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Tra cacche di cane e botti di capodanno

Sarà capitato anche a voi di imbattervi nella discussione che vede schierata da un lato la fazione dei padroni di cani e dall’altro quella dei fautori dei botti di capodanno.

Le cacche di cane sui marciapiedi sono un palese segno di maleducazione da parte dei padroni dei cani che non le raccolgono. Un atto di inciviltà, al pari di quelli commessi da chi getta cicche, carte, bottiglie, lattine di birra, ecc. Quindi, il problema non sono i padroni dei cani, ma gli sporcaccioni, tutti. Lapalissiano.

I botti sono, innanzitutto, pericolosi. Certo, se sono professionali, sono spettacolari, non lo metto in dubbio, ma non trovano alcuna giustificazione di tipo razionale, tanto più che in questa epoca di revisionismo del costume e della cultura, sono anacronistici ed antagonisti rispetto alla giusta e legittima sensibilità ambientale odierna. Lapalissiano.

Quindi:

  • Raccogliere gli escrementi del cane è un dovere civico.
  • Vivere in luoghi puliti fra gente educata è un diritto.
  • Rinunciare ai botti è un atto di sensibilità verso gli animali e quindi l’ambiente, di cui essi fanno parte.

In questi tre concetti, espressi in positivo, il mio pensiero. Invece… Davvero c’è chi non riesce a trovare gratificazione nel rispettarli? Davvero c’è chi preferisce essere egoista e scaricare un proprio dovere sulla comunità o infischiarsene per un futile piacere? Davvero così tante persone non riescono a vedere oltre se stessi e a sentirsi parte della comunità? Nemmeno per le cose più semplici. Vorrei non crederci, ma purtroppo è così. Una razza così ha il destino segnato.

La solitudine del (numero) primo

“La tocca per Diego, ecco, ce l’ha Maradona. Lo marcano in due, tocca la palla Maradona, avanza sulla destra il genio del calcio mondiale. Può toccarla per Burruchaga… sempre Maradona… genio, genio, genio… c’è, c’è, c’è… goooooooooool… voglio piangere… Dio Santo, viva il calcio… golaaaaaazooo… Diegooooooool… Maradona… c’è da piangere, scusatemi.. Maradona in una corsa memorabile, la giocata migliore di tutti i tempi… aquilone cosmico.. Da che pianeta sei venuto? Per lasciare lungo la strada così tanti inglesi? Perché il Paese sia un pugno chiuso che esulta per l’Argentina… Argentina 2, Inghilterra 0… Diegol, Diegol, Diego Armando Maradona… Grazie, Dio, per il calcio, per Maradona, per queste lacrime, per questo Argentina 2, Inghilterra 0.”

Inizia così questo post sul talento, il mito e l’astuzia di Diego Armando Maradona fuoriclasse del calcio: con la trascrizione della telecronaca di Victor Hugo Morales, detto “il cronista di Maradona”, il più grande calciatore della storia, che in quella partita si prese una rivincita sugli inglesi, riscattando l’intera Argentina, per la sconfitta subita nella guerra delle Malvinas. Prima segnando con astuzia un gol con la mano (fallo non visto dall’arbitro), poi umiliando gli avversari con uno slalom irresistibile, a compimento di un melodramma, che meglio non si poteva rappresentare.

Il mito, al di fuori delle leggende, è quello che si crea quando l’eroe incarna un sogno ed un bisogno collettivo. L’astuzia è, quasi sempre, una prerogativa imprescindibile dell’eroe vincente. Nel film “Io sono Francesco Totti” – un altro fuoriclasse – anche l’ex calciatore della Roma parla dell’astuzia nel calcio, definendola una qualità indispensabile per diventare un campione. Chiunque abbia giocato a calcio lo sa, e lo dice uno che procurò un rigore inesistente, che valse la finale, poi vinta, alla sua squadra. Ma l’astuzia è una prerogativa che si trova in bilico tra due pessime qualità: la malafede e la cattiveria. A seconda di come si interpreta la questione, si può perfino cambiare il giudizio sulla storia, se non, addirittura, il suo corso. La VAR, a questo proposito, modificando l’esito di certe partite ed episodi, ci avrebbe privato di tanta storia del calcio che amiamo, diventata poi leggenda, come in questo caso.

Tornando all’eroe, possiamo dire che è vittima della storia, perché alla storia appartiene. Sarà poi il caso a decidere da quale parte l’eroe sarà schierato: in comune alle due fatalità, ci sarà sempre e solo il suo credo sincero, l’identificarsi nel suo popolo. Anche questo ci fa capire Totti, nel suo film documentario. Eroe e popolo si legittimano vicendevolmente, l’uno non potrebbe fare a meno dell’altro. Per questo la sopravvivenza dell’eroe si fa difficile quando viene a mancare il favore e l’aiuto degli dei (show business e media), se lui non sa togliersi l’armatura e vivere da uomo normale. Il popolo dimentica in fretta e cerca, indotto dagli auspici degli stregoni (i politici, i giornalisti, la delinquenza organizzata), un nuovo eroe da osannare e che gli dia una ragion d’essere, purché non pensi – singolarmente – con la propria testa.

Da avversario sportivo, ma amante dell’umanità (intesa come qualità), non giudico Maradona, lo ricordo e lo amo per l’emozione che mi hanno dato le sue gesta: su tutte quella di Argentina – Inghilterra, anche se quella guerra, che ne è il presupposto per il melodramma, voluta dal regime per salvare la dittatura argentina, era sbagliata. Ma quello non era certo colpa sua. Di lui amo la purezza, la bellezza estetica e l’arte di accarezzare il pallone, che lo portarono a compiere quei gesti.

Diego Armando Maradona, mito ed eroe vincente per la gente, ma perdente per se stesso, come uomo normale, senza armatura. Un uomo che ha dato senza ricevere nulla umanamente, a causa della sua debolezza culturale e caratteriale. Lo dico, con tristezza ed amarezza, perché penso sia così, senza voler fare retorica o morale, perché alla fine della sua vita, è rimasto circondato da una corte cattiva di parassiti e sciacalli. Persone che lo hanno lasciato – se non indotto – a morire solo, lui, El Pibe de Oro, Lui che era stato il primo.

Uno su Mille(lire) ce la fa

“La ragazza di Via Millelire” (regia di Gianni Serra, recentemente scomparso), è un film uscito nel 1980, la cui protagonista è Betty (interpretata da un attrice all’epoca tredicenne, Oriana Conforti). È un film di analisi sociale e anti convenzionale, che fotografa la realtà di un quartiere che è stato un simbolo della sofferta trasformazione sociale che il nostro paese ha avuto dopo la fine del boom economico del dopo guerra. Si trova gratuitamente su Youtube, ma – vi dico subito – dato il taglio: bisogna avere la curiosità e la voglia di guardarlo, per scoprire o rivivere (nel mio caso) l’atmosfera di quel periodo storico. Il racconto è realista e fedele, perfino nel linguaggio volgare e blasfemo, tipico di “zona”. Io ero lì, a quel tempo, come oggi, ma dall’altra parte della barricata, rispetto ai “truzzi”, così come venivano definiti i protagonisti del film. Mirafiori Sud, Torino, è il quartiere dove si svolgeva la storia del film, la quale non solo rimanda agli analoghi problemi vissuti oggi dai nuovi immigrati, ma ci fa riflettere una volta in più sulla famosa (ed ancora attuale) frase di Massimo D’Azeglio: “Fatta l’Italia, ora bisogna fare gli italiani”.

A quel tempo, il necessario non mi mancava, ma non ero certo ricco: la mia famiglia aveva conosciuto la fame durante la guerra e si era sempre data da fare per lavorare. Per questo non ho mai capito che cosa spingesse i truzzi a darci la caccia e ad intimidirci: sempre in superiorità numerica, sempre più grandi e spesso con il coltello in tasca. Non è facile sentirsi esclusi, capisco. Per questo quei ragazzi reagivano alla loro condizione con la mancanza di rispetto e la provocazione verso il “nemico”. Chi, come me, era ragazzo a quel tempo, ricorda le frasi simbolo, delle quali oggi sorridiamo, tipo: “Cazzo ti guardi!”, “Ti scendo le mani in faccia…” e “Esci fuori i soldi, se non vuoi tagliata la faccia!” che ci venivano rivolte quando incontravamo quelle piccole bande. In giro dovevi tenere gli occhi aperti, non mostrare paura e farti i fatti tuoi.

Leggo che il film non fu apprezzato, né dalla destra (nonostante non si schierasse), né dalla sinistra. E pensare che la realizzazione fu sostenuta dal sindaco di allora, Diego Novelli del PCI, al quale, nel bene e nel male va riconosciuto il merito di avere iniziato la trasformazione post boom e post crisi industriale di Torino, alla fine degli anni settanta. Ebbe coraggio, posso dire, perché il film – in effetti – metteva in evidenza i limiti, le contraddizioni e l’utopia degli interventi sociali a favore dell’integrazione, fatti su ispirazione della sinistra, comunista e democristiana. Adesso il quartiere è profondamente cambiato e i problemi di integrazione sociale si sono spostati in altre aree, anche se non si può generalizzare, perché in varia misura l’intera città è coinvolta. Oggi come allora però, io mi chiedo: siamo proprio sicuri che gli interventi sociali tentati fossero completamente inutili ed inefficaci? Non è che, qualsiasi cosa si faccia, dobbiamo fare i conti con un atteggiamento di rifiuto all’integrazione ed alla crescita culturale? Giusto dare opportunità e non arrendersi nell’offrire solidarietà, tuttavia ci vuole anche severità con chi non merita aiuto. Mi piacerebbe poter dire che uno su mille ce la fa, ma – per ciò che ho visto con i miei occhi – non lo credo. Questa è, ovviamente, la mia opinione, non quella del film, che non esprime giudizi e lascia ad ognuno la libertà di farsi un idea propria.

A salûte sensa dinœ a l’è unn-a mêza malattia

Sapevo che li avrei “pinzati”. E’ bastato digitare “aforismi della Liguria” ed ecco apparire tra i primi quello che fa scopa con quanto sto per dirvi: “La salute senza denaro è una mezza malattia.” Che, in Liguria, è davvero preso sul serio, al di là degli scherzi, anche di questi tempi in cui suona un po’ sinistro.

La pandemia avrebbe dovuto colpire un po’ tutti nel portafoglio e nella coscienza. Invece pare proprio di no: una buona parte delle persone mentono spudoratamente dichiarando di avere sofferto nel portafoglio (“Girone Avari” feat. Dante A.) ed un altra buona parte gli fa compagnia, (“Girone Lussuriosi” feat. Dante A.) infischiandosene della salute degli altri.

Io non dico che nel dopo lockdown si dovesse rimanere in clausura e ritengo giusto avere ripreso la vita normale. In fondo, con pochi accorgimenti il rischio di contagio si abbassa di molto: mascherina, distanziamento e lavarsi le mani. E poi non ci vuole molto a mettere in tasca un botticino di disinfettante e tenere separata la roba usata in strada con quella usata in casa.

Così ho aspettato che passasse Ferragosto e ho provato a cercare qualcosa nella vicinissima Liguria. Onestamente non immaginavo di penare così tanto per trovare posto e di sentirmi chiedere certe cifre. Alla fine, per fare i tre giorni che potevo permettermi, mi sono sistemato anche bene, vicino al centro e alla spiaggia, sfruttando fortunosamente disdette, posticipi ed anticipi di altri, sia in albergo che in spiaggia.

Non a caso ho parlato di “vicinissima” Liguria. Perché se così non fosse, sarebbe l’ultimo posto dove andrei. Un posto dove non sanno cosa siano accoglienza e cortesia nei confronti dei clienti. Un posto dove albergatori e gestori degli stabilimenti balneari, nonostante la pandemia in corso, pretendono di fare l’incasso di un anno in quattro mesi, per spassarsela nei restanti otto.

Eppure devi sentire l’arroganza di alcuni di loro, quando chiedi se c’è posto: sembra che gli dai fastidio. Il peggiore di tutti è stato l’Hotel Ligure di Spotorno, che non ammette i bambini sotto i sei anni: “Per scelta commerciale”, ha detto. Ma ammette i cani. Si da il caso che io abbia entrambi. Pazzesco e, forse, illegale.

Parliamo delle spiagge per i cani. Generalmente ubicate in periferia, in prossimità di torrenti puzzolenti, tubi da cui non sappiamo cosa sgorga e – generalmente – annessa discarica abusiva. La situazione è talmente diffusa che, se ne deduce – con la compiacenza degli amministratori – faccia comodo ai suddetti gestori di alberghi, stabilimenti balneari e relativi bar delle spiagge.

Sono dipendenti e stagionali ad aver pagato realmente il prezzo della pandemia, mentre padroni e gestori sono “caduti” in piedi, perché, se realmente non ce l’hanno fatta (qualcuno ha davvero chiuso), è perché le loro attività non godevano di buona salute economica già prima.

Dico questo anche confortato dalle testimonianze di amici commercianti, con passione e voglia di lavorare, che svolgono attività ben più umili di quelle, i quali pian piano si stanno riprendendo. Soprattutto sento il bisogno di sfogarmi, perché sono immensamente infastidito dal sentire certe categorie – in special modo del turismo costiero – lamentarsi e piangere finta miseria davanti alle telecamere, per vedere se riescono a mungere qualcos’altro. A volte penso che non si meritino una regione così bella.

S.P.Q.R. vs Mediolanum (passando per Torino)

Roma e Milano. Quanto sono diverse caratterialmente lo hanno rappresentato simpaticamente tante volte Boldi e De Sica, con quel fondo di cinica verità che si porta sempre dietro la satira. Io le guardo anche come se fossero due donne affascinanti: calda e formosa la prima, sensuale e raffinata la seconda.

Le mie son sempre state visite brevi. L’ultima, a Roma, non era la prima in assoluto (ci ho fatto pure il militare) ma è stata la prima da turista. A Milano invece, essendo io di Torino, mi è capitato di andarci un po’ più spesso. Badate bene, né da una parte, né dall’altra, la mia esperienza si riferisce alla vita mondana o notturna, ma semplicemente alle sensazioni provate passeggiando e visitando i luoghi d’interesse. Diciamo così, si tratta di impressione a pelle, opinabili e un po’ superficiali.

Ecco, semmai, da visitatore fugace, posso lamentarmi del fatto che sono poco “camminabili”: vuoi mettere Torino e Bologna, che in questo non le batte nessuno. Questione di dimensioni e di storia, ovviamente. Muoversi a Roma effettivamente è un impresa: se sbagli scarpa i sanpietrini ti massacrano la pianta del piede. Milano, da vera metropoli, è grande ed articolata in tanti poli, distanti fra loro e perciò visitarla a piedi è difficile.

Detto questo, esse sono senza dubbio le due città più importanti e rappresentative del nostro paese: una per l’economia, l’altra per la politica. In generale, sono sempre stato affascinato dalle metropoli e al diavolo (per una volta) l’inquinamento: non mi stanco mai di girarle e di scoprire la particolarità di ogni zona. Che poi, in fondo, visitare le metropoli è un po’ come uscire con una strafiga: sai che non può durare, che non te la puoi nemmeno portare a letto, ma intanto sei lì, a fare il tuo bel gioco.

Qualcuno dirà, che oggi la capitale non regge il confronto. Vero, dall’Expo in avanti la città lombarda ha fatto vedere come si sfruttano le opportunità (non come invece ha quasi vanificato il post Olimpiadi 2006 la mia Torino!) Oddio, magari i milanesi sono un po’ stressati. Ad esempio, ogni volta mi colpisce, nei bar, il modo nel quale ti incalzano se vai a prendere un caffè: consuma, paga e togliti dai coglioni! Ma in una città così è incredibile, conoscendola un minimo, come ci si riesca a muovere coi mezzi ed anche in auto. Si chiama, appunto, organizzazione.

A Roma la simpatia si accompagna a quell’umorismo strafottente al quale ti devi abituare e per il quale bisogna saper non prendersela. Alla Bonolis, per intenderci. Ricordo un tale, al bar, che si lamentò di avere una sola fetta di salame nel panino ed il barista che gli rispose: “A prossima vorta te ce metto a fotografia!”. Ah… i tassisti sono davvero come nei film: in dieci minuti di tratta ti raccontano la città meglio del TG3 Regione!

Di Milano invidio l’intraprendenza: ci hanno fottuto persino il villaggio di Babbo Natale. Sanno valorizzare le idee: l’esatto contrario dei piemontesi, che hanno le intuizioni, ma piuttosto che condividere i vantaggi tra tutti, preferiscono mandare tutto a carte e quarantotto. Di Roma, invece, è fin troppo facile dire che si viene sedotti dalla storia: verso sera ti fa innamorare e non vorresti più rientrare, proprio come fosse una donna della quale ti sei innamorato. E poi, c’è la disponibilità dei romani a chiacchierare. Da noi, a Torino, non di rado, provando ad attacar bottone, ti lasciano lì come un coglione: persino chi è di origine meridionale si è chiuso. In pratica non ci sono più nemmeno i meridionali di una volta.

Parlando con le persone emerge palese il fatto che le due città passano momenti diversi. I milanesi ostentano più autostima. I romani, li ho trovati autocritici e sfiduciati come non me li sarei aspettati. Hanno ragione Roma merita di meglio e mi auguro proprio che non mollino. Noi cittadini tutti insieme possiamo fare più di quello che immaginiamo: dobbiamo batterci per tenere viva la nostra cultura, educazione, intraprendenza e genialità italica. Partiamo dal comportamento quotidiano e non arrendiamoci all’indifferenza nostra e degli altri. Lo dico ai romani, ai torinesi, a tutti gli italiani.

Amo queste città, perché amo l’Italia e tutte le altre città di questa penisola. Forse son pensieri che di questi tempi non vanno di moda, ma io sono un animale metropolitano e in queste grandi città avrei voglia di tornarci volentieri. Lì, l’atmosfera cosmopolita e mondana ti fa davvero sentire parte del mondo: dopo tanta reclusione e limitazioni sarà l’effetto post lock down.

La giustizia ingiusta

La verità negata è un film del 2016 che ho guardato un po’ di tempo fa; racconta la storia di Deborah Esther Lipstadt, una storica statunitense, studiosa dell’ebraismo e del negazionismo dell’Olocausto. Nel libro, Denying the Holocaust del 1993, la Lipstadt accusò David Irving, noto ed apprezzato storico inglese, di aver diffuso notizie false sullo sterminio nazista degli ebrei: affermazioni delle quali fu chiamata a rispondere, al cospetto di un tribunale britannico nel 1988, dallo stesso Irving.

Dato che per il sistema inglese non si è innocenti fino a prova contraria, la Lipstadt ha dovuto organizzarsi per dimostrare di essere innocente. Il che si è tradotto, per lei, nel dover trovare le prove, da portare a processo, che degli ebrei erano stati ammazzati con il gas ad Auschwiz. Ciò ha significato che memoria e testimonianza non potevano avere valore processuale, ma dovevano invece essere portate delle prove oggettive.

Difficile per l’imputata rinunciare a combattere, col cuore impavido, per una giusta causa, in favore del suo popolo (essendo americana di origine ebrea), nonché vedersi negare, da chi la rappresentava, la possibilità di portare a processo le testimonianze dei sopravvissuti.

Fatto sta, che uno straordinario gruppo di avvocati, da lei ingaggiato, si è messo a investigare su come lo storico Irving avesse costruito le sue tesi, destrutturando i suoi ragionamenti, per trovare gli errori, e recandosi sul luogo del delitto (Auschwitz) a raccogliere le prove degli omicidi, evitando ogni riferimento all’Olocausto o a Hitler ed al Nazismo. Insomma, trattando il caso come un qualsiasi – seppur efferato – crimine.

La causa fu vinta, ma – nonostante il lieto fine ad appagare lo spettatore – il mio smarrimento da uomo della strada, di fronte all’istituto della giustizia, rimane. Insomma, giustizia era fatta in quel caso, ma a vincere era stata la tecnica e non un giudizio appropriato che tenesse conto dei valori.

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Guarda caso, proprio di questi tempi, ci troviamo nel bel mezzo di un epoca di sistematico revisionismo processuale: ogni giorno sui quotidiani si legge di qualche famoso caso giudiziario, per il quale viene richiesta la riapertura, alla luce di “nuove“ prove. Così, spesso, la forza e il potere della “tecnica” difensiva prevaricano lo spirito dell’impegno “solenne“ dell’ordine, al servizio del malaffare e di chi è in grado di permettersi di pagare gli avvocati più scaltri. La tecnica del ragionevole dubbio viene protratta all’infinito, sì che nessuna sentenza valga più del tempo necessario a costruire delle nuove prove.

Nella mia ingenuità, mi angoscia constatare che la giustizia creata dall’uomo non sia una questione etica o morale e che la verità stessa non sia reale, ma – bensì – solo la definizione di un apparenza. Io sapevo che la tecnica si applica alle scienze, dove alla base ci sono la matematica i calcoli e i numeri; purtroppo, se la si applica ad altre discipline umane, dove l’uomo – nel suo significato più ampio – dovrebbe essere al centro, non se ne ricava nulla di buono e si finisce per fare del male alle vittime dei reati.

Che stupido, io pensavo che la giustizia non dovesse fare del male a nessuno, nemmeno al reo, il quale – se “umano” – dovrebbe trarre gratificazione dal fatto di poter saldare un debito, o ripagare un torto, compiuto nei confronti dell’uomo, della società, dell’umanità o della vita in generale. Qual è mai l’impegno solenne di una categoria che non agisce per rieducare, tramite la pena comminata, ai valori della società alla quale appartiene? Quale giustizia rappresenta? Una giustizia ingiusta.

Informazioni tratte da “My Movies” e “Wikipedia”.

Senza via d’uscita


Lei ingegnere, lui impiegato, entrambi nella fascia dei 40 anni. Quindi, buona cultura e buona posizione sociale. Parlano di separazione. Possono permettersi una pausa di riflessione vivendo in case separate. In quel momento i figli sono con lui per una breve vacanza, e lui – dopo averli soffocati – fa un messaggio alla moglie, dicendole “non li  vedrai mai più”.

La prima domanda che mi pongo è se quest’uomo fosse, anche solo apparentemente, sano di mente e non avesse mai dato segni di squilibrio. Con tale premessa, potremmo parlare di raptus. Ma, soffocare i figli per colpire lei, mi pare un gesto premeditato, perché un raptus, invece, me lo immagino fatto d’impulso contro la causa diretta del torto che ritengo di avere subito.

Oppure no, forse in conseguenza di quel bellissimo soggiorno con i bambini e l’idea di non poterlo più fare in futuro – né da padre separato, né come famiglia, chissà –  l’uomo è stato colto dal raptus. Non lo sapremo mai, perché l’uomo si è suicidato. Tanti i casi di cronaca come questo, perpetrati da un uomo che ha perso il suo ruolo atavico nella società del passato e non ha ancora saputo trovare il nuovo equilibrio con se stesso nella società odierna.

Tuttavia, se la nostra trasformazione (degli uomini) é atto evolutivo dovuto, c’è una cosa che voglio dire: bisogna anche riequilibrare le cose. Una donna, che non si sente sotto minaccia, sa che la legge gli consente di sbarazzarsi del marito senza problemi, con la garanzia di tenere i figli ed avere del denaro. Quella donna mi dirà che il marito è uno stronzo. Ecco, quando chiedo di riequilibrare, vorrei che fosse scardinato questo assioma: il marito non è sempre e per forza uno stronzo.

Sapete cosa penso? Penso che questo assioma si basi sul considerare stronzo colui che la pensa diversamente, invece di considerare tale colui che lo è. Dico questo perché in troppe discussioni con le donne, ho potuto rendermi conto del diverso modo di assegnare la priorità alle cose, come lo può essere, per esempio, l’atteggiamento da tenere con i figli.

Non c’è un comportamento giusto ed uno sbagliato: sono approcci diversi, per aspettative diverse e scopi diversi. Solo che quelli dell’uomo non si rispettano. Da uomo vi dico: se nel banale quotidiano non facciamo ciò che dite, non è perché non ascoltiamo (voi donne) è proprio perché non ce ne fotte una minchia e per noi quella cosa non interessa come approccio, aspettativa o scopo. Perché dovremmo cambiare? La storia è vecchia: l’uomo vorrebbe che la donna non cambiasse mai, povero… la donna invece vorrebbe che l’uomo cambiasse, ma è stata più furba: è riuscita a farlo mettere in legge.

Non intendo – ovviamente – derubricare il femminicidio, ma dire che lo stato di questa cosa mi fa paura, perché, messi all’angolo, senza via d’uscita, se non siamo (noi uomini) psicologicamente equilibrati e così resilienti da prepararci a sopportare un ingiustizia per tutta la vita, tutti noi possiamo perdere il controllo. Seguendo questo filo, l’uomo dell’orribile delitto – e tanti altri come lui – può essere chiunque, possiamo essere tutti, posso essere anch’io.

Tra le cento cose da fare prima di morire, forse ne hai dimenticata una

Sapete, a volte mi prende un enorme senso di colpa. Penso a come eravamo tanti anni fa e a quante cose facevamo – in buona fede – senza sapere di fare del male al pianeta sul quale viviamo. Io, a conti fatti, sono stato fortunato ad avere avuto un educazione che, insegnandomi il rispetto e l’apprezzamento della semplicità, mi ha consentito di prendere coscienza di ciò che sbagliavamo. Resto angosciato se penso a quanto rimane da fare per questo tema. Come questo, sono tanti altri i temi che ci possono angosciare e che ognuno di noi può eleggere ad impegno costruttivo da sostenere nella vita. A volte basta applicare qualche piccolo cambiamento nelle abitudini e negli atteggiamenti quotidiani di ognuno di noi.

Invece no, nonostante l’enorme portata dei vari temi ai quali sono legate le sorti dell’umanità, qualcuno sembra non avere altro da fare, che stilare la lista delle cento (inutili) cose da fare prima di morire; che so, raggiungere la cima dell’Himalaya, fare il turista nello spazio, incontrare animali rari, esotici, selvatici, attraversare la città di Los Angeles con uno skateboard, lanciarsi col parapendio dalla Tour Eiffel e così via, facendo gara a chi la spara più grossa. Oh, detto questo, non crediate che non abbia pure io delle idee o dei desideri particolari e fini a se stessi, solo che non li metto giù in lista, li tengo per me, perché il piacere devono darlo a me, mica agli altri.

Non cadiamo nell’inganno di un mondo che vuole farci correre ed accelerare sempre, per farci credere che se non vedo quel tramonto nel culo del mondo, non sono nessuno. Dai, raga (frate, zio, ecc.) semmai – oggigiorno – il problema è quello di imparare a rallentare, per fare ciò che serve realmente al nostro benessere interiore e al futuro del pianeta terra. Invece no, facciamo ‘ste liste, ci castriamo la spontaneità e l’immaginazione, affetti da una forma di edonismo moderno, che ricerca il piacere nel conformarsi ad un modello di evoluzione privo di una meta e di un obiettivo di sostanza e che ci viene imposto da un costume volto a procacciare i nostri consensi ed i nostri consumi.

Ma già, forse, mai come oggi vale quel detto, che arriva da non so dove, secondo il quale poco importa essere leone o gazzella: per sopravvivere bisogna correre. Con una differenza, però, che gli animali quando sono sazi o si sono messi in salvo, smettono di correre e riposano o giocano (noi, ad esempio, si potrebbe trombare). Non me ne voglia – spero – chi nella lista ha dimenticato la centoeunesima cosa, quella evocata nel titolo e citata in copertina, così come si dice dalle nostre parti.

Da “Noio vulevam savuar” al tramonto dei cinepanettoni

Mi sa che il tentativo di diffondere la cultura a tutti, non abbia portato i benefici sperati. L’arte e la creatività, ad esempio, erano certamente più apprezzate e riconosciute quando la cultura era appannaggio di gruppi ristretti; so che questo concetto è discriminante – pure nei miei confronti che uomo colto non sono – ma guardandomi intorno mi sono convinto che cercare di diffondere la cultura presso la massa abbia abbassato il livello medio di conoscenza necessario per spacciarsi persona istruita. Anche gli ignoranti di oggi non sono più come un tempo: l’ignorante di una volta era ammirato dalla cultura dei concorrenti di “Lascia o raddoppia” o “Rischiatutto”. In alcuni casi era mero nozionismo, ma probabilmente animato da sincera passione per il sapere in generale.

Forse esagero. Per darvi un idea, vi faccio l’esempio di una delle espressioni salita agli onori delle cronache recentemente: “scendere il cane”, che, se non erro, è dialetto storpiato ed italiano scorretto al tempo stesso. L’espressione poteva restare lì per farci sorridere, ma siccome anche il senso dell’umorismo richiede una certa apertura mentale, qualcuno, essendone incapace, ha ritenuto molto più semplice sdoganarlo, facendo delle regole lasche, piuttosto che incitare a studiare ed imparare. Ci siamo arresi.

Osserviamo il quotidiano: come la gente si esprime, quello che scrive nei social e quello che dice alla televisione, come risponde ai quiz. Senza il minimo pudore dicono cretinate e sfoggiano perle di ignoranza, senza rendersene conto e con grande spocchia. Ignoranti, non perché non sanno, ma perché non comprendono i propri limiti. Del resto più sai e studi e più ti rendi conto di non conoscere, ma questi non hanno mai studiato, anche quando credevano di farlo.

Ormai l’ignoranza si è impadronita del modo di consumare, rivolto a prodotti di massa, modello usa e getta. Non si apprezza il servizio quando è buono, la soddifazione che da la manualità di certe realizzazioni, la qualità dell’opera artigianale. Così, la conseguente massificazione dei comportamenti e dei pensieri delle persone, congiuntamente all’azzeramento delle capacità critiche dei singoli, hanno fatto sì che le qualità dei capaci fossero sempre meno riconosciute ed apprezzate.

C’è molta superficialità nell’informarsi: non si confronta, non si approfondisce, non si verifica. L’apprendimento non è più critico, si consuma come un coito con eiaculazione precoce, omologandosi davvero a del mero nozionismo, leggendo solo quello di cui ci compiaciamo e nel quale possiamo specchiarci narcisisticamente, pur di non essere stimolati a migliorare. Facile arrivare da lì fino agli atteggiamenti settari del “terrapiattismo” o del “negazionismo” di vario genere.

Quindi, un conto è dare a tutti la possibilità di istruirsi e studiare, un altro è abbassare la qualità dei contenuti che si insegnano, perché possano più facilmente raggiungere più persone. Purtroppo il risultato è che per quel misero risultato occorre meno fatica e si sa, tutto ciò che si ottiene senza sacrificio non viene nè apprezzato, nè valorizzato. 

Ora, non voglio forzare la correlazione tra le mie disserzioni ed i risultati di una recente ricerca, secondo la quale, a partire dai nati nel 1975, il quoziente intellettivo delle persone ha iniziato a diminuire da una generazione all’altra; certo è che il non riconoscere il valore di ciò che è stato fatto prima, non mi pare un buon segno, nemmeno immaginando che il metodo di test del quoziente sia ormai obsoleto e che il modello di intelligenza odierno sia cambiato. Sarà un caso.

”Noio vulevam savuar” era la frase della famosa gag tra Totó, Peppino ed un vigile di Milano, cittadini di un Italia non più esistente, sì ignorante, ma che sapeva ridere di se stessa e si apprestava a cambiare per diventare uno dei paesi più sviluppati. Poi, qualche cosa è cambiato, come pare stia per fare il nostro pianeta azzurro: si sono invertite le polarità. Così della nostra ignoranza, ben rappresentata dalla commedia all’italiana e poi, beceramente, dai cinepanettoni, non ridiamo più come prima, anzi ci offendiamo piccati se ce lo fanno notare, adducendo le tesi più strumentali e retoriche.

Il telefono è morto

Risultati immagini per telefono antico

Quando mia nonna fece installare il telefono, non disse nulla a mio nonno e glielo fece trovare direttamente in casa: lui lo prese e lo gettò fuori dalla finestra. La storia del telefono ha dovuto subire anche questo, oltre al ben più noto scippo del brevetto, da parte dell’americano Bell ai danni dell’italiano Meucci.

Il telefono non nasce telefono, nasce come desiderio umano di annullare la separazione fisica per accorciare le distanze: molto di più di un mezzo di comunicazione e, men che meno, una moda. Fondamentalmente, possiamo dire che lui – il telefono – è rimasto sempre lui, periodicamente reinventato, sempre fedele accompagnatore dell’evoluzione del nostro quotidiano modo di vivere.

Diverse sono state le forme di comunicazione a distanza, utilizzate dall’uomo sin dall’antichità: dai segnali luminosi e di fumo fino al telegrafo, passando perfino dai piccioni viaggiatori, che non ho mai capito come funzionassero. Cioè, intendo dire, almeno l’e-mail ti avvisa che il messaggio non è stato  recapitato, il piccione no. Il telefono è diverso: ha l’immediatezza del parlarsi come se si fosse uno di fronte all’altro. Questa qualità, in fondo te la dava anche il piccione, se non sbagliava destinatario, recapitando le tue frasi lascive – scritte per l’amante – alla petulante fidanzata in trepidante attesa di essere sposata.

Oggi siamo alla teleconferenza, che ci da la possibilità di parlarci in gruppo, guardandoci in faccia. Il prossimo passo, c’è da scommetterci, sarà il teletrasporto: una roba tipo che la promessa sposa vi sgama e, alla vostra risposta (con o senza scatto) si teletrasporterà nella camera d’albergo di secondo ordine, dove state avendo una “teleperesence” con la stessa amante di cui sopra, abbozzando un: “Amore, non è come sembra, mi ha chiamato lei…” Negando – come da manuale del perfetto fedifrago – l’evidenza. Ah, spiegatemi, poi, l’effetto che vi ha fatto il “teleschiaffone” che avrete ricevuto dalla (ormai ex) fidanzata.

La comunicazione via internet, pareva soppiantarlo e lui, dopo essere stato ancora una volta reinventato da un certo Steve Jobs, tanto geniale quanto antipatico, di internet si è appropriato e l’ha fagocitato, insidiando il primato dei computer e della televisione, alla quale oggi non di rado è lui a dire cosa trasmettere, costringendo anche questi mezzi a cambiare, abbattendo i confini fra i tre oggetti.

E quindi tutti a testa bassa, come i preti di un tempo che fu, col breviario fra le mani. Ma indietro non si torna: continueremo a girare con questo oggetto appiccicato da qualche parte – magari sotto pelle – e con lui a portarci affetti personali, effetti burocratici e finanziari, progetti e studi, informazione e libri, foto e musica. Uno  scrigno portatile del quale – sempre di più – non potremo fare a meno, che forse non è nemmeno più un telefono. Si, infatti il telefono è morto, ma a lui è sopravvissuto e non morirà mai, lo spirito incarnato sin dalla sua invenzione, interprete di quei bisogni umani, che sono da sempre il comunicare e lo scambiarsi informazioni, sia per affetto, amicizia, pettegolezzi o affari.