Il Pupazzo di neve

Ogni inverno, quando arrivava la neve, per Ottavio non si trattava solo dell’opportunità di giocare a palle di neve e nemmeno di godere di quell’atmosfera magica, che in quel periodo dell’anno accompagnava il Natale. Quel periodo era per lui anche un momento intimo e personale, per via di quel fatto capitato quando aveva quattro anni.

Tutto iniziò un giorno che Ottavio, con il papà fece un pupazzo di neve proprio nel cortile di casa. Lui, essendo piccolo, aiutava come poteva, ma alla fine fu proprio lui, con l’aiuto di papà, ad avere l’onore di infilare la carota al posto del naso per completarlo. Era proprio bello. Era il primo pupazzo di neve che vedeva, e lui aveva partecipato alla sua realizzazione. La sera, dalla sua cameretta, prima di andare a fare la nanna, non seppe resistere e mise la sua seggiolina in prossimità del davanzale: anche se mamma e papà non volevano, lui ci salì per guardare fuori il “suo” pupazzo.

Un vecchio cappello a cilindro sulla testa, due grossi bottoni neri al posto degli occhi, una fila di bottoni più piccoli disposti a mezza luna per formare la bocca, altri tre per i bottoni della giacca, una sciarpa rossa attorno al collo e due rami per fare le braccia. Poi, il chiaro di luna e l’aria tersa dell’inverno lo facevano brillare, tanto da riscaldarne lo sguardo ed il sorriso, al punto che sembravano davvero rivolti a lui. Era subito dopo cena e il freddo tratteneva le persone al caldo dei focolari, mentre tutti i bimbi si preparavano per la nanna, così, il silenzio che ne risultava nel cortile di casa, nonostante la finestra chiusa, gli consentiva di ascoltare una voce provenire proprio dal suo pupazzo.

“Ciao Ottavio, come va stasera?” Esordiva il Pupazzo. “Hai mangiato tutta la pappa? Tra poco sarà ora di lavarti i denti e mettere il pigiamino.” E lui rispondeva incerto, con ancora dei piccoli difetti di pronuncia, raccontando di quello che aveva fatto all’asilo e con papà o mamma. In genere si salutavano dandosi appuntamento alla sera seguente, quando di ritorno dall’asilo sarebbe rimasto in cortile per aggiustare le parti sciolte o rovinate. Poi, finito il colloquio ed aver riposto la seggiolina, poco dopo giungevano mamma o papà, per metterlo a nanna, mentre gli raccontava quanto era appena accaduto.

Quindi per diversi anni e per tutte le sere durante le quali il Pupazzo resisteva senza sciogliersi, il medesimo rituale si ripeté. Il tempo passò ed in capo a qualche anno, gli inverni si fecero molto meno rigidi e la neve diventò un lontano ricordo. Non fu più possibile fare il Pupazzo, ma – soprattutto – il bimbo crebbe e si dimenticò di quel gioco e di quel fenomeno misterioso.

Ottavio era ormai diventato un uomo. Quella sera, di un inverno stranamente rigido e lungo come quelli di una volta, uscì anticipatamente dall’ufficio per andare a trovare il suo papà, che non stava bene. I suoi genitori vivevano ancora nella vecchia casa ed ora la sua stanza da bambino era diventata la stanza del papà malato. Prima, però, era passato da casa ed aveva preso il suo bimbo di quasi quattro anni per portarlo a visitare il nonno. Alla vista del nipotino la vecchia casa si riempì di allegria: al bimbo fu data la fetta di crostata preparata dalla nonna, che lui adorava, mentre il nonno lo chiamò a sé e cominciò ad incantarlo con una delle sue storie.

A rendere particolare quel giorno, dopo tanti anni, era il ritorno della neve, che aveva di nuovo reso il cortile ovattato di bianco: “Andrea, metti quella seggiolina davanti alla finestra e fatti aiutare dal papà a salirci sopra… Mi raccomando non farlo mai da solo, come faceva il tuo papà da piccolo, perché è pericoloso…” “Papà era pittolino come me?” “Sì, non stava mai fermo… ma adesso guarda fuori, cosa vedi in mezzo al cortile?” “Vedo un signore di neve!” “Quello è un pupazzo, l’hanno fatto dei bimbi questa mattina.” Anche il papà lo vide, osservando fuori dalla finestra, e la cosa gli provocò un emozione lontana. Era uguale, uguale a quello che vedeva lui da piccino, del quale, però, si era completamente dimenticato per tanto tempo.

Nel frattempo la neve riprese a scendere e gli occhi di padre e figlio rimasero incantati ad osservare il Pupazzo nel bel mezzo del silenzio incantato del cortile. In quell’attimo, per magia una voce calda li avvolse: “Ciao Andrea, come va stasera?”. Quella voce risuonò nuova per il bimbo, ma conosciuta per il papà, che vi riconobbe quella ben camuffata di suo padre. Non si voltò e lascio che il Pupazzo continuasse il suo dialogo col bimbo, fino a che i due si salutarono. “Non ti eri mai fermato a pensare che ero io, vero?” A quel punto Ottavio si volse verso il padre: “No, non l’avevo mai capito, poi avevo dimenticato tutto, ci hai fatto un bellissimo regalo papà. Ma come facevi?” La nonna intervenne con un amorevole sorriso: “Ogni sera aspettava che tu salissi di nascosto sulla seggiolina, poi usciva sul balcone, incurante del freddo, e si sedeva sotto la finestra.”

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