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Italiani, brava gente (non solo il film)

Raffaele Pisu e Riccardo Cucciolla in una drammatica scena del film

Con il passare del tempo sempre più spesso mi capita di ripensare a tutta la gente scesa dal treno della vita sul quale mi trovo e constato che ormai per molti di loro, come dice Vasco, si è trattato dell’ultima stazione. Così, forse per reazione ad un mondo che sempre più tende ad occultare la memoria a favore della reiterazione dell’oblio culturale, ho sentito la necessità di scavare, come un archeologo, nella mia memoria personale e familiare, cercando di ricordarmi com’era il mondo quando, bambino, salii su questo treno, dove tutto sembrava nuovo ed eterno.

Credo di essere riuscito a risalire fino all’età di quattro, forse tre anni. Ad esempio, tra i “reperti” c’è una presumibile domenica mattina soleggiata in sella ad un triciclo di metallo rosso, assieme al mio papà ed un pomeriggio, un po’ grigio, mentre attraverso la strada davanti casa, tenuto per mano dalla mia mamma per andare a fare la spesa nei negozi di vicinato. Il meccanismo tramite il quale si fissano i ricordi è descritto nel film, cartone animato per bambini sulle emozioni, intitolato “Inside out”: tramite i sensi, certe sensazioni si imprimono dentro di noi prima ancora che si abbia coscienza di se. Senza rendercene conto, rimarranno indelebili per tutta la vita.

Poi ho cercato di ricordare i racconti che ascoltavo in casa: dai nonni, dai prozii e dagli zii. Il nonno paterno, emigrò con la famiglia (prima che mio padre nascesse) da Palermo a Torino, alla fine degli anni ‘20, in piena era fascista, mentre quello materno venne a Torino da Modena, nel dopoguerra. Grazie alla mia famiglia ho avuto testimonianze dirette di quello che accadde prima, durante e dopo la guerra. Per esempio la permanenza dei tedeschi in Emilia, lungo la cosiddetta linea gotica, la partecipazione di alcuni zii alla lotta partigiana in Piemonte, la perdita di uno zio militare in nord Africa e il rocambolesco rimpatrio di un altro paio di zii militari dai Balcani, dopo l’armistizio di Badoglio.

Combinazione, sto leggendo l’ultimo libro di Carlo Verdone, “La carezza della memoria”, che trovo affascinante per come tratta il ricordo, usando lo stesso garbo e la stessa simpatia delle sue commedie cinematografiche. E non è tanto il suo talento artistico e la sua capacità di lettura degli episodi che racconta, che gli invidio, ma i dettagli e le sfumature che non ha dimenticato e che, come lui stesso dice, sono stati la base dei soggetti sui quali ha costruito la sua carriera di attore. A me, purtroppo, restano le sensazioni, le emozioni, l’insegnamento che ne ho tratto, ma non i dettagli ed i particolari, se non in rari casi.

Inizialmente per caso, mi sono reso conto che però esisteva un modo per provare a recuperare un po’ di quella memoria perduta: certi film, che elenco in una nota in fondo, appartenenti al filone neorealista, in voga sin dal primissimo dopoguerra, i quali mostrano – con lo sfondo della storia drammatica della prima e della seconda guerra mondiale, i sentimenti, le emozioni e la cultura della ancora giovane società italiana, attraverso la rappresentazione della vita e della gente comune. Sono film che vale la pena suggerire, sempre citati dai critici e famosi per il titolo, ma forse visti ormai da pochi. Che dire: me ne sono innamorato, perché ci ho ritrovato le sensazioni dei racconti, per me al tempo oscuri, che ascoltavo da piccolo e mi sono emozionato moltissimo vedendo scene di vita quotidiana che rispecchiavano fedelmente i racconti dei miei nonni e dei miei genitori di quando erano piccoli: il papà a portare cibo ai fratelli partigiani, nascosti in montagna e la mamma a giocare nell’aia con i soldati tedeschi di 17 anni, poco più grandi di lei.

Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Anna Magnani, Aldo Fabrizi, Raffaele Pisu e tanti altri, ci hanno rappresentato meravigliosamente, nel bene, nel male ed anche nel nostro peggio. Nonostante una lettura politica sia possibile, penso non fosse quello lo scopo dei registi, bensì il dare voce al popolo, ovvero a noi. Forse non si rendevano conto di quello che ci avrebbero lasciato: altro che “Salvate il soldato Ryan”, film cult meraviglioso e tecnicamente perfetto. Guardando questi film, ci sei e ci stai dentro, perché il protagonista sei tu con il tuo DNA e le tue origini. Come la politica, anche la retorica, che ogni racconto datato deve avere, rispetto al contesto che lo caratterizza, diventa secondaria: bisogna invece essere obiettivi e critici, guardarsi allo specchio, non pensando di essere figli di altro, ma della storia. Anzi, di quella storia e – a quel punto – rendersi conto di quanto ognuno di noi ci sia dentro suo malgrado, perché non è retorica – invece – affermare che la storia siamo noi, anche come semplici individui e cittadini. Ed è in questo passaggio, che si scopre o si ritrova, se vogliamo, la nostra identità culturale ed il senso di appartenenza alla nostra comunità. Senso – da non confondere col populismo ed il nazionalismo – come fenomeno naturale che garantisce a noi, alla nostra cultura ed alla nostra progenie, un significato alla vita, se non – almeno – alla sopravvivenza. Nonostante tutto.

I film che ho visto sono:

  • Roma città aperta (R. Rossellini) del 1945,
  • Paisà (R. Rossellini) del 1946,
  • Germania anno zero (R. Rossellini) del 1948,
  • Le quattro giornate di Napoli (N. Loy) del 1956,
  • La grande guerra (M. Monicelli) del 1959,
  • Tutti a casa (L. Comencini) del 1961,
  • Il federale (L. Salce) del 1961,
  • Italiani brava gente (G. De Santis) del 1964.

Uno su Mille(lire) ce la fa

“La ragazza di Via Millelire” (regia di Gianni Serra, recentemente scomparso), è un film uscito nel 1980, la cui protagonista è Betty (interpretata da un attrice all’epoca tredicenne, Oriana Conforti). È un film di analisi sociale e anti convenzionale, che fotografa la realtà di un quartiere che è stato un simbolo della sofferta trasformazione sociale che il nostro paese ha avuto dopo la fine del boom economico del dopo guerra. Si trova gratuitamente su Youtube, ma – vi dico subito – dato il taglio: bisogna avere la curiosità e la voglia di guardarlo, per scoprire o rivivere (nel mio caso) l’atmosfera di quel periodo storico. Il racconto è realista e fedele, perfino nel linguaggio volgare e blasfemo, tipico di “zona”. Io ero lì, a quel tempo, come oggi, ma dall’altra parte della barricata, rispetto ai “truzzi”, così come venivano definiti i protagonisti del film. Mirafiori Sud, Torino, è il quartiere dove si svolgeva la storia del film, la quale non solo rimanda agli analoghi problemi vissuti oggi dai nuovi immigrati, ma ci fa riflettere una volta in più sulla famosa (ed ancora attuale) frase di Massimo D’Azeglio: “Fatta l’Italia, ora bisogna fare gli italiani”.

A quel tempo, il necessario non mi mancava, ma non ero certo ricco: la mia famiglia aveva conosciuto la fame durante la guerra e si era sempre data da fare per lavorare. Per questo non ho mai capito che cosa spingesse i truzzi a darci la caccia e ad intimidirci: sempre in superiorità numerica, sempre più grandi e spesso con il coltello in tasca. Non è facile sentirsi esclusi, capisco. Per questo quei ragazzi reagivano alla loro condizione con la mancanza di rispetto e la provocazione verso il “nemico”. Chi, come me, era ragazzo a quel tempo, ricorda le frasi simbolo, delle quali oggi sorridiamo, tipo: “Cazzo ti guardi!”, “Ti scendo le mani in faccia…” e “Esci fuori i soldi, se non vuoi tagliata la faccia!” che ci venivano rivolte quando incontravamo quelle piccole bande. In giro dovevi tenere gli occhi aperti, non mostrare paura e farti i fatti tuoi.

Leggo che il film non fu apprezzato, né dalla destra (nonostante non si schierasse), né dalla sinistra. E pensare che la realizzazione fu sostenuta dal sindaco di allora, Diego Novelli del PCI, al quale, nel bene e nel male va riconosciuto il merito di avere iniziato la trasformazione post boom e post crisi industriale di Torino, alla fine degli anni settanta. Ebbe coraggio, posso dire, perché il film – in effetti – metteva in evidenza i limiti, le contraddizioni e l’utopia degli interventi sociali a favore dell’integrazione, fatti su ispirazione della sinistra, comunista e democristiana. Adesso il quartiere è profondamente cambiato e i problemi di integrazione sociale si sono spostati in altre aree, anche se non si può generalizzare, perché in varia misura l’intera città è coinvolta. Oggi come allora però, io mi chiedo: siamo proprio sicuri che gli interventi sociali tentati fossero completamente inutili ed inefficaci? Non è che, qualsiasi cosa si faccia, dobbiamo fare i conti con un atteggiamento di rifiuto all’integrazione ed alla crescita culturale? Giusto dare opportunità e non arrendersi nell’offrire solidarietà, tuttavia ci vuole anche severità con chi non merita aiuto. Mi piacerebbe poter dire che uno su mille ce la fa, ma – per ciò che ho visto con i miei occhi – non lo credo. Questa è, ovviamente, la mia opinione, non quella del film, che non esprime giudizi e lascia ad ognuno la libertà di farsi un idea propria.

La riconquista dello spazio

Centocinquanta metri quadri di appartamento non sono pochi. Eppure, non ci crederete, ci stava mancando l’aria. Tutto iniziò quando, in previsione di fare un figlio, decidemmo di scambiare l’appartamento, da cinquantacinque metri quadri, con quello più grande di mia madre.

Al tempo, ovviamente ristrutturammo e comprammo i mobili di alcune stanze, tuttavia non avemmo il coraggio di buttare via ciò che non ci piaceva e non occorreva. O meglio, evitammo l’incidente diplomatico con la suocera (mia madre), convinta di averci fatto un grande omaggio nel lasciarci i suoi vecchi mobili ed una quantità di roba senza senso. Così al nostro ingresso nell’appartamento ci siamo ritrovati con una casa che non era la “nostra”: una casa nella quale erano evidenti le stratificazioni storiche, come accade a Roma, dove si sovrappongono duemila anni di storia. Fatte le debite distinzioni, ovviamente.

Ad un certo punto, passato qualche anno ed avuto il bimbo, accade che il passare tante ore a casa, durante l’isolamento dovuto alla pandemia, ci fa aprire gli occhi. Folgorati da ciò che abbiamo improvvisamente visto, abbiamo iniziato ad eliminare mobili e mobiletti, oggetti e suppellettili, senza contare la quantità di cose inutili (di quelle del tipo, teniamo che non si sa mai) ormai diventate niente altro che immondizia.

Nonché libri. Eh sì, l’enorme libreria Ikea aveva, anche lei, delle dimensioni finite, come la casa, del resto, ma ospitava ormai volumi di nessun interesse o valore; quindi si rendevano necessarie delle scelte “manageriali”, anche se so che qualcuno storcerà il naso. Mi sono occupato personalmente della epurazione: senza pietà ho fatto fuori una enciclopedia di lavori a maglia, improponibile anche quando è stata pubblicata, con certi maglioni che mia madre faceva e poi mi obbligava a mettere da ragazzino. Vendetta era compiuta!

Ad un certo punto mi capita tra le mani una di quelle enciclopedie, che parevano per metà riviste di arredamento e “bon ton”, ma con all’interno delle classiche ricette piemontesi: vero che c’è internet, ma vuoi mettere il fascino delle ricette originali della nonna! Immediato intervento della sovrintendenza: sì, via dalla libreria, ma ora conservate a casa della suocera (sempre mia madre).

Un altra raccolta che occupava uno spazio esagerato era quella denominata “Selezione della Narrativa Mondiale” di Reader’s Digest. Ora, senza raccontarvi la storia di questo tipo di pubblicazioni, dico solo che si trattava di estratti delle opere e che, in quanto tali, non erano a mio giudizio meritevoli. L’opera deve essere integrale, quindi, via!

Il maggiore sacrificio che ho dovuto fare, ignorando i sentimenti del cuore, è stato il buttare al macero l’enciclopedia di geografia per ragazzi della fine degli anni sessanta, i cui volumi, ingialliti e consumati, trattavano tutte le regioni e tutti gli stati del mondo. Io l’ho amata, non l’ho solo studiata, l’ho letta e riletta tutta, per viaggiare virtualmente quando da ragazzo non ne avevo le possibilità. Ma il tempo passa, le epoche cambiano ed io avevo un obiettivo prioritario e non meno importante: dovevo riuscire a conservare lo spazio per tutta la narrativa del secolo scorso, per i vinili di jazz, blues e rock, nonché la collezione di Dylan Dog, tutto stipato dentro svariati meandri della casa. Dovevo anche ricreare spazio per i CD, che non cresceranno più, soppiantati dallo streaming e che erano prima distribuiti in quattro mobiletti dedicati (i quali soffocavano letteralmente la sala), che ho buttato via senza pietà.

Liberati gli svariati meandri della casa, si è creato, per effetto domino, ordine in ogni armadio, nonostante alcuni mobili fossero già diventati materiale per l’azienda rifiuti. Finalmente ora si respira (anche meno polvere) e ci si muove più liberamente. Via anche dei cuscini, via delle tende, per una pulizia visiva che conferisce un effetto minimalista all’arredo della casa (finalmente il nostro) e che aiuta ed induce a tenere in ordine. Mia nonna paterna diceva: “Ad ogni cosa il suo posto e ad ogni posto la sua cosa.”

Avere le cose in ordine ha restituito il piacere di scegliere quale libro leggere tra i tanti belli che mia madre ha collezionato, oltre ai miei, ma anche il piacere di scoprire cose diverse, alle quali mai mi sarei avvicinato. Idem dicasi per la musica, che sì, so di avere, ma ora posso scegliere come in un “cloud” fisico, o, per usare un termine antico, come in un jukebox.

Ora sono più facili le pulizie e potremmo anche pensare ad un robot per i pavimenti. Tuttavia non è questo che volevo dirvi. Volevo dire che a volte le cose non accadono per caso. Avrei potuto limitarmi a riordinare la cantina o il garage, che pure sono state travolte da quello sterminio di massa, ma sarebbe stata solo una goccia nel mare della mia mente.

In questi ultimi tre anni sono accaduti dei fatti e si sono presentate delle difficoltà (soprattutto economiche) da non dormire la notte, che stanno inducendo dei cambiamenti radicali nel nostro tenore di vita, rendendo necessaria una completa riorganizzazione del tutto. Ecco, forse questo è ciò che è accaduto in realtà: il riordino delle idee per la riconquista dello spazio mentale.

Fai da te, riparazioni e grande fratello…

Non so se a voi capitano mai quei periodi durante i quali si guastano, a distanza ravvicinata, diversi oggetti. A me sì. Non per questo, tradisco la mia coerenza: cioè rimango convinto sostenitore che la sfiga non esiste. Tuttavia non posso sottrarmi al problema che si pone in quel momento, ovvero: rinunciare a quell’oggetto, comprarne uno nuovo o farlo riparare. Ovviamente per le cose più semplici, cerco di capire se posso ripararle io, però devo essere certo di avere capito cosa fare oppure di avere l’attrezzatura necessaria. Certamente evito i cosiddetti “accrocchi”, che comunque, nel tempo – pur se geniali – si rivelano delle grandi porcherie.

Come quella volta che, per evitare di modificare la porta di accesso al balcone (ricorrendo all’artigiano specializzato in infissi ed al relativo costo) decisi di costruirmi una porta “virtuale”, per consentire al cagnolino di andare in balcone a fare la pipì. Il concetto era quello di mantenere l’accesso libero del cagnolino al balcone anche durante la stagione invernale, magari con la serranda abbassata fino a 50 cm, cioè quanto basta a lui per passare. La porta “virtuale” sarebbe stata posta all’esterno, come una seconda porta, con in basso, in corrispondenza del passaggio, una “tenda” di strisce di plastica, un po’ come quelle di certi negozi. Opportune staffe incernierate sull’esterno avrebbero garantito il funzionamento della porta anche per gli umani. Queste ultime non furono difficili da trovare, in uno dei classici centri commerciali del fai da te: non erano certo staffe per quello scopo specifico, ma fecero al mio caso. Il difficile fu identificare e poi trovare il materiale idoneo a costituire la porta vera e propria. Poi, un giorno, ebbi il colpo di genio: quei fogli spessi, di quella specie di lana utilizzata, ad esempio, per coibentare l’interno delle pareti in carton gesso, tagliati a misura ed infilati in idonei sacchi di plastica, per ottenere l’esatta dimensione della porta. Irrobustii, poi, la struttura, che sarebbe rimasta semi-flessibile, usando del nastro da pacchi e fissai il “pannello-porta”, che avevo ottenuto, alle staffe adattate al mestiere di cerniere; qualche foro nel muro ed il gioco fu fatto. Peccato che il risultato estetico fu contestato violentemente dalla moglie, come il famigerato ecomostro del lungo mare di Bari, e – soprattutto – che l’isolamento termico ottenuto fosse assolutamente insufficiente per il rigido inverno del nord! Non vi dico gli “spifferi”. Così,  l’anno successivo fu previsto l’intervento straordinario della ditta specializzate negli infissi, ma la spesa fu ben maggiore dei 50 € spesi al “fai da te”.

Vi ho raccontato questo aneddoto perché il filo conduttore della storia è il ricorso a professionisti ed esperti quando abbiamo la necessità di modificare o riparare qualche cosa. A quest’ultimo proposito dovete saper che recentemente mi si sono rotti in rapida sequenza: il manico della mitica valigia Delsey (bagaglio a mano per l’aereo), il mio inseparabile orologio Garmin per il fitness e la mia fedele compagna di viaggi e passeggiate col cane, cuffia bluetooth a soppressione del rumore della sconosciuta ditta berlinese Teufel. Tre marchi, lasciatemi dire per esperienza (passatemi la pubblicità gratuita), eccellenti.

In poche settimane ero praticamente un uomo finito, senza più alcuna ragione di vita. Prima di tutto non ero in grado di riparare nessuno dei tre guasti. Poi, non avevo la minima idea di dove poterli fare riparare, o meglio dovevo mettermi di santa pazienza su internet e capire come i tre fabbricanti approcciavano il problema. Ovviamente trovai il tempo e la voglia di farlo nel week end, quando i call center non rispondevano ed i negozi sono chiusi.

Il sito Teufel si rivelò immediatamente semplice e chiaro, indicando il numero verde “00800” da fare. Peccato che questi numeri spesso non siano raggiungibili da cellulare. Fu in quel momento che mi resi conto di non avere mai più ricomprato l’apparecchio cordless della linea fissa, il quale si era disintegrato cadendo, ormai da più di un anno. Ad ogni modo, attesi il lunedì e ne comprai uno nel negozio sotto casa, che ne aveva solo un modello: “Abbiamo solo questo modello per gli anziani, non possiamo competere con i centri commerciali…” Poco male, l’apparecchio è semplicissimo, ergonomico e si sente che è una meraviglia e la qual cosa mi fa sovvenire un dubbio: sono già un anziano? Ma… A quel punto chiamo e mi risponde da Berlino un operatore della casa madre, con tutta la conseguente competenza di chi sa che cosa tratta: in pochi minuti pianifica lui l’operazione di reso, tramite UPS (sul cui sito ho confermato orario e luogo del ritiro in cinque minuti), senza sborsare un euro e garantendomi la sostituzione del prodotto in garanzia. Mai più avrei immaginato ciò, dato che si trattava di un guasto meccanico, da me causato probabilmente in conseguenza di una pressione sulla borsa dove avevo riposto le cuffie. Sai le storie che mi avrebbero fatto altri marchi? Invece questi no: dei signori, che vi consiglio vivamente, a meno che non abbiate come termine sonoro di paragone le cuffie B&W, che costano più del doppio. Con le altre invece secondo me se la giochiamo, proprio in virtù del rapporto qualità prezzo. Conclusione della vicenda: nel pomeriggio le cuffie erano già a bordo del furgone UPS!

Carico come una molla, già in mattinata, dopo avere preparato il pacco per il ritiro, chiamo un negozio che fa assistenza Delsey e ripara valige, in zona San Salvario, il quartiere delle prostitute nigeriane, degli spacciatori, della movida notturna con alcol e musica a palla, nonché di tante botteghe artigiane, sempre più difficili da trovare. Bene, con la spesa di 25 € la mia valigia tornerà come nuova. Secondo problema risolto.

Sicché nel pomeriggio, dopo la consegna del suddetto pacco, era tempo di chiamare il numero verde della Garmin. E qui mi risponde già un classico professionista da call center, con una check list davanti al naso, il quale fa finta di non sentire o capire le mie spiegazioni: perché non è lui quello che fa la riparazione e quindi non gliene fotte un cazzo di sapere qual è il problema (in pratica non si ricaricava più). Mi adeguo, e dopo che per tre volte mi ripete che mi avrebbe inviato una e-mail con le istruzioni da seguire, mi rassegno all’odissea. Accedo alla posta, leggo e comincio. Prima di tutto devi scaricare la nuova applicazione Garmin sul PC. Bene, clicco l’iperlink e confermo. Il computer trita per un po’ e poi mi chiede di collegare l’orologio alla porta USB. L’applicazione inizia a massaggiare il mio dispositivo: ne riconosce il numero di serie, installa gli aggiornamenti e mostra le barrette della ricarica in corso. Mmmh… la procedura finisce, lo lascio lì un tre ore per completare la ricarica e poi lo scollego… miracolo, l’orologino era tornato vivo e vegeto! Quindi non era la batteria…

Morale della favola…

Per il primo episodio: come dicevano i miei colleghi bergamaschi di un tempo: “Fa l’tò de meste!” (e mi perdonino i madre lingua per la trascrizione. Già, ma poi cos’è che so fare… stendiamo un pietoso velo e limitiamoci a riconoscere la buona volontà. Va detto, comunque, che la soddisfazione di realizzare la mia porta, anche se ha ottenuto lo stesso successo dell’elicottero di Leonardo, è stata impagabile. Tutti, però, sappiamo chi è stato Leonardo, quindi traetene le logiche conseguenze.

Per il secondo: un azienda, probabilmente medio piccola, che fa prodotti di qualità e che comunque punta ancora al rapporto con il cliente e lo fa sentire assistito con competenza e cortesia. Una vera lezione. Voglio tornare a Berlino e andarli a trovare.

Per il terzo c’è poco da dire: artigianato e passione. Ancora una volta qualità umane al centro. Vi dico solo: incoraggiamo queste cose, facciamo riparare gli oggetti fin tanto che si può, per motivi economici – certo – ma soprattutto per il bene del pianeta e per lasciare la possibilità agli esseri umani di realizzarsi attraverso la gratificazione che dà la manualità di certi mestieri.

La morale dell’ultimo caso è, forse, la più controversa. Una volta digerito il fatto che devi seguire una procedura (efficace) indicata da un operatore (solerte), il problema è stato risolto, ma purtroppo c’è un ma… nessuno mi toglie dalla testa che l’orologino non avesse un guasto reale, ma che Garmin abbia messo in atto una sorta di censimento, reso coercitivo dal richiamo, dovuto ad un problema tecnico indotto dall’applicazione che lo gestisce tramite smartphone, allo scopo di anagrafare gli apparecchi in circolazione e raccogliere i profili degli utenti, per promozioni commerciali mirate ad essi (età, sesso, tipo di sport) e raccolta dei dati sanitari, non tanto per proposte assicurative personali (questo sarebbe inaccettabile), ma piuttosto per “cederli” a chi crea dei data base, basati su campioni di popolazione, da rivendere a chi deve creare proposte assicurative sanitarie. Probabilmente non è così, ma dati i tempi non ne ho certezza.

Conclusione: l’immagine di copertina si riferisce al romanzo “1984” che G. Orwell scrisse nel 1948. Probabilmente ci siamo arrivati, non in quel modo magari, ma in un modo più subdolo. Chissà, domani. Nonostante ciò, del romanzo rimane valido il monito che se ne trae, ovvero quello di mantenere sempre sveglie le coscienze.

L’Isola del Diavolo, l’ultima fuga di Papillon

LA CONDANNA

Ormai me l’ero scordato come ci ero arrivato e da quanto tempo stavo all’isola del Diavolo. Davanti allo specchio non mi potevo più guardare ed ero pure diventato goffo nei movimenti, fino a quando, una brutta mattina, dopo avere indossato una camicia con i bottoni automatici, col fiato pesante ed affannoso, mi sedetti per legare i lacci delle scarpe. Fu come una scarica di mitraglia: ”ta-ta-ta-ta”, mentre i bottoni della camicia si aprivano, dandomi l’effetto di proiettili che mi squarciavano il torace. Tuttavia, non fui colpito negli organi vitali:  ero ferito, ma non ancora morto.

Fu il momento nel quale mi passò davanti tutta una vita: le lancette delle varie bilance analogiche che, per quei 177 centimetri, indicavano i 72 chili dei 18 anni, i 79 di prima che mi sposassi, gli 82, gli 87 e gli 89 a scandire la vita matrimoniale, fino al divorzio; poi gli 82 del ritorno ai ritmi da single, finché non fu di nuovo matrimonio e di nuovo baratro, fino ai 100.

In realtà, una volta, ero già tornato a 77, ma poi avevo mollato. No, mio figlio meritava un altro papà, io meritavo un altro me stesso. Basta col dare la colpa agli impegni e al trovare i cibi già preparati: erano solo delle scuse per non prendermi la responsabilità di diventare padrone della mia vita, almeno in qualche cosa.

Al tempo stesso cresceva in me il disagio di sentirmi vittima della impossibilità di prendermi il tempo per lo sport (che mi diverte tanto, come la lettura e la musica) e, conseguentemente, di essere irrimediabilmente avviato al degrado fisico, senza nemmeno provare a combatterlo. Mi sentivo prigioniero e consolavo tale frustrazione con il cibo, come in una spirale senza fine.

Ebbene, fu proprio il momento in cui vidi la camicia squarciata nello specchio dello spogliatoio di casa a riaccendere l’orgoglio e la voglia di libertà per mettere a segno l’ennesimo piano di evasione dell’irriducibile Papillon.

L’ESPIAZIONE

La mia storia potrebbe essere quella di un qualunque individuo appartenente alla schiera di pancette e maniglie, coscione e sederoni in circolazione: quei simpatici segni di abuso del piacere della tavola, evidenziati da cinture dei pantaloni la cui fibbia si chiude all’altezza del pube, invece che sul girovita e da leggings infilati ovunque trovino una piega o una rientranza nelle carni, come fanno i sacchetti per il sottovuoto quando si estrae l’aria. Fermi, la questione seria non è estetica, ma il coltivare l’amor proprio, con lo scopo di salvaguardare la nostra autostima.

Al netto di tutte le pesate che vi ho elencato prima, in realtà, per la maggior parte della mia vita sono stato in leggero sovrappeso, ma ad una certa età qualcosa è cambiato, tanto che, praticamente, mi bastava guardare il cibo per ingrassare. Causa ne è stato lo stile di vita sedentario ed inattivo, il quale – paradossalmente – ti porta ad essere sopraffatto dalla fame nervosa. Io non mangiavo: aggredivo la tavola con una voracità ingiustificata, senza rendermi conto di cosa e quanto mangiassi. Questi sono i punti deboli di quelli come me: non avere coscienza alimentare e giustificarsi di continuo.

IL PIANO

Cerchiamo di essere onesti e chiediamoci quanto tempo sprechiamo facendo cose futili e quante volte non sappiamo dire no agli altri. Per ovviare a questo, decisi di assegnare un indice di qualità al tempo che dedicavo alle mie abitudini e cominciai a fare delle scelte, iniziando da quelle piccole e facili. La forza per farlo è stato il frutto di un lavoro fatto sulla mia mente, per modificare l’atteggiamento nei confronti della vita in generale e per dare un senso al lavoro e al sacrificio necessario per perseguire (e poi mantenere) il benessere interiore e fisico, la cui conseguenza è anche la salute.

Come provare a spiegarlo… diciamo che ho messo al centro i valori laici di un umanesimo ed una umanità ritrovati dentro di me… no, non ho cercato (goffamente) di “volare alto”, bensì di tornare con i piedi per terra, anzi, su “questa” terra, perché solo amando lei e la vita potevo amare me stesso.

In questo senso, mi son detto, non è inutile pensare, con ogni piccolo gesto a nostra disposizione, alla pulizia del pianeta e della sua atmosfera; cercare di farlo ci porta al piacere della scoperta (cit. Alberto Angela), ad apprezzare la diversità della natura e l’unicità delle cucine, incluse la storia geologica ed umana che le ha generate (a questo proposito, leggete qualcosa di Mario Tozzi) e all’identità dei territori e delle culture (pensieri precorsi da Mario Soldati sessant’anni fa).

Per quanto riguarda l’attività fisica, ho voluto dare un’impostazione in controtendenza e in coerenza, evitando la palestra. Mi sono messo a fare esercizi semplicissimi a corpo libero e senza attrezzi, per un allenamento completo. La corsa e la camminata ho deciso di farle nel parco più vicino, risparmiando  tempo e denaro, invece di recarmi in una palestra a farlo su un noioso tappeto rotante.

LA FUGA

Mangiare nei piatti da dessert, usare la mano aperta per la dimensione della fetta di carne, il pugno chiuso per la quantità di riso e di pasta, due dita per il taglio del pezzo di formaggio e la possibilità di parlare senza fatica se il ritmo di corsa che si adotta è quello idoneo al nostro fisico: sono state unità di misura empiriche, ma facili da applicare sempre. Piaccia o no, ricordiamoci che  senza fare un cazzo il nostro corpo necessita di circa 1800 chilocalorie: questo ci da la dimensione di come l’evoluzione della nostra società ci abbia snaturato e portato fuori strada e contro natura.

In otto mesi sono sceso da 95 a 72 chili mangiando di tutto, ma in quantità più moderata rispetto a prima. Lo schema è, e sarà: verdura come antipasto e poi solo primo o secondo. Frutta nei fuori pasto. Acqua. In questo mi ha aiutato un applicazione per il cibo (per imparare i contenuti dei cibi) ed una per l’attività fisica (perché fosse adeguata alla mia età e corporatura). Col tempo ho imparato a farlo da solo, anche perché più che “controllare” quello che mangio, cerco di “pensare” a quello che mangio.

La parola dieta a questo punto la posso anche scrivere, perché non ha più il connotato greve della condanna. Zero birra, zero vino, zero formaggio, zero salumi, zero dolci, zero bibite, correre tre volte la settimana son stati sì dei sacrifici, ma mossi da dei valori più profondi e duraturi, senza i quali si rischia di vanificare l’obiettivo. Che poi “zero” non è vero, perché una sera la settimana bisogna mangiare ciò che si vuole, meglio ancora se ci si è impegnati a scegliere un determinato locale in un determinato luogo, per un determinato piatto, oppure se ci siamo procurati quegli ingredienti, in quei negozi – magari – di nicchia, per cucinare quel determinato piatto. In questo modo, la ricerca del sapore  (di un sapore, di quel sapore) diventano il piacere, invece dell’abbuffata seguita dall’effervescente Brioschi (quando va bene). Sarà vera libertà? Chiedetemelo tra un anno, se non mi avranno riportato sull’isola di Dreyfuss e Charriere.

Passioni (musicali) inconfessabili di un truzzo degli anni ‘80

Ebbene sì la tradivo. Come chi? La New Wave, cosa pensavate! Con chi? Ritchie Family e Donna Summer, Giorgio Moroder ed i Kraftwerk, per non parlare della Disco Music dei Boney M e Patrick Hernandez… roba da “I migliori anni” di Carlo Conti. Nel periodo di cui vi parlo, nella classifica italiana dei 45 giri, quasi non c’erano stranieri e, non dico del  Punk o della New Wave, ma addirittura del Rock non vi era traccia!

In Italia, in quegli anni – che vanno dal ‘76 all’86 – il fronte della musica popolare e tradizionale era ancora forte e capace, per esempio, di relegare Vasco Rossi all’ultimo posto in classifica a San Remo. Posto questo, son ragionamenti che non si dovrebbero mai fare: per ogni generazione e per ognuno di noi, sono fasi, momenti legati all’epoca o all’età e ci portano a mettere dei confini dove, in realtà, non ce ne dovrebbero essere.

Comunque sì, lo ammetto, ho avuto dei rapporti occasionali non protetti, ma indimenticabili: una canzone sola, una botta e via, come se quella fosse l’eternità, poi destinata a svanire col sorgere del sole del nuovo giorno, perché quella persona, come quella emozione, non la rivedrai mai più.

Correva l’anno 1976 quando una nota (in Francia) modella, Chantal Benoist, pubblicava, col nome d’arte Jennifer, il brano disco music, “Do it for me”. Brano semplice, orecchiabile e facile da ballare. Lei, sensuale ed ammiccante, si esibiva sempre con dei vestitini attillati, che attizzavano il mio acerbo ormone. Altri tempi: una sensualità perfino tenera (ne parlavo anche qui).

Sempre nel 1976, il gruppo di rock elettronico Rockets pubblicava “Future woman”, canzone costituita da un impasto di sonorità incalzanti ed, a mio avviso, ben amalgamato da effetti elettronici innovativi ed originali per l’epoca. Debolissima nel testo, adatto al target del loro pubblico, la canzone parlava di una donna del futuro, di un pianeta sexy, resta un bel pezzo rock tutto da ballare.

Sono in difficoltà nel commentare questo brano del 1977, eseguito dalla Michael Zager Band ed intitolato “Let’s all chant”, perché – seppur basato su una buona idea, per un pezzo disco music senza pretese – risulta nel complesso fiacco, quasi incompiuto. Unico reale punto di forza, le scollature delle ballerine del video che lo accompagnava e che all’epoca in Italia fu censurato. Ecco, forse, bene testimonia, anche con la fotografia tipica dell’epoca, il cambio del costume, del resto sdoganato in Italia, appena un anno dopo, dalle prime tette in televisione: quelle della ventenne – ancora sconosciuta – Barbara D’Urso, nella sigla iniziale del programma Stryx, su Rai2 (fonte mia, ma quante ne so…). Peccato che la nota presentatrice abbia dovuto smettere di usare le tette ed abbia iniziato ad usare il cervello: nettamente superiore il livello delle prime.

Nel 1979 escono i due pezzi che, a mio avviso hanno cambiato il pop, anticipando gli anni ‘80, anche sotto l’aspetto del consumo e dell’avvento della tecnologica, oltre che del suono. Aspetti che oggi, all’alba degli anni ‘20, sono giunti a compimento, prevaricando la centralità del suono, che dovrebbe essere l’essenza della musica. Interpreti sono stati due gruppi, poi spariti in breve tempo dalla scena, ma che  a mio avviso hanno lasciato il segno: i Buggles con “Video killed the radio stars” e gli M con “Pop muzik”.

Sulla scia di Fred Buscaglione, senza averne lo spessore, ma certamente l’ironia, nel 1980 troviamo Pino D’Angiò con “Ma quale idea”, brano che alcuni annoverano come primo esempio di rap italiano; se non lo è, sicuramente con questo pezzo D’Angiò è stato l’artefice della diffusione delle sonorità funky presso il pubblico italiano musicalmente più distratto e qualunquista. Ah… eppure ci si atteggiava così, sigaretta in una mano e l’inseparabile Negroni con ghiaccio tintinnante nell’altra.

Sin d’allora lo trovavo buffo, ma comunque con un suo “perché”; si tratta del cantante austriaco Falco, rimembranza delle mie escursioni in discoteca nella Mitteleuropa del tempo. Siamo nel 1981 ed il pezzo è  il mitico “Der kommissar”, che però avrebbe meritato un video migliore, all’altezza del primo posto in classifica, che raggiunse anche da noi.

Come dicevo, erano per me gli anni delle vacanze in giro per l’Europa negli ostelli e degli spostamenti in treno con l’interrail, quando nel 1982 il Trio tedesco cantava “Da da da”, che ancora oggi trovo estremamente originale nella sua ipnotica minimalità, o no?

Sempre nel 1982, il gruppo rock tedesco degli Spliff, con un brano cantato in un italiano maccheronico, ci offriva uno spaccato di come l’Italia veniva vista dall’estero. Certo che si trattava di luoghi comuni, ma tutto sommato – nel bene e nel male – è quello che siamo, e non mi sento di dargli torto, anche se i Crucchi ci mettono sempre un pizzico di senso di superiorità nel dirlo. Comunque ai mondiali di Spagna di quell’anno li abbiamo bastonati e mandati a casa. E non sarà nemmeno l’ultima volta.

Tra i ritmi funky-dance ipnotici sicuramente merita menzione “Last night a DJ saved my life” del 1983 a firma Indeep, che bene abbina la sensualità del sound al prototipo di truzzetta sexy del periodo.

Sempre nel 1983, a conquistarmi anche è la teutonica rockstar Nena, con “99 Luftballons”, il cui testo è di un certo Carlo Karges e parla dell’acquisto di 99 palloncini, che vengono liberati in aria, ma che, intercettati da un radar, sono scambiati per un attacco dal cielo da parte di una forza aliena. Per questo motivo, un generale dà l’allarme e l’ordine di abbattere questi oggetti non meglio identificati. E ci si stupisce che tutto questo “trambusto” sia potuto accadere soltanto a causa di 99 palloncini. Ad ispirare l’autore del testo fu un concerto dei Rolling Stones tenutosi a Berlino Ovest, al termine del quale furono lanciati in aria migliaia di palloncini che, una volta saliti, sembrarono quasi assumere la forma di un’astronave. Karges pensò quindi a che cosa sarebbe potuto accadere, in clima di Guerra fredda, se anche al di là del muro avessero avuto la sua stessa impressione e prese così lo spunto per comporre un brano contro la guerra. Fin qui le info tratte da Wikipedia. Questo pezzo era davvero accattivante e lei una ragazza carina, che col tempo, oltre ad essere diventata una bella donna, ha avuto anche una bella carriera come cantante.

Con i Cameo di “Word up” del 1986 si conclude questa carrellata di canzoni, da collocarsi fuori dagli spazi “colti” del rock e della musica black, che a volte mi vanto di ascoltare (senza in realtà capire un cazzo). Qui, comunque, tutto si può dira, ma non si può negare che ‘sto pezzo trasmetta una grande voglia di ballare, come quasi tutti i pezzi che vi ho descritto: almeno, lo spero. Non dico di esservi esibite e strusciate contro un palo cromato o di esservi esibiti in movimenti pelvici alla Elvis o Michel (a suo tempo altrimenti definiti  “fucking movie”, usando una forzatura linguistica anglosassone); se non così, dicevo, spero almeno di avervi fatto battere il piedino sul pavimento. Ah, comunque il guscio rosso indossato dal protagonista è una vera e propria chicca, che son certo cercherete di procurarvi quanto prima.

Concludo con un commento sulla copertina, che mostra il mio tipico “outfit” truzzo dell’epoca con il mio inseparabile walkman: magari non ero figo come lui (Michael J. Fox di “Ritorno al futuro”), ma sicuramente più alto.

La non felicità

La felicità non è nulla di eclatante. Confusa con l’amore, la passione, la soddisfazione, la gratificazione, la ricchezza, il potere e mille altre cose. No, non è nulla di tutto questo. La felicità è la salute. Sì, basta la salute, dicevano. E avevano ragione: la salute, nostra e delle persone che amiamo. E la felicità, è solamente sapere che ci sono. Che ci siamo. Come se tutto fosse per sempre, anche se sappiamo che non è così, ma fa lo stesso.

Ecco, accade in certi momenti della vita, che non sia più così. Allora, anche se accadono cose belle, non riesci più a gioire, a causa del vuoto lasciato dalla mancanza di quella condizione, che pensavi dovuta e scontata. Forse è anche giusto – naturale, perfino – ma il fatto è che manca. Intanto, il mondo attorno, si muove come prima: come sempre. Ma quella persona che ami no, perché ha male e la sua sofferenza tu non la puoi lenire e il tempo non lo puoi fermare: che, se potessi, vorresti riempire il vuoto di quella situazione inconsolabile di “non felicità”. Ma non puoi.

Ti trovi a combattere con i sensi di colpa per non poter fare abbastanza, per non sapere cosa fare. E poi ti trovi solo, come non mai, di fronte ad una cosa che ti soverchia. E’ così, che ti diventa chiaro il concetto positivo, insito in quella parola tanto agognata; non quando ti capitano le cose belle, delle quali non cogli quasi mai la differenza tra effimero e concreto – ma in negativo, quando qualcosa di importante e insostituibile viene a mancare. Ricordiamocene e, forse, passato il tempo della non felicità, saremo più felici.

A spasso nel tempo (digressioni musicali)

PREFAZIONE

Credo che l’arte sia comunicazione, perché – generalmente – è fatta per farsi guardare ed ascoltare. In tutte le sue forme espressive, anticipa e interpreta il sentire collettivo in divenire, quindi è soggettiva per chi la crea – specie inizialmente – ma poi diventa di tutti quando viene apprezzata e compresa. La chiamerei quindi cultura. Tuttavia, è difficile dire se esista l’arte assoluta, date le differenze tra gli esseri umani e le generazioni, quindi tra epoche diverse.

SVOLGIMENTO

Delle sette arti, la musica (rock e pop in particolare) mi accompagna da sempre, incarnando, di volta in volta la mia crescita, maturazione ed evoluzione. Io, che non suono altro, al di fuori del campanello di casa, ho iniziato ad ascoltare musica nella seconda metà degli anni settanta e, con il passare del tempo, ho sentito la necessità di comprendere da cosa discendeva quello che mi piaceva. Ora devo prendere atto, che, in questo modo, le mie esplorazioni musicali, vanno solo indietro nel tempo, come alla ricerca di origini emotive e di legami, non miei culturalmente, in cui – nonostante ciò – mi riconosco.

Tanto tempo fa iniziai ad ascoltare la Disco, poi la New Wave, poi il Rock, fino a quando, ad un certo punto incontrai l’hard rock: Deep Purple, Led Zeppelin, Aerosmith, AC/DC, nel cui repertorio si annidano dei pezzi Blues favolosi. Non era l’unico percorso possibile per arrivarci, in quanto da questo genere vengono un po’ tutti i tipi di rock. Ad ogni modo, il Blues è una musica che viene dall’anima e ti arriva all’anima: una musica che ha mantenuto i connotati originali di espressione dell’interiorità di ognuno, sia che lo suoni, sia che lo ascolti. Poi, ha incontrato il country, generando i primi vagiti Rockabilly. Ma la sua forza non si esaurì li, perché di li a poco ci sarebbe stata la “british invasion”: giovani inglesi, come The Animals e The Rolling Stones, che presero il Blues e lo fecero proprio, per cantare il disagio, questa volta dei giovani inglesi nella nuova società occidentale di fine  anni ‘60. Furono loro a a sdoganare la musica dell’anima nei confronti di una nuova coscienza bianca, che fino ad allora l’aveva ghettizzata.

La chiave di volta del mio viaggio – udite, udite – è stato quel rock progressivo, nato in Italia e poi fatto proprio dalle grandi rock bands inglesi, nei primi anni settanta, dal quale deriverà un prodotto meno dotto e sperimentale, ma più maturo e compiuto, eseguito da musicisti formati quali Pink Floyd e The Who, che adoro e che assieme ad altri hanno ispirato il grande rock dei decenni successivi. Nulla, più della musica, interpreta la teoria evolutiva.

Tra le mie scoperte, vorrei citare un bluesman come J.J Cale, del quale mi sono letteralmente innamorato e sicuramente molto ascoltato – a suo tempo – da Mark Knopfler e Pino Daniele.

Analogamente, citerò anche un altro musicista, poco conosciuto da noi: Donald Fagen, sia come solista, che elemento del duo Steely Dan: vero anticipatore dell’epopea dance anni ‘80 e ‘90, non più a solo appannaggio dei neri.

Spesso sono i nuovi generi a segnare la rottura tra una generazione e la precedente; come una certa scena musicale newyorkese, facente capo a Lou Reed e i suoi Velvet Underground e ad un suo musicista, Alan Vega, che non mi hanno lasciato indifferente, facendomeli etichettare, in tal senso, come dei precursori dello spirito del Punk.

Ognuno di noi appartiene ad un tempo (gli ultimi venti anni del secolo scorso, per me) e non può (antropologicamente, come i dinosauri, da cui l’intrinseca tristezza del titolo di questo post) appartenere ad un altro, per rimanere al passo con l’attualità. Prendi il Trap, ad esempio. Non critico, o nego, quello che ci può dire; a me pare un disagio interiore, più che sociale, espresso con ingenuità e – a volte – con volgarità. Comunque, a parte il mio ininfluente giudizio, non vedo, attorno a questo genere, un movimento di aggregazione sociale che sia il seme di qualcosa di nuovo, innovativo e migliorativo.

Hei, il brano in questione, che vi ho fatto ascoltare, “prende”, ma ovviamente mi è lontano. Il tempo ci dirà quale strada, gli interpreti del genere, riusciranno a trovare da adulti, come è stato – nel bene o nel male – per i movimenti del ’68, del ‘77 e così via. Spero che il loro non resti un vagare di individui isolati, vittime della incomunicabilità anche fra di loro.

CONCLUSIONE

Ci vuole tempo e non bisogna trarre per forza delle conclusioni. Inutile provarci, diceva Lorenzo (Jovanotti): “Sono passate mille generazioni. Dei rockabilly e punk e capelloni. E metallari paninari e sorcini. E ogni volta gli stessi casini. Perché i ragazzi non si fanno vedere. Sono sfuggenti come le pantere. E quando li cattura una definizione. Il mondo è pronto a una nuova generazione.” Anche se, musicalmente parlando, ho l’impressione che ci lasceranno davvero poco e che nulla del Trap diventerà arte in musica, come quella che ho menzionato. Con buona pace della Maionchi e dei talent, si tratterà di graffiti preistorici: dei semplici tracciati primordiali su una roccia. Non me ne vogliate, ma forse è la prima volta che torniamo indietro.

Note

Ah, comunque, l’immagine di copertina è quella di London Calling dei Clash, mentre quelli che spaccavano le chitarre, a cui forse vi ha fatto pensare l’immagine, erano The Who.

Sembrava quasi la felicità

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Mi perdonerete questa chiacchierata con due dei cantautori che amo di più: Vasco Rossi e Luca Carboni. A volte, ascoltando le loro canzoni mi perdo e vago.

“Voglio una vita maleducata, di quelle vite fatte così: che se ne frega di tutto, sì. Una vita che non è mai tardi, di quelle che non dormo mai e… che non si sa mai”

Quanto tempo è passato “a rincorrere i miei guai, in un viaggio unico, a volte distratto perso dentro i fatti miei”, tanto che in buona parte se n’è già andato. Ma non importa, ci credo ancora: “vedrai che vita, vedrai”.

E così si alternano i pensieri, inseguendo le note e uno stato d’animo: “la malinconia, che ha le onde come il mare e ti fa andare e poi tornare. La malinconia, che ti culla dolcemente e si balla come un lento, che la puoi stringere in silenzio e sentire tutto dentro.”

La malinconia, che per lo più si nasconde dentro di te e poi ti prende, insinuandosi nei momenti di calma, “che ha la luce calda e rossa di un tramonto, di un giorno ferito, che non vuole morire mai: sembra quasi la felicità.”

Non saprei come spiegarla: ”sembra quasi l’anima che va, sogno che si mischia alla realtà; puoi scambiarla per tristezza, ma è solo l’anima, che sa che anche il dolore servirà”.

Ora mi sento meglio… e intanto, “l’estate sta finendo” (cit. Righeira).

Oltre l’età dei crudi

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L’età dei crudi si sarebbe chiusa il giorno che il Quatta chiese al Principe, chiamandolo per nome e con voce greve: “Ma noi, siamo dei veri crudi?” Quell’incertezza era il segno di un epoca che finiva, ma – ovviamente – ne sarebbe nata un altra, che mai avrei immaginato e, con essa, sarebbe cambiata la colonna sonora che accompagnava la mia vita. Era passata di moda la new wave, ma forse anche noi non eravamo più così. Si cambiava dentro e si cercava di crescere… E parlo di colonna sonora nel vero senso della parola, perciò non aspettatevi storie di amicizie struggenti, amori infranti e sesso spettacolare, perché intendo parlare di una passione, che queste cose le ha accompagnate, esaltate e consolate, ovvero quella di ascoltare musica.

E allora: chi meglio di Vasco Rossi poteva interpretare le inquietudini del dover crescere e chi meglio di Jovanotti poteva accompagnare il percorso di cambiamento di quegli anni? Non solo: chi poteva riflettere al meglio l’intimo della mia anima, se non Concato, Ron, Battiato, Conte e (addirittura) Pezzali? Badate, l’ascolto non era solo legato al massimo periodo di auge degli artisti: ero io che li cercavo e li scoprivo, andando magari a ritroso nel tempo: sempre asincrono e fuori dal coro. Certo, il grande rock, degli U2 e dei Rem, manteneva il suo spazio nei miei ascolti, ma accompagnato da “quella” musica italiana lì.

Nella vita di ognuno, ci sono poi certi ascolti, che sono un po’ come certe letture: ti segnano, e in quel momento, magari nemmeno te ne accorgi. Come è successo a me  da ragazzino, quando ho ascoltato i classici del jazz e della canzone italiana degli anni ‘50 e ‘60 e ’70. I primi mi forgiarono all’ascolto delle sonorità nate dal connubio afro-americano; i secondi mi fecero conoscere quelli, che a mio giudizio, sono stati anticipatori della evoluzione delle canzoni della musica italiana: Buscaglione, Carosone, Modugno, Paoli e Battisti. Mentre accadeva tutto questo, però, non mi stavo certo perdendo il filone della musica dance, che ascoltavo alla radio o in discoteca e che mi sarei vergognato ad ammettere di comprare (perché non era da crudi n.d.a.). Un filone che partiva dai Bee Gees e Donna Summer, per passare dagli Chic e dalle Sister Sladge, fino a Madonna e “Don’t stop till you get enough” – ma solo quel brano – di Michel Jackson.

Negli anni ’90, però, la mia attenzione per la musica si fece più distratta, causa altri interessi e impegni; dal duemila, cominciò anche a diminuire, ridotta all’ascolto delle “marchette” radiofoniche degli speaker, fino al 2013, l’anno delle mie trasferte di lavoro in Cina, al quale coincide la mia scoperta delle grandi librerie musicali e la possibilità di ascoltare qualsiasi musica, sfruttando ogni momento disponibile. Così ho cominciato a riascoltare tutto, facendo approfondimento di gruppi e generi che avevo solo ascoltato per brevi periodi all’epoca (ska e rockabilly) e anche tutto ciò che è stato, prima (rock dei ‘70, ma non il progressivo, che detesto) e dopo (Amy Whinehouse) l’età dei crudi.

Blues e Jazz, innanzitutto. Nuova raccolta in nuovo vinile da 180 grammi (completata in questi giorni) la prima; la vecchia e mitica raccolta in vinile riesumata dal fondo di un armadio e ancora integra, la seconda. Poi ri-catalogare tutti i CD, alcuni dei quali non ricordavo di avere ed altri di cui c’è solo più la confezione (!?) o la confezione è rotta o sono rovinati (grrr…), per i quali bisognerà intervenire e ripristinare la normalità (filo spinato elettrificato?). Ultima operazione sarà il recupero delle musicassette da una vecchia cantina. Sicuramente non si potranno ascoltare, essendo passato troppo tempo, ma usando la rete e lo streaming, l’obiettivo è ricostruire quelle raccolte (esattamente com’erano), che chiamerò – per farmi capire – playlist.

Tutto sarà inserito in un database, inclusi i contenuti di i-tunes, perché quando i dischi sono tanti anche lì è difficile ritrovarli. Quindi non solo streaming, ma CD e, soprattutto, vinile. Per questo, tre mesi fa, cambio le gloriose ma obsolete casse, riacquisto un piatto, puramente manuale e meccanico, con le dita abbasso delicatamente il braccio sul padellone, che gira morbidamente a 33 rpm, trainato da una cinghia. Cosi, la puntina inizia a incidere il solco, spezzando l’incantesimo di una logica viziata dal mutamento dei tempi, per colpa di una strega cattiva, e liberando tutte le emozioni che la musica può dare, facendomi riappropriare del tempo.

P.S. Nessuno spazio ai cantautori… politicizzati o meno non mi sono mai piaciuti.