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Uno su Mille(lire) ce la fa

“La ragazza di Via Millelire” (regia di Gianni Serra, recentemente scomparso), è un film uscito nel 1980, la cui protagonista è Betty (interpretata da un attrice all’epoca tredicenne, Oriana Conforti). È un film di analisi sociale e anti convenzionale, che fotografa la realtà di un quartiere che è stato un simbolo della sofferta trasformazione sociale che il nostro paese ha avuto dopo la fine del boom economico del dopo guerra. Si trova gratuitamente su Youtube, ma – vi dico subito – dato il taglio: bisogna avere la curiosità e la voglia di guardarlo, per scoprire o rivivere (nel mio caso) l’atmosfera di quel periodo storico. Il racconto è realista e fedele, perfino nel linguaggio volgare e blasfemo, tipico di “zona”. Io ero lì, a quel tempo, come oggi, ma dall’altra parte della barricata, rispetto ai “truzzi”, così come venivano definiti i protagonisti del film. Mirafiori Sud, Torino, è il quartiere dove si svolgeva la storia del film, la quale non solo rimanda agli analoghi problemi vissuti oggi dai nuovi immigrati, ma ci fa riflettere una volta in più sulla famosa (ed ancora attuale) frase di Massimo D’Azeglio: “Fatta l’Italia, ora bisogna fare gli italiani”.

A quel tempo, il necessario non mi mancava, ma non ero certo ricco: la mia famiglia aveva conosciuto la fame durante la guerra e si era sempre data da fare per lavorare. Per questo non ho mai capito che cosa spingesse i truzzi a darci la caccia e ad intimidirci: sempre in superiorità numerica, sempre più grandi e spesso con il coltello in tasca. Non è facile sentirsi esclusi, capisco. Per questo quei ragazzi reagivano alla loro condizione con la mancanza di rispetto e la provocazione verso il “nemico”. Chi, come me, era ragazzo a quel tempo, ricorda le frasi simbolo, delle quali oggi sorridiamo, tipo: “Cazzo ti guardi!”, “Ti scendo le mani in faccia…” e “Esci fuori i soldi, se non vuoi tagliata la faccia!” che ci venivano rivolte quando incontravamo quelle piccole bande. In giro dovevi tenere gli occhi aperti, non mostrare paura e farti i fatti tuoi.

Leggo che il film non fu apprezzato, né dalla destra (nonostante non si schierasse), né dalla sinistra. E pensare che la realizzazione fu sostenuta dal sindaco di allora, Diego Novelli del PCI, al quale, nel bene e nel male va riconosciuto il merito di avere iniziato la trasformazione post boom e post crisi industriale di Torino, alla fine degli anni settanta. Ebbe coraggio, posso dire, perché il film – in effetti – metteva in evidenza i limiti, le contraddizioni e l’utopia degli interventi sociali a favore dell’integrazione, fatti su ispirazione della sinistra, comunista e democristiana. Adesso il quartiere è profondamente cambiato e i problemi di integrazione sociale si sono spostati in altre aree, anche se non si può generalizzare, perché in varia misura l’intera città è coinvolta. Oggi come allora però, io mi chiedo: siamo proprio sicuri che gli interventi sociali tentati fossero completamente inutili ed inefficaci? Non è che, qualsiasi cosa si faccia, dobbiamo fare i conti con un atteggiamento di rifiuto all’integrazione ed alla crescita culturale? Giusto dare opportunità e non arrendersi nell’offrire solidarietà, tuttavia ci vuole anche severità con chi non merita aiuto. Mi piacerebbe poter dire che uno su mille ce la fa, ma – per ciò che ho visto con i miei occhi – non lo credo. Questa è, ovviamente, la mia opinione, non quella del film, che non esprime giudizi e lascia ad ognuno la libertà di farsi un idea propria.

“Difetto di comunicazione”

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Torino significa vivere in una delle città più verdi al mondo, dove però ci sono difficoltà a tenere in ordine i parchi e i giardini, troppo spesso coperti dall’erba alta. Poi, Torino organizzatrice di eventi per tutti, come in Piazza San Carlo, per la proiezione su maxi schermo della finale di Champions League, con i feriti causati dai cocci del vetro che non si doveva vendere e dalla fuga senza avere previsto gli spazi adeguati. Torino, dunque, una città abituata ad essere proiettata in avanti, che subisce una battuta d’arresto.

Non voglio qui emettere sentenze contro il sindaco e la giunta, questi problemi c’erano anche prima; vorrei,  più in generale, sottolineare che fare i politici necessita di esperienza e competenza – non necessariamente tecnica – nella gestione dell’ordine e dell’organizzazione pubblici, per la convivenza tra i cittadini e per il funzionamento della macchina burocratica. Dove le parole “politici” e “burocratica” non sono brutte parole, ma cose necessarie. Semmai sono gli interpreti che le hanno fatte diventare brutte.

E poi, c’è l’argomento  piste ciclabili: il motivo che mi ha spinto a scrivere questo post.

Da questa primavera mi reco al lavoro in bici e percorro il viale che separa le due grandi aree dell’azienda e conduce all’imbocco della tangenziale. Una zona industriale fagocitata dalla città e convertita per metà ad asset non produttivi e al politecnico. Il viale è alberato e percorso nei due sensi da piste ciclabili, che, finite le Olimpiadi, non  sono più state manutenute. La foto di Google Maps risale a prima delle ultime elezioni comunali. Sui marciapiedi, contro il muro di cinta, si notano le vetture in divieto di sosta, ai quali le stesse accedono passando – senza averne diritto – dalle piste ciclabili,  rovinandole. Con una normale bici urbana o da strada si rischiava di cadere a causa delle buche, quando addirittura non si rischiava di essere investiti dalle auto stesse. Ma, finalmente, dopo le elezioni, iniziano i lavori e, sorpresa: invece di proteggere il percorso, oltre che ripararlo e rifare la segnaletica, vengono creati dei varchi di accesso alla pista per le auto. Il lavoro viene eseguito in un solo senso e nel primo tratto, così quando si torna a casa si è costretti a percorrere la pista in contromano rispetto alle auto (l’altro senso continua ad essere inagibile). A questo proposito, però, mi piacerebbe che il sindaco e la giunta mi dessero una spiegazione e mi convincessero che quel tratto di pista non sia stato fatto – unicamente – per consentire di parcheggiare l’auto a quelli che entrano dai cancelli adiacenti, creando quindi il paradosso, più unico che raro della “pista ciclabile per le auto”.

Insomma il classico lavoro del cazzo, per realizzare una  banale pista ciclabile. E sono proprio queste le cose che ti fanno fare le figure di merda, per giustificare le quali tu, politico, mi dirai di avere difettato nella comunicazione. Appellandoti alle vuote parole invece che ai fatti, completando poche centinaia di metri di pista. Perché, se non mi smentisci il fatto che la pista sia stata fatta ad uso di alcuni privilegiati in auto, significa che agli altri cancelli del viale accedono solo figli di zoccola (tra i quali ci sono anch’io) e, pertanto, non meritevoli: “Ma dai, sarò io che non ho capito una fava: avrò difettato nella comprensione.”

L’ultimo Angelo del Filadelfia

GT

La confidenza di un caro amico mi ha ispirato questa semplice favola. La dedico, da tifoso juventino, a lui – granata – e a tutti i tifosi amanti del calcio e delle emozioni che può dare lo sport, in questo caso, rese indelebili  da ciò che accadde a Superga quel tragico 4 Maggio 1949.

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Alla coda dell’ingresso mi ritrovai di fianco ad un signore che aveva qualche anno in meno di me, ma anche lui con la barba bianca.

Quella sera, 17 Ottobre 2026, nella stessa data, dopo cento anni si inaugurava il nuovo Stadio Filadelfia.

Una bella opera dove oltre ad avere sede il Torino FC, si racconta la storia di una leggenda che ha commosso il mondo intero ed è storia e orgoglio per la nostra città.

Iniziammo a chiacchierare; entrambe avevamo avuto la fortuna di vedere quello stadio ancora vivo, anche se l’ultima partita ufficiale fu giocata il 19 Giugno del 1963 quando ancora non eravamo nati.

Tanti racconti e ricordi, episodi divertenti ed imprese sportive, di quando giocavamo ancora a calcio e della passione di quel tempo. Quando gli raccontai di me e di quando mio padre veniva a vedermi, egli si rabbuiò e io non capii che cosa lo aveva turbato.

No, no era per me. Mi spiegò il motivo per cui era venuto allo stadio: perché aveva un appuntamento. Continuavo a non capire, allora mi raccontò la sua storia, che riguardava suo nonno, di nome Enrico come lui, nato nel 1900.

Ai tempi di quel fatto, lui era un giovanotto di belle speranze che dopo la trafila al Barcanova, venne chiamato al Toro per giocare nella categorie Giovanissimi, Allievi e poi Beretti, che si allenavano al Vecchio Filadelfia: il Tempio degli Angeli.

Quel ragazzino presuntuoso credeva di sapere tutto della vita… e poi, giocava nel Toro di Paolino Pulici e Ciccio Graziani: chi lo poteva fermare?

Il nonno, essendo lui l’unico nipote, prendeva l’autobus e lo andava a vedere durante gli allenamenti in settimana; lo faceva per passare il tempo e perché era orgoglioso di quel ragazzo.

Ma il giovane Enrico era presuntuoso e lo disse a suo padre, chiedendo – con tono arrogante – che nonno Enrico non andasse più al campo ad osservare le sue evoluzioni. Dentro si sentiva, orgogliosamente, già un uomo.

Papà Adelmo lo fece presente al nonno che buttò giù il boccone amaro. Tuttavia a nonno Enrico non gli riusciva proprio di non andare a vedere il nipote, sicché tornò al campo e, per non farsi vedere, si nascose dietro ad una colonna, assistendo di soppiatto alle partite del nipote.

Un giorno, giocando, Enrico se ne accorse, perché il nonno all’epoca portava quel cappello che qui in Piemonte si chiama bonet e che vide sporgere da dietro quella colonna.

Il giovane Enrico andò a casa e riferì di nuovo tutto al padre, il quale lo rifece presente al nonno. Da quel giorno nonno Enrico non andò mai più al Filadelfia. Lui, che nel Tempio aveva visto gli Angeli giocare e vincere tutto quello che si poteva vincere, proprio ora, che poteva vedere suo nipote su quel manto verde.

La cosa procurò un gran dispiacere al nonno ma il nipote non se ne rese conto, anzi nella sua stupidità ne fu contento.

Passarono gli anni e il giovane Enrico, che dopo il Toro fu girato al Pinerolo, continuava a raccontare al nonno le sue evoluzioni calcistiche, ma l’anziano rimaneva impassibile e indifferente: non gliene fregava più nulla.

Il giovane Enrico non capiva, così lo prese da parte, chiedendo spiegazioni, da nipote a nonno.

Fu allora che nonno Enrico sbottò e piangendo, gli raccontò della delusione che gli aveva dato anni prima. Il ragazzo si sentì uno schifo e solo in quel momento capì quanto lo avesse  ferito: un ex partigiano, uno di quegli uomini che hanno fatto la storia in silenzio e oggi non si fanno più. Lui, uno stupido ragazzo, era riuscito a farlo piangere, che vergogna.

Fu l’unica volta che lo vide piangere e pianse con lui, chiedendogli scusa.

Nel Settembre del 1987 nonno Enrico fu chiamato su, dagli Angeli, e il giovane Enrico, ancora oggi, che giovane non è più va a trovarlo nella sua dimora di via Catania e gli chiede sempre scusa, perché si fa ancora cruccio di quel fatto, anche se in cuor suo sa di essere stato perdonato.

Questo era il motivo per cui era lì, perché aveva desiderato per tutta una vita di vedere quello stadio ricostruito, per cercare di togliersi quel peso.

Ma il sospiro possente della folla ci interruppe: al di là del muretto basso, che una volta era una rete metallica, stavano per entrare le squadre, per la partita inaugurale.

Fu in quell’attimo che accadde qualcosa di miracoloso, che io – per di più gobbo – continuo ancora a raccontare senza essere creduto.

Ammirando la coreografia degli spalti fummo attratti da un signore anziano, apparso da dietro una colonna, che stava entrando in quel momento. Quell’uomo indossava un copricapo desueto, un bonet e il signor Enrico appena lo vide, mi mollò e facendosi largo, corse verso di lui ad abbracciarlo.

Entrambe girarono come se non mi vedessero più, guardando il campo. Mi voltai anch’io, ora c’era la rete e potevo sentire il rumore dei listelli di cuoio chiodati di un tempo – sotto le scarpe da calcio – picchiettare sulla scaletta di cemento che accedeva al campo, mentre a pochi metri da me, apparivano le vecchie maglie granata con il grande scudetto sul petto: ecco Valentino, col gagliardetto in mano, poi Bacigalupo, Loik, Gabetto e via via tutti gli altri Angeli del Filadelfia entrare tra il boato impressionante della folla. (Gli Invincibili)

Io non potei raggiungere il mio nuovo amico e il suo compagno, tanta era la gente; loro trovarono posto sulle scalinate, più in la, in piedi e pigiati, ma felici di vivere insieme la leggenda, sentire il fiato dei calciatori e l’odore dell’erba smossa dai tacchetti.

La partita finì. Fu una bella festa, la gente defluì ordinatamente dal nuovo impianto. Io e lui ci ritrovammo subito fuori e ci guardammo senza dire nulla.

Prima di lasciarci facemmo gli apprezzamenti per la bella partita, l’atmosfera, la cerimonia e l’emozione che ci aveva dato. Il signor Enrico sembrò andare via subito, ma, prima di allontanarsi, esitò e mi chiese: “L’ha visto anche lei, vero?”

“Sì”, gli risposi e ci salutammo.

Se non mi credete, andate attorno allo stadio nuovo: gli abitanti del quartiere vi racconteranno che qualche sera, quando la notte è più silenziosa e nessuno gioca nello stadio, pare ancora di sentire i ragazzi che corrono, gli allenatori che gridano e i calci al pallone. Allora se ci si affaccia, li si può vedere ancora per un istante, mentre finisce l’allenamento e loro si avviano verso gli spogliatoi.

Tranne uno, che si ferma e si rivolge con un cenno verso l’angolo d’ingresso, dove siede sempre un signore anziano col bunet, il quale risponde sorridendo con un saluto della mano, si alza e svanisce, lasciando il posto alla magia di quel campo. Quell’anziano lo chiamano l’Angelo Custode del Filadelfia.

L’anti-juventino

Cattura

Il calcio è un gioco; una forma d’espressione del talento umano, che, come tale, provoca ammirazione ed entusiasmo, generando quel fenomeno che si chiama tifo. Per questo motivo il calcio dà profitto. A molti il tifo pare una cosa stupida, perché ne vedono solo l’errata interpretazione da parte di alcuni e danno la colpa al calcio stesso, se altri lo usano come strumento per speculare e delinquere. Tutto questo ferisce la passione sincera dei tifosi intelligenti di qualsiasi squadra, ma nonostante ciò, il tifo resiste, perché è un sentimento consolatorio e rassicurante, nelle cui emozioni si cela qualcosa di ancestrale: perché il tifo riporta l’individuo alle radici della vita tribale, della propria terra o di una comunità di appartenenza. Io, ad esempio, l’amore per la Juventus l’ho ereditato dai miei zii e da mio padre, perché con lui ho condiviso tante partite e tante emozioni sportive, nonché la passione per il calcio giocato. Così, quando guardo una partita di calcio, ad ogni gol condivido ancora la stessa gioia che provavo da ragazzino con lui. Del resto, le gesta dei campioni e degli eroi hanno sempre aggregato gli esseri umani e costituito esempio di virtù: basti pensare ai greci e ai romani. Infatti, il vero tifoso, proprio perché non ha interessi ed è mosso solo dalla passione e da un sentimento puro, può essere un esempio di lealtà e rispetto. In fondo, il tifo è una forma di amore, perché non ha una logica ed è irrazionale.

Esiste però una categoria di tifoso (chiamiamolo così) differente, che non è una persona normale. Una persona con dei disturbi della personalità, espressione della parte malata della società italiana: disfattista, frustrato ed invidioso. Una figura che, quando coincide con il tifoso sfegatato granata, raggiunge il peggio ed assume anche i connotati dello sfigato. In generale, questo individuo è una creatura meschina, che incarna la malignità, e si chiama, anti-juventino. L’anti-juventino è spesso un codardo, nascosto sotto dei panni borghesi ed è lui – sono convinto – a costituire buona parte di quella società del nostro paese il cui specchio è la peggiore classe politica e la peggiore dirigenza calcistica. Infatti, come per mani pulite, anche nel calcio è andato in scena l’ennesimo dramma alla Gattopardo: “cambiare tutto per non cambiare niente“, lasciatoci in eredità dalla cultura borbonica. Chi tra i tifosi della Juventus si comporta nello stesso modo, nei confronti delle altre squadre, crede di essere tifoso della Juve, ma non lo è. Anche lui fa parte di questa gente, animata dalla faziosità, dalla cultura del sospetto e del delegittimare i valori dell’avversario; costui, è corresponsabile, assieme ad un certo giornalismo, delle degenerazioni del tifo violento, per il quale nemmeno le società sono esenti da colpe, tanto che dovrebbero essere loro a sostenere i costi di ordine pubblico delle partite.

Il risultato – dieci anni dopo calciopoli – è che loro (gli anti-juventini), e i loro club, hanno regolato i conti con Moggi (non più protetto dagli Agnelli), facendogli pagare – giustamente – il proprio delirio di onnipotenza. Alla luce di questo, mi chiedo se gli anti-juventini siano mai stati realmente convinti che così si ripuliva il calcio; mentre invece era chiaro che si trattasse di un sistema dove uno si era allargato troppo e gli altri gliel’avevano fatta pagare. Il resto è vergogna: l’Inter che vince gli scudetti di cartone, il Milan che non viene retrocesso, fino ai Lotito e i Tavecchio al vertice del calcio nazionale. Senza parlare delle violenze tra presunti tifosi romanisti e napoletani, a completare il quadro di un decennio, che avrebbe dovuto portarci al calcio degli onesti e delle famiglie negli stadi. E i granata? Poverini, vanno una volta all’anno a piedi fino a Superga per ricordarsi di esistere.

Dello juventino (o gobbo) si dice che sia antipatico e arrogante. Vero, queste sono caratteristiche della società sin dalla fondazione, ad opera degli studenti aristocratici del liceo D’Azeglio, successivamente perpetrata dalla proprietà Agnelli e – soprattutto – dalle tante vittorie. Un gioco delle parti, nonostante il quale, lo juventino vero, non trascende i limiti della sana goliardia e del buon gusto e non ci mette mai nulla di personale. Questione di intelligenza: quella che manca all’anti-juventino. Chiamatelo, se volete, stile.

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Miraflores

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Colto da una strana sindrome, in questi giorni ho scattato qualche foto, mentre “passeggiavo” con il cagnolino.

Spero non sia grave. Comunque, le foto sono state scattate nel borgo vecchio di Mirafiori, che oltre ad essere ricco di verde (nonostante sia periferia cittadina), è vicino al Castello di Stupinigi e ospita il mausoleo della Bela Rosin (concubina di re Vittorio Emanuele II).

Scomparso il castello di Miraflores, eretto da un Savoia per la propria sposa di origini spagnole (di lì il nome che doveva ricordare i fiori colorati delle soleggiata Spagna), a causa delle esondazioni del vicino torrente e dell’abbandono, resta la borgata con la pregevole chiesa e alcune costruzioni che facevano parte del complesso.

Tra le foto fa eccezione la meridiana sul campanile, che ho fotografato a Lanzo Torinese e mi serve per una considerazione che farò alla fine.

Due foto sono fuori contesto e riguardano i – davvero poveri – resti della torre di controllo del primo aeroporto (militare) italiano, di inizio ‘900, che ospitò dirigibili e aerei dell’epoca, incluso quello di Francesco Baracca. Rocambolesco fu un volo pionieristico Torino-Roma e ritorno, con atterraggio fatto solo con la luce delle torce posizionate a terra.

A Mirafiori è in atto una profonda riconversione degli stabilimenti che producevano auto. In quell’area lavorano comunque ancora molte persone, sia della progettazione, che della finanza e dell’amministrazione. All’interno sta crescendo una sezione del politecnico dedicata all’auto con molti ragazzi, anche stranieri che hanno portato vita in un quartiere ormai anziano.

Ancora una curiosità da me rilevata. La popolazione è composta da molti pensionati, artefici della immigrazione ai tempi del boom ed ormai stabiliti qui: buffo vederli oggi accesi sostenitori al banchetto della Lega, spesso presente al mercato rionale.

Ah, dimenticavo la considerazione che mi ha fatto fare le foto: pensandoci bene, guardando le frasi sulle pareti delle antiche palazzine e meridiane, mi vien da dire che quelli di Twitter sono arrivati molto dopo, direi, tardi.

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Scoprirsi di Torino

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Torino è storicamente un laboratorio che lavora, per vocazione, sotto voce.

Magari si fa soffiare le cose: moda, cinema, TV, Telecom e, a momenti, l’auto. Poi, l’operosità culturale, umanistica e tecnica e il carattere tenace della gente – tipico dei luoghi freddi – la fanno ripartire, per produrre nuove sfide e opportunità. Uno spirito, che viene da lontano, fin dai tempi degli antichi romani, quando qualche legionario si guadagnava le terre e si stabiliva qui. Questo ha alimentato la città e la sua regione, di nuove idee e di nuovi abitanti.

Favorita dalla posizione geografica, Torino, si trova in un crocevia di cultura e commercio, tra il resto della penisola e una parte dell’Europa, con la Liguria che fa da porta verso il mare. In futuro, quanto più queste distanze si “accorceranno” tanto più potremo avere opportunità di lavoro, come avviene già verso Milano e, domani, avverrà con la Francia.

Qualche anno fa, lo slogan “Torino on the move” – che mai fu più azzeccato – traeva parte del proprio senso, anche da tutti coloro che vennero a Torino per lavorare (ad esempio i miei nonni), fossero essi operai o persone più qualificate. Ciò accade ancora oggi, nonostante la situazione occupazionale nazionale sia drammatica; speriamo che questo sia il presagio di una nuova ripresa.

Sfatiamo il pregiudizio che Torino sia fredda e grigia: bisogna saperla guardare. Torino è amore per il territorio e per i suoi frutti, che ci deliziano in cucina e a tavola. Cito, per golosità, fra i tanti, i formaggi e il vino, ma sappiamo fare egregiamente anche la birra. Per provare, fatevi invitare a tavola… ah, ah, ah, sempre che siate bravi a raggirare la nostra tirchieria, che non è mancanza di generosità. Oppure, che siate capaci di vincere la diffidenza, semplicemente senza imbarazzare la nostra riservatezza, che non è presunzione, ma carattere e affidabilità.

Nesuno è perfetto. La definizione “falsi e cortesi”, un fondamento reale ce l’ha, ma ha anche un pregio, che vi piaccia o no. Quello di garantire la coesistenza sociale, senza la necessità di usare la prevaricazione e l’aggressività verbale.

Torino è passione: basti pensare alle olimpiadi, alla storia delle sue squadre di calcio e alle tante altre manifestazioni popolari, come i concerti, che la caratterizzano. Torino è cultura come gusto del piacere. Ammettiamolo, assomiglia più alla odiata Francia, che al resto d’Italia, ma in fondo, che c’è di male? Sì, è colpa dei Savoia e delle loro ambizioni, però ci è andata bene così,  ed è grazie a questo, che Torino ha una forte vocazione “europea”.

Ci sono persone che non conoscono – e non riconoscono – il contributo storico fondamentale del Piemonte e della sua gente, dato alla costituzione dello stato Italiano, in termini di ideali, di idee, di sangue e di lavoro, fin da quando era ancora un regno; ma non importa, noi lo sappiamo e tiriamo avanti, guardando a noi stessi. Perché noi siamo Piemontesi. Io penso, che sei Piemontese se sai usare il silenzio in modo costruttivo e sei Torinese, se sai essere cittadino del mondo, rimanendo con i piedi a terra. Io, mi sento così.

Ognuno di noi potrebbe continuare con le citazioni a suo piacimento. Io però, aggiungo ancora due cose: l’educazione e il rispetto, anche se farò sorridere qualcuno ironicamente. Sinceramente, mi dolgo di fronte al disfattismo strumentale e all’invidia: ci perdiamo tutti. Ci perde l’Italia. Perché, dopo avere viaggiato, in diversi luoghi del mondo e in diversi anni – nonostante il degrado che c’è stato anche da noi – considero Torino una città dove è bello vivere e una città civile, che mi fa essere orgoglioso di essere torinese.