il “nemico”. Chi, come me, era ragazzo a quel tempo, ricorda le frasi simbolo, delle quali oggi sorridiamo, tipo: “Cazzo ti guardi!”, “Ti scendo le mani in faccia…” e “Esci fuori i soldi, se non vuoi tagliata la faccia!” che ci venivano rivolte quando incontravamo quelle piccole bande. In giro dovevi tenere gli occhi aperti, non mostrare paura e farti i fatti tuoi.

Leggo che il film non fu apprezzato, né dalla destra (nonostante non si schierasse), né dalla sinistra. E pensare che la realizzazione fu sostenuta dal sindaco di allora, Diego Novelli del PCI, al quale, nel bene e nel male va riconosciuto il merito di avere iniziato la trasformazione post boom e post crisi industriale di Torino, alla fine degli anni settanta. Ebbe coraggio, posso dire, perché il film – in effetti – metteva in evidenza i limiti, le contraddizioni e l’utopia degli interventi sociali a favore dell’integrazione, fatti su ispirazione della sinistra, comunista e democristiana. Adesso il quartiere è profondamente cambiato e i problemi di integrazione sociale si sono spostati in altre aree, anche se non si può generalizzare, perché in varia misura l’intera città è coinvolta. Oggi come allora però, io mi chiedo: siamo proprio sicuri che gli interventi sociali tentati fossero completamente inutili ed inefficaci? Non è che, qualsiasi cosa si faccia, dobbiamo fare i conti con un atteggiamento di rifiuto all’integrazione ed alla crescita culturale? Giusto dare opportunità e non arrendersi nell’offrire solidarietà, tuttavia ci vuole anche severità con chi non merita aiuto. Mi piacerebbe poter dire che uno su mille ce la fa, ma – per ciò che ho visto con i miei occhi – non lo credo. Questa è, ovviamente, la mia opinione, non quella del film, che non esprime giudizi e lascia ad ognuno la libertà di farsi un idea propria.

La bischerata

Capita a volte, quando gli astri si congiungono, che accadano cose uniche, come successe quella volta che Teo, il Pivello, lo Gnomo, Pepe ed io, ci ritrovammo tutti insieme durante la stessa missione di lavoro.

Il trascorrere delle giornate In fabbrica era come l’attraversamento di un tunnel, del quale ancora non si vedeva la luce al fondo, mentre cercavamo di uscire vivi dai labirinti delle reti informatiche. Mac Address in conflitto, indirizzi IP irraggiungibili, Gateway perennemente chiusi, Firewall invalicabili e Virtual LAN da decifrare: per questo, stremati, la sera ci ritrovavamo per parlare e distrarci da tutto quel casino. Purtroppo però, con i campionati di calcio fermi per l’epidemia, tutti noi felicemente (si fa per dire) sposati o fidanzati ormai cacciatori (di purille) pentiti, ci venivano sottratti due argomenti di discussione che un tempo l’avrebbero fatta da padrone. Così, le serate passavano lente con l’immancabile aperitivo al tavolino di un bar ad osservare lo struscio, che al sud è un rito mica da poco, tra ragazzine scostumate e improbabili milf sempre più aggressive. Appagato l’occhio e stimolato l’appetito, la visita in qualche trattoria selezionata, per assaporare piatti e vini tipici della zona, era il naturale epilogo del convegno. Niente di che, ma resta il fatto che, quando stiamo a Torino, chi più, chi meno, siamo soggetti agli arresti domiciliari della nostra quotidianità e questo non ci permette di frequentarci al di fuori del lavoro. Invece, in quell’occasione, raccontare le leggende dei cantieri vissuti in giro per il mondo o dare sfogo ai propri lamenti per le avversità della vita, era cosa normale.

A tutto ciò bisogna aggiungere che ogni sera andava in scena la cerimonia delle telefonate da Torino: fidanzate miciose, mogli incazzose e figli scazzati che, mentre il papà era in video chiamata, non lo degnavano di una parola, costringendolo a metter giù per non star lì a grugnire e fare la figura dell’ebete di fronte agli altri. Già perché in fondo, per quelli rimasti a casa, tutti noi che stavamo in giro per lavoro, non eravamo altro che compagni e genitori degeneri, che andavano lì per divertirsi e, sostanzialmente, se ne sbattevano si disinteressavano di loro. Per questo, le telefonate delle mogli, amiche, amanti che, durante il giorno, arrivano durante una riunione o in mezzo alle rumorose linee di produzione, non erano altro che pretesti per vedere se eri veramente al lavoro e se ti interessavi di loro e dei loro problemi, mentre, in quel momento, avevi mille altri dilemmi da risolvere. Ovviamente era perfettamente inutile cercare di spiegare che quello non era il momento giusto per buttarti addosso un problema incancrenito di coppia oppure una roba tipo l’interruttore automatico scattato (perché se accendi la lavatrice e l’aspirapolvere, può capitare), ma pure che, se la figlia aveva sbagliato autobus e non sapeva tornare a casa, poteva sempre usare il cellulare per uscire da quella situazione (già, ovvio… il cellulare serve solo per le minchiate). Come forse avrete intuito: problemi, problemi, problemi.

Insomma, in questa atmosfera da commedia alla Carlo Verdone, Teo era un pesce fuor d’acqua, un’anima in pena che si annoiava: lui che predilige il clima delle commedie dei fratelli Vanzina. Così una sera, mentre eravamo in macchina, di ritorno dalla solita cena in un paesino sulle colline, con aria malinconica, ci sussurrò: “Ragazzi, è vero, vi telefonano e vi rompono i coglioni, ma almeno non siete soli come me…” “Dai, resisti ancora qualche settimana e poi potrai tornare a calcare i campi di calcio e a giocare le tue partite galanti a casa.” Forse nemmeno mi aveva ascoltato, perché aveva già il cellulare in mano: “Ehi, Siri… riproduci orgasmo femminile…” Nell’auto ci fu un attimo di silenzio attonito prima che il suo Iphone, di ultima generazione, cominciasse a riprodurre a pieno volume i gemiti di una femmina, a dir poco assatanata.

Nella penombra intuivo la sua espressione compiaciuta, unita al suo classico mezzo sorrisino, mentre a turno avvicinava il cellulare all’orecchio di uno o a quello dell’altro. Musica per le sue orecchie e, un po’, va ammesso, anche per le nostre. Non sapevamo che dire, finché qualcuno scoppiò in una gran risata, contagiando l’intero gruppo nello stretto abitacolo. Peccato però, che pochi istanti dopo, proprio mentre stavamo attraversando il centro del paese, il sistema audio dell’auto abbia agganciato quello del telefono di Teo e che, dai finestrini abbassati, quei gemiti lascivi abbiano cominciato ad invadere i dehors dei bar, in quel momento affollati di gente, incurante del distanziamento sociale, lungo tutta la via.

Il bastardo, che si era già accasciato sotto i sedili posteriori per non farsi vedere e si stava sganasciando dalle risate: l’aveva preparata apposta, la bischerata. In seguito al trambusto che ne seguì, io – che guidavo – a momenti vado a sbattere contro le auto in sosta, nel tentativo maldestro di azzerare il volume, su un auto a noleggio della quale non ero ancora padrone dei comandi, mentre lo Gnomo, che aveva appena composto il numero di casa, quasi lancia il suo telefono dal finestrino in preda al panico, purché la figlia non sentisse quella roba. Pepe, freddo e cinico, come suo costume, fu quello che la gestì nel modo migliore, raccontando seraficamente alla moglie dell’improbabile incidente di una donna investita per strada che gemeva per il dolore.

Quando ritornò la calma e ci ritrovammo sul marciapiede, ci voltammo in cerca di Teo, con l’intento di fargliela pagare, ma ovviamente di quel gran bischero, ormai non c’era più traccia!

L’ora più buia

Blocco sì o blocco no, coprifuoco limitato o coprifuoco esteso, sono decisioni che dividono. Non potrebbe essere diverso per l’essere umano, a causa della sua natura, cosciente e critica. In generale così cosciente e critica da mettere a rischio la sua stessa sopravvivenza, in nome di un ego smodato, che tende a metterlo in cima alle gerarchie naturali.

A meno di non mettere in dubbio l’esistenza o la pericolosità del virus, come fa il negazionismo dell’ultima ora, cercando di mostrare di se un aspetto responsabile (allo scopo di raccogliere consenso), mi pare chiaro e semplice, il comportamento da applicare per difendere la società nei suoi capisaldi (salute, lavoro, scuola): non sto qui a ripeterlo.

Porre delle limitazioni per fare ciò, equivale – fatalmente – a tirare una linea, dove da un lato ci sono quelli che se la cavano e dall’altro quelli che ci rimettono di più. Ovunque la si spostasse, questa linea, la situazione rimarrebbe la stessa: una parte di qua e una parte di là. L’unica soluzione sarebbe quella di non tracciare la linea, ma purtroppo, con questo non posso essere d’accordo.

Nei mesi in cui la pandemia aveva rallentato, si sarebbe dovuto stabilire un piano per affrontarne il suo – largamente prevedibile – ritorno. Una teoria questa, molto razionale, che, a mio avviso, non avrebbe certo evitato di tirare la linea: applicabile solo in un mondo ideale. In Italia due o tre mesi per fare questo, sono insufficienti. Fazioni, corporazioni, antagonisti cronici di qualsiasi proposta, non avrebbero consentito di giungere ad un qualsivoglia protocollo. Oggi, saremmo nella medesima situazione.

Winston Churchill diceva: ”Il politico deve essere in grado di prevedere cosa accadrà domani, il mese prossimo e l’anno prossimo, e, in seguito, avere la capacità di spiegare perché non è avvenuto.“ Per questo, pubblicamente, è sempre più conveniente non esporsi troppo e procedere per piccoli passi. Questo è ciò che accade, non solo nella politica, ma spesso nelle grandi organizzazioni e magari lo abbiamo anche sperimentato nel nostro lavoro, se ne facciamo parte. E sapete che vi dico? Forse, al loro posto, mi sarei comportato così anch’io. Non hai altro modo di sopravvivere nella politica.

Comunque la si pensi, siamo nell’ora più buia, cioè quel momento storico durante il quale non è possibile immaginare l’applicazione ortodossa della democrazia: perché non ce n’è il tempo, perché le forze devono unirsi in una direzione sola, non necessariamente la più giusta. In questi tempi la discussione logora e il compromesso è impossibile. Io penso che l’imposizione a muoversi in una direzione (governatori delle regioni permettendo), abbia più probabilità di condurre all’obiettivo, anche se la decisione non è certamente la migliore possibile.

L’immunità di gregge (secondo Teo)

L’altro giorno, la combriccola del caffè si ritrovò alla macchinetta come ai bei vecchi tempi. Be’, come ai vecchi tempi fino ad un certo punto, perché i loft dell’openspace, a causa dello Smart Working, avevano ormai assunto l’aspetto di un paesaggio spettrale, quasi post nucleare. Nonostante ciò, gli antichi vizi non erano scomparsi, per cui – osservando le nuove regole del distanziamento sociale  ci ritrovammo nell’area relax ognuno a selezionare a turno la propria bevanda, mentre, come al solito, il ladro di merendine studiava famelico il distributore di cibi, per fottere l’ennesimo sacchetto di arachidi mal posizionato, con uno dei suoi abili colpi da biliardo.

Qualcuno, ammiccando verso Teo, con un sardonico sorrisino, proferì: “Ti sei perso la tipa in minigonna, durante il tragitto di ritorno dalla mensa…” “Capelli corti, carnagione chiara, che senza calze contrastava con la minigonna nera e gli stivaletti tigrati…” continuò lui lasciando la frase in sospeso, soddisfatto di avere rintuzzato quel sorrisino beffardo. Che dire, Teo era maestro nella specialità di far cadere l’occhio. Con la pupilla volta a mezzogiorno era in grado di cogliere dettagli su atteggiamenti, abbigliamento e nudità, da ore otto a ore sedici, senza destare sospetti. A modo suo era dotato di poteri soprannaturali.

Passato qualche secondo di un generale silenzio carico di significati, si rivolse verso di me, con quel suo atteggiamento mesto e al tempo stesso compiaciuto e pronunciò – accompagnandola con un lieve sospiro – una delle frasi per cui andava famoso: “Lo so, forse esagero, ma – vedete – io mi posso definire un voyeur gentiluomo.” Come, scusa!?” L’apostrofai di botto. Il tono della mia battuta secca, catalizzò l’attenzione degli altri. Nel gruppo si fece di nuovo silenzio e tutti, dopo il lampo, si misero in attesa del tuono.

“Non è tanto perché faccio cadere l’occhio… è per come lo faccio cadere… non si rompe.” “Ma che cavolo stai dicendo?” “Devi controllare i muscoli facciali, la postura… Non c’è pericolo che una dirigente scolastica intervenga.” “Ah, stai parlando di quella polemica sulla minigonna riportata sui giornali…” “Sì, l’avete letto l’articolo di quella scrittrice, su La Stampa? Per quella è vietato associare l’abbigliamento alla identificazione di genere, alla seduzione e alla provocazione. Anzi, per lei, il farlo è bastevole per accostare la questione ai fatti violenti. Minigonne, spacchi, tacchi, scollature sono espressione di femminilità, il che non significa disponibilità; tuttavia, se eccessivi ed esibiti in luoghi di studio o lavoro, sono fuori luogo e, ragionando allo stesso modo, possono essere anch’essi considerati violenza.”

“Teo, ci dobbiamo rassegnare e lasciare spazio a un nuovo genere di maschi mutanti, che non buttano mai l’occhio… Mai! La pausa, posta al termine della frase, fece capire agli altri che l’argomento era stato esaurito ed era ora di tornare al lavoro. Teo stesso fece la mossa di andare, come avviene quando, in fondo, il tema non è poi così importante. Ma improvvisamente, un ultimo fremito lo colse e lo fece bloccare di scatto, arrestando l’intero manipolo: “Ma si, che cazzo ce ne fotte, la scuola serve a insegnare, no? Noi siamo un virus inguaribile, il consiglio della dirigente scolastica avrebbe potuto essere un vaccino, invece il monito della scrittrice – politicamente correttissimo – sarà come l’applicazione dell’immunità di gregge.” Mentre si incamminava, solitario lungo il corridoio, rimanemmo tutti attoniti a riflettere, cercando di decifrare quel suo pensiero e lui, evidentemente soddisfatto dell’effetto ottenuto, senza voltarsi aggiunse: Così, come è sempre stato.” A quel punto il pivello, che fino a quel momento era rimasto in rispettoso silenzio, ebbe un’illuminazione e, sorprendendo tutti, con il suo inequivocabile accento siciliano sentenziò: Minchia! In pratica ha detto che le donne si devono svegliare…” Teo, ormai lontano, ma chiaramente divertito da quella semplice constatazione, sollevò la mano col pollice all’insù e, senza voltarsi, concluse fiero a voce alta: You got it!”

La riconquista dello spazio

Centocinquanta metri quadri di appartamento non sono pochi. Eppure, non ci crederete, ci stava mancando l’aria. Tutto iniziò quando, in previsione di fare un figlio, decidemmo di scambiare l’appartamento, da cinquantacinque metri quadri, con quello più grande di mia madre.

Al tempo, ovviamente ristrutturammo e comprammo i mobili di alcune stanze, tuttavia non avemmo il coraggio di buttare via ciò che non ci piaceva e non occorreva. O meglio, evitammo l’incidente diplomatico con la suocera (mia madre), convinta di averci fatto un grande omaggio nel lasciarci i suoi vecchi mobili ed una quantità di roba senza senso. Così al nostro ingresso nell’appartamento ci siamo ritrovati con una casa che non era la “nostra”: una casa nella quale erano evidenti le stratificazioni storiche, come accade a Roma, dove si sovrappongono duemila anni di storia. Fatte le debite distinzioni, ovviamente.

Ad un certo punto, passato qualche anno ed avuto il bimbo, accade che il passare tante ore a casa, durante l’isolamento dovuto alla pandemia, ci fa aprire gli occhi. Folgorati da ciò che abbiamo improvvisamente visto, abbiamo iniziato ad eliminare mobili e mobiletti, oggetti e suppellettili, senza contare la quantità di cose inutili (di quelle del tipo, teniamo che non si sa mai) ormai diventate niente altro che immondizia.

Nonché libri. Eh sì, l’enorme libreria Ikea aveva, anche lei, delle dimensioni finite, come la casa, del resto, ma ospitava ormai volumi di nessun interesse o valore; quindi si rendevano necessarie delle scelte “manageriali”, anche se so che qualcuno storcerà il naso. Mi sono occupato personalmente della epurazione: senza pietà ho fatto fuori una enciclopedia di lavori a maglia, improponibile anche quando è stata pubblicata, con certi maglioni che mia madre faceva e poi mi obbligava a mettere da ragazzino. Vendetta era compiuta!

Ad un certo punto mi capita tra le mani una di quelle enciclopedie, che parevano per metà riviste di arredamento e “bon ton”, ma con all’interno delle classiche ricette piemontesi: vero che c’è internet, ma vuoi mettere il fascino delle ricette originali della nonna! Immediato intervento della sovrintendenza: sì, via dalla libreria, ma ora conservate a casa della suocera (sempre mia madre).

Un altra raccolta che occupava uno spazio esagerato era quella denominata “Selezione della Narrativa Mondiale” di Reader’s Digest. Ora, senza raccontarvi la storia di questo tipo di pubblicazioni, dico solo che si trattava di estratti delle opere e che, in quanto tali, non erano a mio giudizio meritevoli. L’opera deve essere integrale, quindi, via!

Il maggiore sacrificio che ho dovuto fare, ignorando i sentimenti del cuore, è stato il buttare al macero l’enciclopedia di geografia per ragazzi della fine degli anni sessanta, i cui volumi, ingialliti e consumati, trattavano tutte le regioni e tutti gli stati del mondo. Io l’ho amata, non l’ho solo studiata, l’ho letta e riletta tutta, per viaggiare virtualmente quando da ragazzo non ne avevo le possibilità. Ma il tempo passa, le epoche cambiano ed io avevo un obiettivo prioritario e non meno importante: dovevo riuscire a conservare lo spazio per tutta la narrativa del secolo scorso, per i vinili di jazz, blues e rock, nonché la collezione di Dylan Dog, tutto stipato dentro svariati meandri della casa. Dovevo anche ricreare spazio per i CD, che non cresceranno più, soppiantati dallo streaming e che erano prima distribuiti in quattro mobiletti dedicati (i quali soffocavano letteralmente la sala), che ho buttato via senza pietà.

Liberati gli svariati meandri della casa, si è creato, per effetto domino, ordine in ogni armadio, nonostante alcuni mobili fossero già diventati materiale per l’azienda rifiuti. Finalmente ora si respira (anche meno polvere) e ci si muove più liberamente. Via anche dei cuscini, via delle tende, per una pulizia visiva che conferisce un effetto minimalista all’arredo della casa (finalmente il nostro) e che aiuta ed induce a tenere in ordine. Mia nonna paterna diceva: “Ad ogni cosa il suo posto e ad ogni posto la sua cosa.”

Avere le cose in ordine ha restituito il piacere di scegliere quale libro leggere tra i tanti belli che mia madre ha collezionato, oltre ai miei, ma anche il piacere di scoprire cose diverse, alle quali mai mi sarei avvicinato. Idem dicasi per la musica, che sì, so di avere, ma ora posso scegliere come in un “cloud” fisico, o, per usare un termine antico, come in un jukebox.

Ora sono più facili le pulizie e potremmo anche pensare ad un robot per i pavimenti. Tuttavia non è questo che volevo dirvi. Volevo dire che a volte le cose non accadono per caso. Avrei potuto limitarmi a riordinare la cantina o il garage, che pure sono state travolte da quello sterminio di massa, ma sarebbe stata solo una goccia nel mare della mia mente.

In questi ultimi tre anni sono accaduti dei fatti e si sono presentate delle difficoltà (soprattutto economiche) da non dormire la notte, che stanno inducendo dei cambiamenti radicali nel nostro tenore di vita, rendendo necessaria una completa riorganizzazione del tutto. Ecco, forse questo è ciò che è accaduto in realtà: il riordino delle idee per la riconquista dello spazio mentale.

Maledetti bastardi… sono ancora vivo!

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