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La solitudine del (numero) primo

“La tocca per Diego, ecco, ce l’ha Maradona. Lo marcano in due, tocca la palla Maradona, avanza sulla destra il genio del calcio mondiale. Può toccarla per Burruchaga… sempre Maradona… genio, genio, genio… c’è, c’è, c’è… goooooooooool… voglio piangere… Dio Santo, viva il calcio… golaaaaaazooo… Diegooooooool… Maradona… c’è da piangere, scusatemi.. Maradona in una corsa memorabile, la giocata migliore di tutti i tempi… aquilone cosmico.. Da che pianeta sei venuto? Per lasciare lungo la strada così tanti inglesi? Perché il Paese sia un pugno chiuso che esulta per l’Argentina… Argentina 2, Inghilterra 0… Diegol, Diegol, Diego Armando Maradona… Grazie, Dio, per il calcio, per Maradona, per queste lacrime, per questo Argentina 2, Inghilterra 0.”

Inizia così questo post sul talento, il mito e l’astuzia di Diego Armando Maradona fuoriclasse del calcio: con la trascrizione della telecronaca di Victor Hugo Morales, detto “il cronista di Maradona”, il più grande calciatore della storia, che in quella partita si prese una rivincita sugli inglesi, riscattando l’intera Argentina, per la sconfitta subita nella guerra delle Malvinas. Prima segnando con astuzia un gol con la mano (fallo non visto dall’arbitro), poi umiliando gli avversari con uno slalom irresistibile, a compimento di un melodramma, che meglio non si poteva rappresentare.

Il mito, al di fuori delle leggende, è quello che si crea quando l’eroe incarna un sogno ed un bisogno collettivo. L’astuzia è, quasi sempre, una prerogativa imprescindibile dell’eroe vincente. Nel film “Io sono Francesco Totti” – un altro fuoriclasse – anche l’ex calciatore della Roma parla dell’astuzia nel calcio, definendola una qualità indispensabile per diventare un campione. Chiunque abbia giocato a calcio lo sa, e lo dice uno che procurò un rigore inesistente, che valse la finale, poi vinta, alla sua squadra. Ma l’astuzia è una prerogativa che si trova in bilico tra due pessime qualità: la malafede e la cattiveria. A seconda di come si interpreta la questione, si può perfino cambiare il giudizio sulla storia, se non, addirittura, il suo corso. La VAR, a questo proposito, modificando l’esito di certe partite ed episodi, ci avrebbe privato di tanta storia del calcio che amiamo, diventata poi leggenda, come in questo caso.

Tornando all’eroe, possiamo dire che è vittima della storia, perché alla storia appartiene. Sarà poi il caso a decidere da quale parte l’eroe sarà schierato: in comune alle due fatalità, ci sarà sempre e solo il suo credo sincero, l’identificarsi nel suo popolo. Anche questo ci fa capire Totti, nel suo film documentario. Eroe e popolo si legittimano vicendevolmente, l’uno non potrebbe fare a meno dell’altro. Per questo la sopravvivenza dell’eroe si fa difficile quando viene a mancare il favore e l’aiuto degli dei (show business e media), se lui non sa togliersi l’armatura e vivere da uomo normale. Il popolo dimentica in fretta e cerca, indotto dagli auspici degli stregoni (i politici, i giornalisti, la delinquenza organizzata), un nuovo eroe da osannare e che gli dia una ragion d’essere, purché non pensi – singolarmente – con la propria testa.

Da avversario sportivo, ma amante dell’umanità (intesa come qualità), non giudico Maradona, lo ricordo e lo amo per l’emozione che mi hanno dato le sue gesta: su tutte quella di Argentina – Inghilterra, anche se quella guerra, che ne è il presupposto per il melodramma, voluta dal regime per salvare la dittatura argentina, era sbagliata. Ma quello non era certo colpa sua. Di lui amo la purezza, la bellezza estetica e l’arte di accarezzare il pallone, che lo portarono a compiere quei gesti.

Diego Armando Maradona, mito ed eroe vincente per la gente, ma perdente per se stesso, come uomo normale, senza armatura. Un uomo che ha dato senza ricevere nulla umanamente, a causa della sua debolezza culturale e caratteriale. Lo dico, con tristezza ed amarezza, perché penso sia così, senza voler fare retorica o morale, perché alla fine della sua vita, è rimasto circondato da una corte cattiva di parassiti e sciacalli. Persone che lo hanno lasciato – se non indotto – a morire solo, lui, El Pibe de Oro, Lui che era stato il primo.

La riconquista dello spazio

Centocinquanta metri quadri di appartamento non sono pochi. Eppure, non ci crederete, ci stava mancando l’aria. Tutto iniziò quando, in previsione di fare un figlio, decidemmo di scambiare l’appartamento, da cinquantacinque metri quadri, con quello più grande di mia madre.

Al tempo, ovviamente ristrutturammo e comprammo i mobili di alcune stanze, tuttavia non avemmo il coraggio di buttare via ciò che non ci piaceva e non occorreva. O meglio, evitammo l’incidente diplomatico con la suocera (mia madre), convinta di averci fatto un grande omaggio nel lasciarci i suoi vecchi mobili ed una quantità di roba senza senso. Così al nostro ingresso nell’appartamento ci siamo ritrovati con una casa che non era la “nostra”: una casa nella quale erano evidenti le stratificazioni storiche, come accade a Roma, dove si sovrappongono duemila anni di storia. Fatte le debite distinzioni, ovviamente.

Ad un certo punto, passato qualche anno ed avuto il bimbo, accade che il passare tante ore a casa, durante l’isolamento dovuto alla pandemia, ci fa aprire gli occhi. Folgorati da ciò che abbiamo improvvisamente visto, abbiamo iniziato ad eliminare mobili e mobiletti, oggetti e suppellettili, senza contare la quantità di cose inutili (di quelle del tipo, teniamo che non si sa mai) ormai diventate niente altro che immondizia.

Nonché libri. Eh sì, l’enorme libreria Ikea aveva, anche lei, delle dimensioni finite, come la casa, del resto, ma ospitava ormai volumi di nessun interesse o valore; quindi si rendevano necessarie delle scelte “manageriali”, anche se so che qualcuno storcerà il naso. Mi sono occupato personalmente della epurazione: senza pietà ho fatto fuori una enciclopedia di lavori a maglia, improponibile anche quando è stata pubblicata, con certi maglioni che mia madre faceva e poi mi obbligava a mettere da ragazzino. Vendetta era compiuta!

Ad un certo punto mi capita tra le mani una di quelle enciclopedie, che parevano per metà riviste di arredamento e “bon ton”, ma con all’interno delle classiche ricette piemontesi: vero che c’è internet, ma vuoi mettere il fascino delle ricette originali della nonna! Immediato intervento della sovrintendenza: sì, via dalla libreria, ma ora conservate a casa della suocera (sempre mia madre).

Un altra raccolta che occupava uno spazio esagerato era quella denominata “Selezione della Narrativa Mondiale” di Reader’s Digest. Ora, senza raccontarvi la storia di questo tipo di pubblicazioni, dico solo che si trattava di estratti delle opere e che, in quanto tali, non erano a mio giudizio meritevoli. L’opera deve essere integrale, quindi, via!

Il maggiore sacrificio che ho dovuto fare, ignorando i sentimenti del cuore, è stato il buttare al macero l’enciclopedia di geografia per ragazzi della fine degli anni sessanta, i cui volumi, ingialliti e consumati, trattavano tutte le regioni e tutti gli stati del mondo. Io l’ho amata, non l’ho solo studiata, l’ho letta e riletta tutta, per viaggiare virtualmente quando da ragazzo non ne avevo le possibilità. Ma il tempo passa, le epoche cambiano ed io avevo un obiettivo prioritario e non meno importante: dovevo riuscire a conservare lo spazio per tutta la narrativa del secolo scorso, per i vinili di jazz, blues e rock, nonché la collezione di Dylan Dog, tutto stipato dentro svariati meandri della casa. Dovevo anche ricreare spazio per i CD, che non cresceranno più, soppiantati dallo streaming e che erano prima distribuiti in quattro mobiletti dedicati (i quali soffocavano letteralmente la sala), che ho buttato via senza pietà.

Liberati gli svariati meandri della casa, si è creato, per effetto domino, ordine in ogni armadio, nonostante alcuni mobili fossero già diventati materiale per l’azienda rifiuti. Finalmente ora si respira (anche meno polvere) e ci si muove più liberamente. Via anche dei cuscini, via delle tende, per una pulizia visiva che conferisce un effetto minimalista all’arredo della casa (finalmente il nostro) e che aiuta ed induce a tenere in ordine. Mia nonna paterna diceva: “Ad ogni cosa il suo posto e ad ogni posto la sua cosa.”

Avere le cose in ordine ha restituito il piacere di scegliere quale libro leggere tra i tanti belli che mia madre ha collezionato, oltre ai miei, ma anche il piacere di scoprire cose diverse, alle quali mai mi sarei avvicinato. Idem dicasi per la musica, che sì, so di avere, ma ora posso scegliere come in un “cloud” fisico, o, per usare un termine antico, come in un jukebox.

Ora sono più facili le pulizie e potremmo anche pensare ad un robot per i pavimenti. Tuttavia non è questo che volevo dirvi. Volevo dire che a volte le cose non accadono per caso. Avrei potuto limitarmi a riordinare la cantina o il garage, che pure sono state travolte da quello sterminio di massa, ma sarebbe stata solo una goccia nel mare della mia mente.

In questi ultimi tre anni sono accaduti dei fatti e si sono presentate delle difficoltà (soprattutto economiche) da non dormire la notte, che stanno inducendo dei cambiamenti radicali nel nostro tenore di vita, rendendo necessaria una completa riorganizzazione del tutto. Ecco, forse questo è ciò che è accaduto in realtà: il riordino delle idee per la riconquista dello spazio mentale.

Forse, domande senza risposta

Sarebbe interessante capire che cosa, sin dall’alba dei tempi, abbia spinto l’essere umano, e prima ancora i suoi antenati, a scoprire l’ignoto, a sfidare la natura, a cercare di superare i propri limiti. In realtà questa è l’unica vera differenza tra l’uomo ed il resto della natura, la quale pare rispondere alle logiche di un disegno superiore.

L’istinto dell’esplorazione, ad esempio, ha fatto si che l’uomo scoprisse gli angoli più remoti della terra e, finito con quella, che poi iniziasse la scoperta dello spazio. Al netto di quello che osservo oggi, le motivazioni a spingerlo verso queste sfide potrebbero essere due. Una molto terrena: la ricerca di materie prime e nuovi sviluppi delle tecnologie, a scopo di guadagno. L’altra, legata alla sopravvivenza, è la ricerca di altri posti dove vivere, dato che, prima o poi, saremo noi a porre termine alla vita sulla terra.

Tempo fa avevo assistito a un documentario di Alberto Angela sull’Isola di Pasqua e su come fosse scomparso il popolo che l’abitava. Il documentario utilizzava anche le immagini di un film che narrava l’epilogo di quella civiltà, dove era evidente l’influenza del comportamento umano nel concorrere all’autodistruzione dell’ecosistema sul quale si reggeva (rasero a zero la foresta) e di quanto mancasse, a quel popolo, la visione sulle conseguenze delle proprie azioni. Nel (breve) periodo di cinquecento anni, gli abitanti dell’isola di Pasqua, hanno fornito l’esempio delle sorti che toccheranno inevitabilmente al nostro pianeta, se continua la distruzione e l’alterazione dell’ecosistema che regge il pianeta da parte dell’uomo.

In natura ogni essere vivente ha una discrezionalità limitata, un ruolo definito e risponde a regole precise. L’uomo, invece no. La sua smania di scoperta e superamento dei limiti, non più per naturale indole, ma per guadagno, lo ha reso stupido, dimostrando quanto l’intelligenza sia slegata dal cosiddetto progresso e quanto non sia solo una questione intuizioni tecniche, scientifiche o economiche, ma debba essere fatta anche di etica e morale. Già, ma cosa sono poi questa etica e questa morale? Quali sono i loro valori assoluti? Chi li stabilisce? Ognuno si appelli al proprio credo: spirituale, laico o nichilista e mi faccia sapere qualcosa.

Esiste, poi, anche un altro orizzonte più ampio, per il quale la fine del pianeta arriverà con la fine naturale del sistema solare e, quindi, la necessità di abbandonare il pianeta si presenterà comunque, prima o poi. L’uomo, nella sua stupidità, sta forse solo rispondendo ad un disegno superiore. Al che mi viene un dubbio: e se questa ipotesi fosse parte, a sua volta di un piano più ampio? Cioè: se tutto questo avesse un senso e fosse, questa stupidità stessa, la giusta soluzione per sopravvivere ed andare oltre la fine della terra e del sistema al quale essa appartiene? Se così fosse, a questo punto, per salvarci dovremmo fare una corsa contro il tempo.

Domande senza risposta. Forse.

Il vero Papillon


Il problema dell’uomo è quello di crearsi, fino dalla nascita, una prigione nel cervello. Fino dalla nascita, l’uomo, si vittimizza pensandosi privato della libertà, da qualcuno: i genitori, la scuola, la legge, la società o nei casi peggiori, il prossimo, in generale. Delinquenti, violenti, disonesti, in generale, non si sentono liberi di perpetrare le loro malefatte.

Tutti indistintamente ci costruiamo dei muri nella mente. Siamo l’unico essere vivente a farlo e per questo siamo gli ultimi nella gerarchia della natura. Tutti noi dovremmo prima di tutto prendercela con noi stessi e lavorare con noi stessi, per liberarci da noi stessi.

Non basta, questa nostra fobia la proiettiamo su tutto ciò che ci circonda, non solo cattivi e nemici, ma anche persone amate. Non contenti ci rivolgiamo contro la natura ingabbiando questo nostro pianeta in un atmosfera degenerata, nel dissesto idrogeologico e costringendo gli animali in spazi sempre più esigui ed inquinati.

Ma la natura non smetterà mai di ricercare la propria libertà e non si arrenderà mai. Questo ci dimostra M49, l’orso del Trentino già scappato dalle gabbie due volte, al quale devo assolutamente delle scuse, per plagio, perché non sono io, ma è lui, il vero Papillon.

L’angolo al cerchio

Il passare del tempo, ci fa invecchiare fisicamente, ma ci fa evolvere mentalmente all’infinito, almeno fino a quando la coscienza di se rimane integra. Insomma, a me capita di dimenticare nell’armadio determinati capi di abbigliamento. I motivi sono diversi: perché sono ingrassato e dimagrito ormai troppe volte oppure perché il capo è passato di moda. In fondo sarà capitato un po’ a tutti.

L’altro giorno – come si suol dire – mi è tornata tra le mani la maglietta di Che Guevara. Una semplice maglietta: ma avrebbe potuto essere un poster o un libro. Avrebbe anche potuto essere un altro personaggio o un altro simbolo: laico, politico, spirituale, poco cambia.

Il senso di questa riflessione, innescatasi nella mia mente, è che con il passare del tempo ed il mutare dei contesti storici e culturali, i simboli sbiadiscono, fino a cadere nell’oblio della memoria. Ma quanto resta del loro valore? Attenzione, ho detto “quanto” e non “cosa”.

Avete capito: il “Che” è il mio esempio, ma ognuno può trovare il suo. Ciò a cui mi riferisco non è l’oblio, ma la mutazione culturale dalla quale deriva inevitabilmente la revisione del valore. Valore valido a quel tempo e non più oggi, ma comunque – ed obbligatoriamente – rispettabile e da sottrarre alla rivisitazione storica, in quanto quest’ultima è un esercizio sbagliato, dal quale deriva inevitabilmente una deformazione, soggetta alle esigenze contemporanee.

Ed allora, tutte quelle convinzioni, funzionali all’ordine sociale di un epoca, devono essere prese per quello che erano. Che so, un certo galateo o il decalogo comportamentale delle ragazze per bene di un tempo, vanno presi per quello che erano allora e per i buoni propositi. Oggi essi sono passati e non fanno più male a nessuno.

Ora: apparirà semplicistico, ma i fenomeni di negazionismo (di qualsiasi genere) degli ultimi anni e l’iconoclastia utilizzata dall’Islam più radicale e più di recente da alcuni che sfruttano il pretesto degli orribili omicidi di neri da parte della polizia americana, mi hanno fatto chiudere un cerchio.

Io credo, che mai come oggi, ci si trovi in presenza della diffusione di “contro valori”, annoverabili alla stregua di quelle credenze, che in passato hanno portato al rogo delle   presunte streghe, o ancora prima, a compiere sacrifici umani per ingraziarsi la benevolenza degli dei.

Forse stiamo assistendo al “decadentismo” dell’ordine sociale e culturale costituito dopo la seconda guerra mondiale, il quale aveva affermato l’avvento della democrazia, mai completamente compiuto, ma che ha inconfutabilmente migliorato la vita di tanti “servi della gleba”.

Cosa stia veramente accadendo oggi, lo sapremo solo a posteriori, quando la storia – come sempre dopo l’oblio – ci riproporrà un nuovo rinascimento ed un nuovo illuminismo. Ma durerà un attimo, come il raggio verde al tramonto, e per i nostri discendenti sarà di nuovo ora di ricominciare, per chiudere nuovamente il cerchio. Il destino, a volte, diventa una questione di geometria: purtroppo, non a tutti capita di vivere la propria vita nella migliore porzione di angolo al centro di tale cerchio. Penso che questo sia ciò che sta capitando a noi.

I muri

Un muro può essere fatto di mattoni, cemento e altri materiali, oppure di barriere culturali o sociali, ma anche – passatemi il “cacofonismo” – caratteriali o di genere. Tra tutti questi muri, uno dei più conosciuti è certamente quello di Berlino, che nello specifico era di cemento armato ed ha rappresentato la contrapposizione tra occidente e comunismo. Purtroppo, successivamente, in altre parti del mondo, ne sono stati costruiti altri, allo scopo di giustificare o alimentare nuove divisioni.

Le immagini dell’epoca (correva il 13 agosto 1961), della sua costruzione e delle persone che cercavano di oltrepassarlo prima della sua chiusura, mostravano lo strazio della separazione delle famiglie e delle persone, così come della privazione della libertà di muoversi nell’Europa appena risanata dalle dittature, con l’angoscia di non poter più rivedere amici e persone care o, semplicemente, di “conoscere”.

La libera circolazione tra gli stati europei: un bene – un ideale si sarebbe detto un tempo – per il quale il popolo e la gente comune hanno pagato, nel corso del secolo scorso, un alto prezzo di sangue. Lo dico ben sapendo, che non sono mai stati gli ideali a muovere questo tipo di processi, bensì gli interessi economici e politici, mentre gli ideali avevano lo scopo di trascinare la gente in piazza o in guerra.

Oggi la libertà è minata da quel fenomeno che sembrava doverla consacrare agli onori del mondo: la globalizzazione. Sì, perché mettendo in comunicazione mondi diversi ha causato un corto circuito storico, il quale, secondo il principio dei vasi comunicanti, non ha adeguato il livello del “liquido” (nel nostro caso la cultura, la democrazia, il benessere e la libertà) a quello del recipiente più pieno, ma ne ha fatto una media. E’ questo ciò che è accaduto. Naturale perciò, che qualsiasi comunità cerchi di difendere quanto acquisito in precedenza (soprattutto se era di più), erigendo a tal fine qualsiasi altro tipo di muro si renda necessario. Già, ma tutto questo fa il gioco dell’opportunismo politico a caccia di consenso.

Quanti muri. Facile pensare a quelli culturali, che sono evidenti e quotidiani e si misurano su differenti livelli di esuberanza, diffidenza, credenze, civismo e valori. Difficile – forse utopistico – venire fuori da tali antagonismi o immaginarne la condivisione nel rispetto di tutti. Io, causa la natura umana, non lo ritengo possibile.

Meno facile è prendere in considerazione i muri “caratteriali”, i quali riguardano i mutamenti interni alla nostra società (occidentale) e ne minano la solidità, laddove sistemi più arcaici, con gerarchie rigide – come quelli di altre parti del mondo – ne fortificano la radicalizzazione e l’espansione anche da noi, senza che nessuno ci chieda se questo ci piace. In pratica un contro-colonialismo.

A tutto questo concorrono pure i muri tra i generi, dal momento che sono stati sdoganati modelli nuovi, la cui affermazione contribuisce, non come unica causa, al calo della natalità e quindi allo squilibrio numerico delle “forze” in campo. Con questa nuova situazione è, quindi, difficile trovare una posizione di equilibrio: bisogna rimettere in discussione le proprie certezze, fare una scelta e ricollocarsi, scoprendosi magari al fianco di chi un tempo si contrapponeva alle nostre idee.

Multi-etnicità, multi-culturalità, multi-genere, sono delle condizioni e non dei valori. Nella radice “multi”, che accomuna queste categorie, in realtà tende spesso a mancare il rispetto di quanto le ha storicamente precedute per giungere a generarle, differenti da gruppo sociale a gruppo sociale. Se non si ascolteranno e non si prenderanno sul serio le preoccupazioni della gente comune a tale proposito, non si farà altro che alimentare quei fenomeni – identificati da quei pretestuosi neologismi – che sono il “sovranismo” e il “populismo”. Ci vanno risposte, segnali, fatti. Non è la prima volta, nella storia, che la politica commette questo errore, spacciando la propria miopia per azione “politicamente corretta”. Sappiamo come, poi, è andata a finire: con dittature ed olocausti.

Tutto questo, tuttavia, non è nulla rispetto alle migrazioni per sete e per fame, che saranno causate dai mutamenti climatici. Problema, rispetto al quale i muri delle contrapposizioni ideologiche o culturali diventeranno questioni piccole-piccole. Ma i termini del problema non cambieranno, anzi si dovrà accelerare per prevenirlo, pensando ad un modello globale per la convivenza di tutte le diversità, ma che non sia a discapito delle “antiche” normalità, se no siamo punto e a capo, oltreché – a mio parere – fottuti. E io credo ancora che il “nostro” modello, se accompagnato da un nuovo e globale illuminismo – ma in accordo con i maggiori blocchi politico-culturali del pianeta – sia il più valido. Illusione e utopia, probabilmente, ma a me piace e non ci vorrei rinunciare.

Per concludere, mi vengono ancora in mente il Muro de Pianto, che evoca un altra contrapposizione, muro contro muro, secolare; e poi il muretto di Alassio, che dal 1953 è decorato con le piastrelle autografate dai personaggi famosi e, fino al 2014 deliziato dall’elezione di Miss Muretto. Dell’annunciato ritorno della storica manifestazione nel 2019 non ho sentito più nulla e questo è un peccato perché la gnocca è ancora una delle poche cose che unisce. Perlomeno, noi maschietti e nemmeno tutti, che per convincerne alcuni rischierei di sbattere contro un muro di gomma.

Da “Noio vulevam savuar” al tramonto dei cinepanettoni

Mi sa che il tentativo di diffondere la cultura a tutti, non abbia portato i benefici sperati. L’arte e la creatività, ad esempio, erano certamente più apprezzate e riconosciute quando la cultura era appannaggio di gruppi ristretti; so che questo concetto è discriminante – pure nei miei confronti che uomo colto non sono – ma guardandomi intorno mi sono convinto che cercare di diffondere la cultura presso la massa abbia abbassato il livello medio di conoscenza necessario per spacciarsi persona istruita. Anche gli ignoranti di oggi non sono più come un tempo: l’ignorante di una volta era ammirato dalla cultura dei concorrenti di “Lascia o raddoppia” o “Rischiatutto”. In alcuni casi era mero nozionismo, ma probabilmente animato da sincera passione per il sapere in generale.

Forse esagero. Per darvi un idea, vi faccio l’esempio di una delle espressioni salita agli onori delle cronache recentemente: “scendere il cane”, che, se non erro, è dialetto storpiato ed italiano scorretto al tempo stesso. L’espressione poteva restare lì per farci sorridere, ma siccome anche il senso dell’umorismo richiede una certa apertura mentale, qualcuno, essendone incapace, ha ritenuto molto più semplice sdoganarlo, facendo delle regole lasche, piuttosto che incitare a studiare ed imparare. Ci siamo arresi.

Osserviamo il quotidiano: come la gente si esprime, quello che scrive nei social e quello che dice alla televisione, come risponde ai quiz. Senza il minimo pudore dicono cretinate e sfoggiano perle di ignoranza, senza rendersene conto e con grande spocchia. Ignoranti, non perché non sanno, ma perché non comprendono i propri limiti. Del resto più sai e studi e più ti rendi conto di non conoscere, ma questi non hanno mai studiato, anche quando credevano di farlo.

Ormai l’ignoranza si è impadronita del modo di consumare, rivolto a prodotti di massa, modello usa e getta. Non si apprezza il servizio quando è buono, la soddifazione che da la manualità di certe realizzazioni, la qualità dell’opera artigianale. Così, la conseguente massificazione dei comportamenti e dei pensieri delle persone, congiuntamente all’azzeramento delle capacità critiche dei singoli, hanno fatto sì che le qualità dei capaci fossero sempre meno riconosciute ed apprezzate.

C’è molta superficialità nell’informarsi: non si confronta, non si approfondisce, non si verifica. L’apprendimento non è più critico, si consuma come un coito con eiaculazione precoce, omologandosi davvero a del mero nozionismo, leggendo solo quello di cui ci compiaciamo e nel quale possiamo specchiarci narcisisticamente, pur di non essere stimolati a migliorare. Facile arrivare da lì fino agli atteggiamenti settari del “terrapiattismo” o del “negazionismo” di vario genere.

Quindi, un conto è dare a tutti la possibilità di istruirsi e studiare, un altro è abbassare la qualità dei contenuti che si insegnano, perché possano più facilmente raggiungere più persone. Purtroppo il risultato è che per quel misero risultato occorre meno fatica e si sa, tutto ciò che si ottiene senza sacrificio non viene nè apprezzato, nè valorizzato. 

Ora, non voglio forzare la correlazione tra le mie disserzioni ed i risultati di una recente ricerca, secondo la quale, a partire dai nati nel 1975, il quoziente intellettivo delle persone ha iniziato a diminuire da una generazione all’altra; certo è che il non riconoscere il valore di ciò che è stato fatto prima, non mi pare un buon segno, nemmeno immaginando che il metodo di test del quoziente sia ormai obsoleto e che il modello di intelligenza odierno sia cambiato. Sarà un caso.

”Noio vulevam savuar” era la frase della famosa gag tra Totó, Peppino ed un vigile di Milano, cittadini di un Italia non più esistente, sì ignorante, ma che sapeva ridere di se stessa e si apprestava a cambiare per diventare uno dei paesi più sviluppati. Poi, qualche cosa è cambiato, come pare stia per fare il nostro pianeta azzurro: si sono invertite le polarità. Così della nostra ignoranza, ben rappresentata dalla commedia all’italiana e poi, beceramente, dai cinepanettoni, non ridiamo più come prima, anzi ci offendiamo piccati se ce lo fanno notare, adducendo le tesi più strumentali e retoriche.

I masochisti della verità

Il tema delle bugie non è nuovo in questo blog. In un post ponevo l’attenzione su quelle che definivo ”non verità”, ovvero le bugie necessarie, che definire a fin di bene non è completamente corretto, e vi spiegherò poi il perché. A risvegliare l’attenzione sul tema, recentemente è stato un post che ho letto sull’argomento, il quale ne parla a 360 gradi, fornendo una panoramica completa del campionario dei vari e veri bugiardi.

Ma… sono veri bugiardi coloro che dicono bugie a fin di bene? Da alcuni definite anche bugie “bianche” (termine più consono), esse hanno lo scopo – piuttosto che di fare del bene – di non ferire o evitare inutili discussioni, col rischio di minare un rapporto; insomma, si tratta, il più delle volte, di bugie indotte dallo stesso destinatario delle medesime.

Il primo esempio, fin troppo facile da menzionare, è quello di un partner geloso – ché, se non si hanno le palle di mollare – non può essere tenuto a bada, se non mentendo a raffica, allo scopo di non dover giustificare fatti perlopiù insignificanti, che sarebbero certamente interpretati come indizi del tradimento, senza possibilità di appello. La gelosia è una patologia brutta, che acceca il malato ed ammazza (a volte, ahi noi, anche in senso non figurato) l’amore e la passione.

La questione, che invece ritengo più seria e complessa è quella di un genitore ossessivo. Anche qui, se non si ha il coraggio di scaricarlo tagliando i ponti, si va incontro ad un quadro famigliare negativo. Si tratta di quel tipo di genitore, che immagina il figlio a propria immagine e somiglianza oppure clone di un modello che sta nella sua testa. Nessuno dei due è lui. Per quel figlio arriverà il giorno della recriminazione, quando il genitore non ci sarà più; oppure passerà il tempo a recriminare per avere vissuto col freno a mano tirato. A meno che… a meno che non abbia mentito così tanto e così bene da fargli credere di essere quello che l’altro avrebbe voluto. Anche in questo caso l’epilogo è triste, perché  purtroppo per lui sarà un po’ come essere cresciuto orfano.

Vi saranno anche capitate certe serate in compagnia, credo, quando si presenta qualcuno, magari un caro amico, convinto depositario di qualsiasi verità. In pratica quel tipo di persona, con la quale qualsiasi confronto non solo non è possibile, perché non vi lascia parlare, ma è inutile perché non è in grado di capire. Non c’è scelta: o ci si bisticcia, oppure gli si lascia credere di avere ragione. O meglio, lui se ne convincerà da solo, pure se voi, in realtà lo avete ascoltato annuendo distrattamente. Anche non battersi per quello che si pensa (se chi abbiamo davanti non lo merita) è, in fondo, un modo di mentire.

Tutte le persone, vittime delle bugie bianche, che ho descritto, sono accomunate da un male che non sanno di avere: vogliono che gli si menta. Persone che possono essere anche importanti per noi ed alle quali possiamo volere un sacco di bene, ma vittime del loro limite. Quello di credere che tutti siano come loro, che il mondo giri sempre come loro credono. Persone valide ed eccezionali, se considerate in assoluto, ma sempre pronte a sdegnarsi se gli si sbatte in faccia quella verità, che a loro non piace, e che ti lanciano l’occhiata severa se gli dici di avere agito diversamente dal loro verbo. Persone che, quando si toccano determinati argomenti, parlano per dogmi, ti parlano sopra e non ti ascoltano, perché si danno le risposte da soli, che tanto pensano siano anche le tue. Insomma dei masochisti della verità, ai quali se menti fai solo un piacere.

La non felicità

La felicità non è nulla di eclatante. Confusa con l’amore, la passione, la soddisfazione, la gratificazione, la ricchezza, il potere e mille altre cose. No, non è nulla di tutto questo. La felicità è la salute. Sì, basta la salute, dicevano. E avevano ragione: la salute, nostra e delle persone che amiamo. E la felicità, è solamente sapere che ci sono. Che ci siamo. Come se tutto fosse per sempre, anche se sappiamo che non è così, ma fa lo stesso.

Ecco, accade in certi momenti della vita, che non sia più così. Allora, anche se accadono cose belle, non riesci più a gioire, a causa del vuoto lasciato dalla mancanza di quella condizione, che pensavi dovuta e scontata. Forse è anche giusto – naturale, perfino – ma il fatto è che manca. Intanto, il mondo attorno, si muove come prima: come sempre. Ma quella persona che ami no, perché ha male e la sua sofferenza tu non la puoi lenire e il tempo non lo puoi fermare: che, se potessi, vorresti riempire il vuoto di quella situazione inconsolabile di “non felicità”. Ma non puoi.

Ti trovi a combattere con i sensi di colpa per non poter fare abbastanza, per non sapere cosa fare. E poi ti trovi solo, come non mai, di fronte ad una cosa che ti soverchia. E’ così, che ti diventa chiaro il concetto positivo, insito in quella parola tanto agognata; non quando ti capitano le cose belle, delle quali non cogli quasi mai la differenza tra effimero e concreto – ma in negativo, quando qualcosa di importante e insostituibile viene a mancare. Ricordiamocene e, forse, passato il tempo della non felicità, saremo più felici.

A spasso nel tempo (digressioni musicali)

PREFAZIONE

Credo che l’arte sia comunicazione, perché – generalmente – è fatta per farsi guardare ed ascoltare. In tutte le sue forme espressive, anticipa e interpreta il sentire collettivo in divenire, quindi è soggettiva per chi la crea – specie inizialmente – ma poi diventa di tutti quando viene apprezzata e compresa. La chiamerei quindi cultura. Tuttavia, è difficile dire se esista l’arte assoluta, date le differenze tra gli esseri umani e le generazioni, quindi tra epoche diverse.

SVOLGIMENTO

Delle sette arti, la musica (rock e pop in particolare) mi accompagna da sempre, incarnando, di volta in volta la mia crescita, maturazione ed evoluzione. Io, che non suono altro, al di fuori del campanello di casa, ho iniziato ad ascoltare musica nella seconda metà degli anni settanta e, con il passare del tempo, ho sentito la necessità di comprendere da cosa discendeva quello che mi piaceva. Ora devo prendere atto, che, in questo modo, le mie esplorazioni musicali, vanno solo indietro nel tempo, come alla ricerca di origini emotive e di legami, non miei culturalmente, in cui – nonostante ciò – mi riconosco.

Tanto tempo fa iniziai ad ascoltare la Disco, poi la New Wave, poi il Rock, fino a quando, ad un certo punto incontrai l’hard rock: Deep Purple, Led Zeppelin, Aerosmith, AC/DC, nel cui repertorio si annidano dei pezzi Blues favolosi. Non era l’unico percorso possibile per arrivarci, in quanto da questo genere vengono un po’ tutti i tipi di rock. Ad ogni modo, il Blues è una musica che viene dall’anima e ti arriva all’anima: una musica che ha mantenuto i connotati originali di espressione dell’interiorità di ognuno, sia che lo suoni, sia che lo ascolti. Poi, ha incontrato il country, generando i primi vagiti Rockabilly. Ma la sua forza non si esaurì li, perché di li a poco ci sarebbe stata la “british invasion”: giovani inglesi, come The Animals e The Rolling Stones, che presero il Blues e lo fecero proprio, per cantare il disagio, questa volta dei giovani inglesi nella nuova società occidentale di fine  anni ‘60. Furono loro a a sdoganare la musica dell’anima nei confronti di una nuova coscienza bianca, che fino ad allora l’aveva ghettizzata.

La chiave di volta del mio viaggio – udite, udite – è stato quel rock progressivo, nato in Italia e poi fatto proprio dalle grandi rock bands inglesi, nei primi anni settanta, dal quale deriverà un prodotto meno dotto e sperimentale, ma più maturo e compiuto, eseguito da musicisti formati quali Pink Floyd e The Who, che adoro e che assieme ad altri hanno ispirato il grande rock dei decenni successivi. Nulla, più della musica, interpreta la teoria evolutiva.

Tra le mie scoperte, vorrei citare un bluesman come J.J Cale, del quale mi sono letteralmente innamorato e sicuramente molto ascoltato – a suo tempo – da Mark Knopfler e Pino Daniele.

Analogamente, citerò anche un altro musicista, poco conosciuto da noi: Donald Fagen, sia come solista, che elemento del duo Steely Dan: vero anticipatore dell’epopea dance anni ‘80 e ‘90, non più a solo appannaggio dei neri.

Spesso sono i nuovi generi a segnare la rottura tra una generazione e la precedente; come una certa scena musicale newyorkese, facente capo a Lou Reed e i suoi Velvet Underground e ad un suo musicista, Alan Vega, che non mi hanno lasciato indifferente, facendomeli etichettare, in tal senso, come dei precursori dello spirito del Punk.

Ognuno di noi appartiene ad un tempo (gli ultimi venti anni del secolo scorso, per me) e non può (antropologicamente, come i dinosauri, da cui l’intrinseca tristezza del titolo di questo post) appartenere ad un altro, per rimanere al passo con l’attualità. Prendi il Trap, ad esempio. Non critico, o nego, quello che ci può dire; a me pare un disagio interiore, più che sociale, espresso con ingenuità e – a volte – con volgarità. Comunque, a parte il mio ininfluente giudizio, non vedo, attorno a questo genere, un movimento di aggregazione sociale che sia il seme di qualcosa di nuovo, innovativo e migliorativo.

Hei, il brano in questione, che vi ho fatto ascoltare, “prende”, ma ovviamente mi è lontano. Il tempo ci dirà quale strada, gli interpreti del genere, riusciranno a trovare da adulti, come è stato – nel bene o nel male – per i movimenti del ’68, del ‘77 e così via. Spero che il loro non resti un vagare di individui isolati, vittime della incomunicabilità anche fra di loro.

CONCLUSIONE

Ci vuole tempo e non bisogna trarre per forza delle conclusioni. Inutile provarci, diceva Lorenzo (Jovanotti): “Sono passate mille generazioni. Dei rockabilly e punk e capelloni. E metallari paninari e sorcini. E ogni volta gli stessi casini. Perché i ragazzi non si fanno vedere. Sono sfuggenti come le pantere. E quando li cattura una definizione. Il mondo è pronto a una nuova generazione.” Anche se, musicalmente parlando, ho l’impressione che ci lasceranno davvero poco e che nulla del Trap diventerà arte in musica, come quella che ho menzionato. Con buona pace della Maionchi e dei talent, si tratterà di graffiti preistorici: dei semplici tracciati primordiali su una roccia. Non me ne vogliate, ma forse è la prima volta che torniamo indietro.

Note

Ah, comunque, l’immagine di copertina è quella di London Calling dei Clash, mentre quelli che spaccavano le chitarre, a cui forse vi ha fatto pensare l’immagine, erano The Who.