Ti stavo aspettando: tutti prima o poi passano di qui

Da quando c’era stato il lock down avevo perso di vista Teo: mi chiedevo dove diavolo fosse finito, in fondo eravamo sempre stati amici e non ritenevo giusto che, di punto in bianco, fosse sparito così, senza dirmi nulla, anche se sapevo che questo faceva parte del suo carattere, aspro e spigoloso, che lo rendeva unico.

Poi, un giorno che ero in vacanza, vidi per strada il cartello di uno snack bar con il suo nome. Non che ci credessi più di tanto, ma siccome ero accaldato, volli ugualmente togliermi il dubbio ed entrai nel locale di quella sperduta isola in mezzo al Mediterraneo, battuta dal sole cocente.

Passando dalla luce accecante della strada alla penombra del bar, faticai per mettere a fuoco la scena. Poi capii che, per vedere meglio, dovevo togliermi gli occhiali scuri. Così, con un solo gesto, me li levai e mi asciugai il sudore dalla fronte con il dorso della mano.

Subito dopo, constatai che l’ambiente era uguale a quello di tanti altri bar che si trovano da quelli parti, un bel bancone, alcuni tavoli per i clienti al fresco di un pergolato, diversi gingilli esotici che dondolavano pigramente e musica d’ambiente in modo da non disturbare l’atmosfera rilassata di chi passava il proprio tempo a sorseggiare improbabili drink variopinti chiacchierando in buona compagnia.

Mi sedetti ad un tavolo libero, collocato in posizione strategica, in modo da poter dominare tutta la zona e ordinai una birra Weiss alla giovane cameriera che, premurosamente, si era precipitata verso di me.

Feci appena in tempo a controllare che sullo lo smart phone non ci fossero nuovi messaggi, che la ragazza ritornò con la birra gelata e una ciotola colma delle immancabili patatine fritte, intrise d’olio.

Ringraziai la giovane, afferrai il boccale e mi dissetai avidamente provando un gran piacere fisico, perché il caldo del pomeriggio aveva reso la mia bocca impastata e il mio corpo bisognoso di refrigerio e liquidi rigeneranti.

Soddisfatto e finalmente in pace con i miei sensi, posai il bicchiere e mi guardai attorno con più attenzione. Davanti a me un gruppetto di giovani, a torso nudo, discuteva vivacemente, fumando l’ennesima sigaretta, davanti ai bicchieri ormai vuoti. Più avanti una coppia, palesemente gay, si teneva per mano stando appollaiata su alti sgabelli, mentre aspettava ciò che aveva ordinato. Infine, alla mia sinistra, una famiglia con un bambino stava divorando voracemente qualcosa che assomigliava vagamente ad una pizza.

Nulla di strano, tutto come ci si sarebbe aspettato di trovare in un posto come quello. Non nascondo che, di fronte a tanta normalità, provai un po’ di tristezza e delusione. Ma in fondo cosa mai avrei dovuto trovare? C’era da aspettarselo. Tirai un sospiro e alzai il braccio per richiamare l’attenzione della cameriera e chiedere il conto. Facendo quel gesto notai, nella penombra, una figura scura seduta all’estremità del bancone. Aguzzai la vista per vedere meglio e rimasi sbalordito!

Non potevo crederci, era proprio lui e mi stava guardando! Teo era lì davanti a me e non sembrava neppure sorpreso di vedermi. Alzò la mano come per richiamare la mia attenzione e io ricambiai il gesto inebetito come un automa. Poi mi alzai, presi il mio bicchiere e andai a salutarlo da vicino con un caloroso scambio di pacche sulle spalle. Non sapevo cosa dirgli, ma lui mi tolse dall’imbarazzo:

“Ciao, ti stavo aspettando, sapevo che un giorno saresti venuto”.

Tutto pareva paradossale. Ancora una volta restai a bocca aperta non sapendo cosa replicare, sembrava che ci fossimo visti il giorno prima, invece era passato più di un anno. Sapevo che sarebbe stato inutile dire altro, così chiesi:

“Cosa ci fai qui?”

“Niente… gestisco questo bar e ci passo la mia vita”.

“Ma non ti manca il resto, quello che hai lasciato, quello che avevi prima?”

“Nooo… ogni tanto ci penso, forse un giorno tornerò, ma per ora sto bene qui”.

“Come sapevi che sarei venuto?”

“Tutti prima o poi passano di qui”

Teo non era cambiato: arguto e spiazzante come sempre ancora una volta mi aveva sorpreso. Però anch’io sono una persona testarda, così non rinunciai a chiedergli:

“Ma non ti annoi? Da solo per tutto questo tempo senza nessuno dei vecchi amici e lontano da casa. Come passi il tuo tempo?”

“Te l’ho già detto, tutti passano da qui e tu ne sei la prova. Non ho il tempo di annoiarmi perché qui il tempo ha un’altra dimensione, un altro significato. L’ho capito quando sono stato da queste parti la prima volta, sono tornato e non sono più riuscito ad andare via”.

“Stai scherzando vero? Il tempo è uguale dappertutto, non esiste un tempo alternativo”.

“Invece sì, la percezione del tempo da queste parti è diversa, qui tutto scorre più lentamente e puoi riflettere, fare e pensare cose che da altre parti non riusciresti a gestire allo stesso modo. Qui puoi fermare il meccanismo infernale che ti stritola e costringe a correre dietro a cose futili, che gli altri ti inducono e obbligano a fare. Qui ho capito il valore del tempo, sono finalmente libero di scegliere, gestire la mia esistenza e riflettere sul futuro.
Vuoi sapere cosa faccio? Dato che sono padrone del mio tempo e vivo come se fossi all’interno di una bolla temporale, vedo le persone arrivare, andare, tornare e poi sparire. Ma io rimango qui e aspetto che parlino con me. Così le incontro, le ascolto e poi scrivo, perché ognuno ha una sua storia da raccontare.
Perciò scrivo quello che la gente mi dice di sé e della propria vita, perché non vada persa e svanisca per sempre. Ci hai mai pensato? Ognuno di noi nasce, vive e poi muore e quello che ha fatto, le sue storie, le sue avventure i suoi amori, i suoi rimpianti, i dolori, le paure e le sue gioie si perdono per sempre, scompaiono con il nostro corpo, si dissolvono nel nulla e non ne resta memoria. È come se non fossimo mai esistiti.
Io non sono uno scrittore, non lo sarò mai e non pretendo di esserlo. Ma io ascolto tutti e scrivo ciò che sento così come viene, perché rimanga traccia e memoria di chi mi racconta le cose e attraverso le loro storie, possa un giorno conservarsi anche il ricordo di me. Perché nessuno di noi è immortale, ma le nostre storie forse un giorno potranno diventarlo.”

Raccontai un po’ della mia vita a Teo poi lo abbracciai di nuovo e lo salutai preoccupato di non far tardi a tornare in albergo prima di cena. Uscendo dal bar guardai l’orologio e rimasi esterrefatto: mi sembrava fossero passate più di due ore e invece quell’aggeggio diabolico diceva che ero stato la dentro non più di venti minuti. Avrei voluto tornare indietro, ma Teo ormai era sparito. Mi rassegnai e camminando verso la mia dimora, feci questa riflessione: “Teo ha cambiato vita, si è trasferito su un’isola, ha aperto uno snack bar e ora vive felice: se lui l‘ha fatto, perché non dovrei farlo anch’io?”

Per questo oggi gestisco uno snack bar su un’isola sperduta, in mezzo al Mediterraneo, battuta dal sole cocente e vi aspetto: tanto so che prima o poi passerete da qui.

by Pepelion

Amore e Sesso: il Poker di Teo

Estate, afa, area caffè assimilabile a un forno crematorio, perché l’azienda fa economia, interpretando alla lettera i consigli del capo del governo, e ha furbescamente spento l’aria condizionata. Teo sorseggiava la sua coca ghiacciata e super gasata mentre, con ordinata lentezza, gli altri del gruppo selezionavano a turno la bevanda a loro gradita.

Qualcuno, con alle spalle qualche anno di matrimonio, lamentava un calo della disponibilità femminile. Qualcun’altro, un po’ più in là con gli anni, aveva già fatto il giro di boa e, di giacere con quella cosa nella quale si è trasformata la tenera mogliettina, sposata con trasporto tanti anni prima, non ne aveva proprio nessuna intenzione. Un altro, fra i trenta e i quaranta, divorziato e libero, raccontava di avventure nate dalle chat con donne sposate, che fecero abbozzare un sorriso compiaciuto a Teo e scatenarono la ola degli ormoni di tutto l’improvvisato manipolo.

L’ultimo prese un the bollente, in sintonia con i quaranta gradi dell’ambiente e approfittò del proprio turno per fare un angosciato outing. Fra lo stupore generale confessò che si stava separando. Teo, quasi fosse un assistente sociale, intento a coordinare una terapia di gruppo, lo lasciò finire, poi emise un lungo sospiro e prese la parola.

“Vedete, miei cari. Secondo me le coppie commettono sistematicamente gli stessi errori, da sempre. Si conoscono, scopano come ricci e lo chiamano amore. Si sposano, magari hanno figli e, nel frattempo, si accorgono di trovarsi nella routine della vita quotidiana, ovvero in quella cosa che repentinamente inizia mentre escono dalla chiesa o dal comune, che segna il passaggio dalla vita effimera, dominata dall’attrazione reciproca, a quella seria che pretende responsabilità, razionalità e dove, essere bravi a scopare non conta un cazzo”. Nell’angusto e afoso ambiente era calato quel trepidante silenzio che solitamente accompagnava le esternazioni del loro indiscusso leader. “Mi verrebbe da dire che la vita di coppia è come una partita di poker, con tanto di vedo e di passo. Un gioco dove esiste il paradosso della scala reale massima, battuta – pensa te – dalla scala reale minima”. 

Sorseggiò avido una golata di coca, con tanto di espulsione del gas in eccesso, appena mascherata dalla mano posta d’innanzi alla bocca, poi riprese: “Perciò il sesso, che senza conoscersi veramente, si pratica all’inizio di un rapporto di coppia, lo possiamo comodamente assimilare a una scala reale massima, per la facilità con la quale vince le prime mani. L’amore invece è quel qualcosa che si costruisce costantemente, con la stima e il rispetto verso il partner: cose che si possono apprezzare solo nel tempo, conoscendosi ed imparando ad accettarsi. L’amore, quindi, passa dalla sofferenza, dall’incertezza e dal timore di avere in mano un punto apparentemente debole, che poi, in realtà, si rivela invece essere vincente, come nel poker lo è la scala reale minima, che batte la scala reale massima”.

“E qui, vediamo chi ha il coraggio di farmi il vedo…” fu il suo ultimo commento, prima di sciogliere l’assemblea. Io, che conoscevo più di tutti il suo vissuto, ero l’unico a poterglielo fare e lo fissai perplesso. Era evidente che si trattava di un bluff, ma non volli rovinargli la partita.

Se la giocò così bene che, al termine del sermone, non si accorse neppure del separando, il quale, colto da malore, dovette essere riportato a braccia fino alla scrivania. In un lampo aveva fatto il paragone con la propria misera esistenza, confinata in uno stanzino, per pietosa concessione della consorte fedifraga, in attesa di trovare un luogo dove migrare, con gli oggetti di una vita accatastati alla rinfusa negli scatoloni.

Questo confronto, per lui devastante, lo aveva completamente sopraffatto, tanto che nell’occasione, per colmo di prudenza, furono fatte sparire le corde, come si fa coi carcerati a rischio suicidio, e furono occultati tutti gli oggetti adatti ad offendere, nel raggio di cento metri.

Da quel giorno in poi, nessuno parlò più dell’argomento.

La sfera celeste

Il cielo terso di notte, è uno dei fenomeni maggiormente evocativi, che il nostro animo possa osservare. La sua profondità, entra nelle nostre viscere e ci inquieta.

La fetta astronomica di cielo, sopra alle nostre teste, a sua volta, ci guarda e vede quello che sta accadendo in questa porzione di emisfero boreale.

Al tempo stesso, tante porzioni di cielo, lo fanno sopra ad altrettante porzioni del globo, ma è sempre la stessa sfera celeste a guardarci.

Lo fa ogni notte, in silenzio, che veda felicità o dolore, feste o tragedie e non distingue tra l’uomo ed il resto della vita e della natura, a dimostrarci quanto tutto sia relativo e insignificante, rispetto all’infinito. Rispetto all’eterno.

Ignoranza. Ignoto. Paura. Angoscia. Pianto. A volte, ho come l’impressione che l’essere umano sia solo un astrazione immateriale ed eterea, destinata a dissolversi nel nulla, quasi non fosse mai esistita. E, forse, sarebbe meglio.

Uvalde, Texas

“La conquista del West” di Jacques Chastenet

L’agghiacciante massacro dei bimbi nella scuola del Texas, non è emotivamente spiegabile. Così come è difficile capacitarsi, che nonostante i tanti casi in tanti anni, nulla cambia negli Stati Uniti.

Per tentare di dare una spiegazione razionale, tuttavia è errato cominciare dalla condanna della corporazione dei fabbricanti di armi americani. Io ho sempre pensato che questo non bastasse da solo a spiegare il perché negli Stati Uniti avvengano spesso questo tipo di massacri. Senza volermi spacciare per uno storico o un opinionista titolato, in base a quel poco che conosco della storia americana e in base alle mie visite in quel paese, ho fatto delle considerazioni che non si limitano a quello.

C’è tutta una filmografia che parla della conquista dell’ovest e della frontiera. Ci mostra le difficoltà dei pionieri ad insediarsi in territori sterminati, dove la sopravvivenza era unicamente nelle mani dei singoli. Per infiniti motivi: una natura selvaggia, lo scontro con le popolazioni indigene, i tanti avanzi di galera ed avventurieri in fuga da qualcosa ed in cerca di fortuna. Una storia discutibile sotto diversi punti di vista: ma la storia non va giudicata, va capita. Almeno bisogna provarci.

Una storia che ha dato opportunità a chi non ne aveva ed ha ripagato i rischi e i sacrifici della conquista, celebrando la sacralità della proprietà privata. Che sia il paese delle opportunità e dei tanti rischi, in fondo è vero ancora oggi.

Il possesso di armi per difendersi è quindi giustificato, a mio avviso, dalla vastità di un territorio dove non serve a nulla chiamare il 113, quando ci si trova isolati da tutto. In base a questo, essendo ritenuta una necessità, il possesso di armi è contemplato dalla costituzione americana. Una necessità che – purtroppo – è diventata una convinzione culturale fine a se stessa e uno strumento di violenza di facile accesso per gli squilibrati di mente. Quindi pare essere questo il punto di partenza.

Se questa volta i legislatori di quelle parti si metteranno seriamente al lavoro per cambiare questo stato di cose, non lo so; da parte mia volevo solo dire che tutto questo a noi pare assurdo, perché siamo diversi e abbiamo avuto – in quel senso – una storia e un territorio che ci hanno resi, sotto questo aspetto, più fortunati.

Ferragni-Segre, chi è l’influencer?

Io non ho mai apprezzato gli influencer. Mi sono sempre interrogato su quali fossero le loro peculiarità, cosa sapessero fare o pensare di diverso dalla gente comune. Ne ho sempre detestato l’inutilità, dato che le opinioni me le creo da solo e non ho bisogno di qualcuno che me le induca. Nella migliore delle ipotesi ho intravisto la loro disinvoltura di fronte ad una telecamera ed un microfono.

Non è peccato cimentarsi, divertirsi e provare. Ma è orribile ostentare la propria ignoranza, disconoscendo e delegittimando qualità come il talento, la bravura e il buon gusto. Pensare che non ci sia bisogno di studiare, fare gavetta ed avere talento, secondo il mito moderno del successo e della ricchezza facili.

Alla luce di queste riflessioni, sto leggendo in questi giorni dell’invito di Liliana Segre a Chiara Ferragni, di visitare il Memoriale della Shoah di Milano, e devo dire che mi si è innescata una rivisitazione della posizione che ho espresso all’inizio. Ovvero, certamente, non tutti gli influencer sono così. Occuparsi di cose futili e leggere non è una colpa, è un gioco che diventa molto remunerativo solo se si diventa validi imprenditori e se si ha una qualche forma di talento nel fare qualcosa, come il caso della Ferragni: l’imprenditrice, appunto.

Quindi pur restando distante da quello che dicono gli influencer, posso solo riconoscere apprezzamento nei confronti di quelli che usano la loro fama e la spendono per delle giuste cause, più importanti di ciò che promuovono. Purtroppo, al momento, ancora non trovo risposte ufficiali, se non un tweet di Fedez. La Ferragni ancora tace. Certo, per personaggi esposti pubblicamente ci possono essere diversi risvolti: sicurezza personale, impegno sociale e politico (anche se questo non dovrebbe esistere sul tema dell’olocausto) e poi, economico e commerciale. Ebbene, spero che ci sia buona fede(z) e che non ci siano calcoli di convenienza, tipo il famoso “mi si nota di più se vengo…” di Nanni Moretti.

Liliana Segre sarà anche stata consigliata dal suo entourage, ma la modernità dell’annuncio tramite il quale, una donna di quella età, nonché di immensa cultura e sensibilità, ha invitato la Ferragni, mi hanno fatto provare un moto di ammirazione enorme nei suoi confronti, se ancora fosse stato possibile averne di più: una influencer, vera, storica, morale e culturale. Almeno, per me.

Eurovision Song Contest: bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto?

Sto leggendo ogni tipo di critica sulla’Eurovision Song Contest, in corso in questi giorni a Torino. Trattasi di una competizione canora, la cui prima edizione si svolse a Lugano nel 1956. In quegli anni nasceva lo spirito dell’Europa moderna, che animò anche un altro spettacolo, di giochi tra squadre europee, dal titolo “Giochi senza frontiere“. Io ero piccolo e, ripensando ai primi anni 70′, ricordo anche la giornata dedicata alla Comunità Europea, che celebravamo a scuola con disegni a tema.

Può apparire retorico, ma tutto questo mi ha trasmesso uno spirito europeista, grazie al quale mi nacque la curiosità di viaggiare attraverso l’Europa, per conoscere i miei coetanei e le altre culture, pervaso dalla voglia di essere parte di quel tutto. Negli anni successivi, anche il lavoro mi ha accompagnato in questo processo di sentirmi cittadino di un mondo alla Imagine di John Lennon.

Solo la povertà di spirito, conseguente all’essere vissuti in un regime dittatoriale, non consente di cogliere il dato reale, che i confini geografici non hanno più senso. Concetto, che bene invece viene colto dalla manifestazione in questione. Al cospetto di questo, poco mi importano le critiche ai conduttori, al formato dello spettacolo e dei commenti fuori campo, ovviamente criticabili da alcuni, ma che non fanno del male a nessuno. Insomma, il modello generalista ed una certa asetticità dello spettacolo, sono l’unico modo di parlare e farsi comprendere da una platea così vasta, perché è chiaro che l’umorismo, i doppi sensi e le allusioni, alla base di qualsiasi conduzione locale, non possono essere compresi facilmente dalle diverse culture e perdono efficacia quando tradotti.

L’unico linguaggio universale, proprio come i graffiti primitivi, è quello visuale: quindi spazio a spettacolari scenografie ed esibizioni dal vivo solo per il cantato. Il tutto con ritmo, senza intermezzi fuori contesto e focalizzato sulle esibizioni e sulla curiosità di conoscere e conoscersi. La qualità della musica passa in secondo piano: è una festa, l’importante è divertirsi e incontrare ragazzi e persone di altri paesi.

Rispetto al passato, il resto dell’Europa è cresciuto musicalmente, secondo me grazie alle contaminazioni, facilitate dai canali internet e dallo streaming. Questo aspetto, unito alla vittoria dei Måneskin dell’anno scorso e del fatto che l’evento si svolge in Italia, sembra avere consacrato anche da noi la competizione, che in passato era certamente meno attrattiva. A me, per esempio, è venuta una voglia ingovernabile di pogare quando ha iniziato a suonare il gruppo Moldavo dei Zdob şi Zdub & Advahov Brothers.

Logicamente, per far stare in piedi questo circo ci devono essere interessi, ritorni e ricavi. E meno male. Infatti, non finisce di stupire e renderci orgogliosi, a tale proposito, la varietà di proposte turistiche che si vedono negli spot sul nostro paese. In primis di Torino, la mia città, che ospita l’evento. Insomma, al netto di tutto questo ed in un momento in cui ci sono tentativi di distruzione e delegittimazione del nostro modello di vita, io (relativamente ad un gara canora), il bicchiere lo vedo, non solo mezzo pieno, ma tracimante. E riesco perfino a digerire la presenza di Cristiano Malgioglio: il che, è tutto dire.

I professionisti (dei problemi)

Oggi vi parlerò di una categoria di persone che mi sta tremendamente sull’anima. Parlo di quei professionisti, artigiani e specialisti di vario genere, ai quali ci rivolgiamo perché abbiamo bisogno di svolgere un servizio, che da soli e semplici cittadini non ci è possibile fare, a meno di fare una gavetta di molti anni nel mestiere in questione o conseguire diplomi e lauree ad hoc, allo scopo di sviluppare le adeguate competenze sull’argomento. A questo proposito, mi focalizzerò qui, in particolare, su due categorie alle quali mi sono rivolto di recente.

Dovendo ristrutturare una casa, mi son fatto il mio progettino 3D con un programmino gratuito e l’ho mostrato orgoglioso all’architetto. Il suo volto, si è subito annuvolato, disegnando cupe espressioni di preoccupazione e sconforto. E’ iniziata così la pantomima, con l’enunciazione di oscuri riferimenti a leggi e norme comunali, a tutte le difficoltà che comporta interfacciarsi con gli enti competenti ed eseguire i calcoli strutturali per fare i lavori. Insomma uno scenario che rendeva molto difficile, se non impossibile, la realizzazione del mio sogno.

Successivamente, in conseguenza dei lavori, ho avuto la necessità di eseguire lo sgombero delle macerie in tempi brevi e, non potendo affidarmi al solito e fidato vecchietto col camion (causa problemi di salute), ho fatto un giro di telefonate, fintanto che mi viene mandato un tizio della zona.

Pronti-via, ha iniziato a fare storie di qualsiasi genere. Vero, c’era qualcosa di mischiato, ma dato che il camion l’avremmo caricato noi, il tizio mi avrebbe solo dovuto informare di come organizzargli la roba correttamente, per uno smaltimento selezionato. Che poi si trattava di rimuovere un po’ di vetro e di plastica, finiti lì dentro erroneamente, invece che negli appositi contenitori dell’azienda raccolta rifiuti e che per fortuna si trovavano in cima ai sacchi, quindi erano facili da rimuovere. Per non parlare delle macerie poste direttamente a terra (perché non avevamo più sacchi) e che ovviamente sapevamo di dover caricare con la pala.

Posso garantire di non essere uno di quei clienti pignoli incompetenti, ottusi e capricciosi, che vogliamo insegnare al professionista come si fa il lavoro. Sono uno che prima si informa, per evitare di essere “preso in braccio” dai suddetti, allo scopo di creare quel giusto equilibrio tra stima dell’uno (il professionista) e rispetto dell’altro (io).

Al termine di questa vicenda, sono onesto, mi resta da comprendere la psicologia che porta questi signori ad esordire con la lista dei problemi, invece che con la lista delle soluzioni. No, perché… se esordisci con la lista dei problemi io penso che:

a) non vuoi fare il lavoro (allora dimmi subito che non sei in grado e non perdiamo tempo…)

b) mi scarichi addosso i problemi senza darmi le indicazioni per risolverli (allora che ti ho chiamato a fare…)

c) stai cercando di ricaricare il prezzo (approfittando della mia supposta inettitudine e ricattandomi per la mia necessità impellente…)

d) non ti manca il lavoro, guadagni abbastanza e, facendo altro, con quello stesso tempo, ne guadagneresti di più con meno fatica (allora vai affanculo…)

Che dire in conclusione… li ho già insultati abbastanza. Comunque, per informazione, i lavori sono stati fatti grazie ad un geometra pragmatico ed al fatto che il vecchietto del camion si è ristabilito. Ah, un ultimo particolare. Vi chiederete se è proprio vero che io ho portato, spostato e caricato macerie… diciamo che ho dato solo una piccola mano… ma siccome sono il finanziatore che si sta impiccando, mi si lasci perlomeno come ultimo desiderio, quello di non fare un cazzo.

Il treno

In un luogo indefinito, di un distopico futuro

Un treno corre. Da un po’ si è fatta l’alba e fuori c’è la nebbia. È strana la nebbia d’estate. Nelle cuffie, calate sulle mie orecchie, una chitarra stride. Fuori dal finestrino la campagna scorre tra una stazione e l’altra. C’è tempo per pensare.

Curioso. Ogni volta che sali su un treno, lo fai – non sai perché – con delle aspettative. Ogni volta che scendi, per prendere una coincidenza, invece hai paura di perderla, con quella sensazione da naufrago approdato su di isola dispersa in mezzo al mare.

Certo, prima o poi un altro treno passerà, ma non è lo stesso: sopra ci saranno altre persone, altri fatti e altre storie. Quanti passeggeri sono saliti e quanti ne sono scesi da questo treno, e ora, chissà.

E mentre sto lì penso a me stesso: dentro di me viaggia da sempre un treno immaginario, come un sogno ricorrente. Ad ogni fermata in stazione, apro il finestrino e sento il profumo dell’aria: colorata dal cielo terso, bagnata dal muschio o arsa dalla salsedine. Già, proprio come nei sogni è un treno senza meta, anche se io lo so dove va: porta alla stazione della felicità, perché sapere dove sei diretto, forse, è più importante che arrivarci.

Era il 29 Luglio 1999

Mai dire mai

Secondo me, Putin non intende negoziare nulla e non intende fermarsi, se non dopo avere avuto l’intera Ucraina. Alte sono anche le probabilità che non si fermi lì, perché dal suo punto di vista, ha capito la vulnerabilità dell’occidente.

Noi credevamo che i blocchi non esistessero più e che fosse bastata la caduta del muro, oppure fare fuori Saddam e Bin Laden, per affermare la nostra supremazia culturale e commerciale. Un bel cazzo: dal 2001 la situazione si è capovolta e le società medioevali hanno iniziato a sognare gli antichi fasti imperiali.

Democrazia e capitalismo hanno tenuto tutti i nostri culi al caldo, inclusi quelli dei “pacifisti”, che – comunque – sono rimasti qui da noi, invece di andare a vivere nei paesi dove governano quelle culture, a parte quelli che ci sono andati per fanatismo o interesse economico.

Sta di fatto che lo spauracchio nucleare, per loro (gli altri) non è più tale e ci viene sbandierato sotto il naso, forte della nostra (occidentale) debolezza. Le guerre si evitano o fermano uscendone con accordi realmente pacificatori, oppure si conducono fino alla fine, se no sono equiparate a sconfitte. Questo è accaduto a noi in tutti i più recenti interventi militari in giro per il globo.

Nonostante nell’odierna accezione di alcuni, io non mi possa definire pacifista (pensa te…), credo fermamente nella ricerca ad oltranza del dialogo e che si debbano applicare le sanzioni più dure possibili, pur sapendo che la pagheremo sulla nostra pelle, particolarmente noi delle classi sociali più deboli. Del resto si tratta di un sacrificio minimo, rispetto a quello degli ucraini come noi, che stanno perdendo la vita e tutto ciò che si erano guadagnati con il lavoro e l’impegno.

Però, penso pure che, se resisteranno, ci salveranno dalla medesima sorte. Chissà se a tutto questo ci pensa chi riesce a trovare delle giustificazioni per Putin, chi non vuole aiutare l’Ucraina con la fornitura di armi, chi non vuole aumentare la spesa militare, chi da per scontato che in caso di guerra si scappa, perché lo “stato” è sempre solo quello di convenienza. Probabilmente è tutta gente che quando boccia con ragione, scende dall’auto e consegna un assegno in bianco alla controparte che l’ha tamponato, non propone nemmeno il CID.

A me, invece, non pare normale cedere la mia libertà, quella per la quale è morta molta gente come me, vissuta prima di me e che si identifica in un paese, che nel nostro caso si chiama Italia, Europa. Oggi il concetto di confini non dovrebbe avere più senso, tuttavia, al cospetto delle culture medioevali che ci circondano, come Islam integralista, Cina e Russia, ritorna ad essere indispensabile difenderne i confini fisici e ricreare dei muri, per difendere la nostra libertà. E’ la morte della globalizzazione e della multiculturalità come sono state intese fino ad oggi: un salto indietro della storia.

Queste vecchie e mai sopite autocrazie avanzanti negano il diritto all’autodeterminazione degli individui. Io non voglio vivere comandato da quella gente lì! Ma come diavolo potrei riuscire ad imbracciare un arma per ammazzare altri uomini? Detta così, da qui, adesso, faccio fatica ad immaginarlo… Magari potrei dare supporto logistico per approvvigionare chi combatte (e il rischio sarebbe alto comunque). Ma poi che ne so io di cosa si fa in quei casi? Ho tanti dubbi, ma – forse – se fossi ucraino, sarebbe diverso e dubbi non ne avrei più. Mai dire mai…

LETTURE CONSIGLIATE:

Venti di tempesta

Negli ultimi tempi, riflessioni che paiono come le cupe nubi di una brutta tempesta in arrivo, si sono affacciate alla mia mente. Sì, la mia, quella di uno che, fino a quando è nato suo figlio, ha vissuto da Peter Pan, in una confortevole incoscienza: un cazzone o cazzaro, a seconda della zona d’Italia o del mondo dove mi incontravate. Ed ora, eccomi, come un replicante uscito da un baccello ricolmo di liquido bavoso, ad affrontare i cosiddetti casi della vita.

Non che prima fossi Alice nel paese delle meraviglie, semplicemente tutto girava rotondo, come per inerzia. Da quel momento, in un crescendo esponenziale, ho iniziato a sentire direttamente sulla mia pelle, non solo le responsabilità (i figli crescono e le mamme imbiancano…), ma i pericoli che mi circondavano.

L’inquietudine per il mio futuro economico (buste paga alla mano, dal 2008 gli stipendi non sono più aumentati) e l’emergenza ambientale, evidenziata dalla mutazione del clima, sono sotto gli occhi di tutti. Poi, la pandemia, con la vita surreale alla quale ci ha costretto ed infine la guerra. Una guerra con rischio di deriva nucleare, scatenata da un pazzo criminale, che ci riporta all’arcaico concetto di confini politici del secolo scorso, alla sofferenza della morte e alla paura di perdere quel modello di vita – pur criticabile e migliorabile – che è la democrazia.

Tutto questo sembra concorrere ad una fine della società occidentale, della vita, del pianeta. Se non in un modo, nell’altro: debiti, fame, inquinamento, malattia, guerra. Certo in qualche modo ce ne dovremo andare, ma “a pagare e morire c’è sempre tempo”, diceva mio padre, buon anima. Quindi io mi preparo alla tempesta, andando incontro alle sue nubi minacciose e che la forza sia con me: l’amore per mio figlio, la famiglia e la vita, fino alla fine. E se fine non sarà prima del tempo stabilito, sarà stato ancora una volta – per tutti – un ripasso della memoria: quella dei nostri padri, che stavamo per dimenticare completamente. Quella memoria, che spesso io mi facevo cruccio di non saper trasmettere a mio figlio. Invece ci ha pensato la storia, a modo suo: come quelle cure invasive e dolorose, che devastano corpi e anime, per cercare di farci sopravvivere a quel brutto male, che attanaglia l’uomo da sempre, la malvagità.

Maledetti bastardi… sono ancora vivo!

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