A spasso nel tempo (digressioni musicali)

PREFAZIONE

Credo che l’arte sia comunicazione, perché – generalmente – è fatta per farsi guardare ed ascoltare. In tutte le sue forme espressive, anticipa e interpreta il sentire collettivo in divenire, quindi è soggettiva per chi la crea – specie inizialmente – ma poi diventa di tutti quando viene apprezzata e compresa. La chiamerei quindi cultura. Tuttavia, è difficile dire se esista l’arte assoluta, date le differenze tra gli esseri umani e le generazioni, quindi tra epoche diverse.

SVOLGIMENTO

Delle sette arti, la musica (rock e pop in particolare) mi accompagna da sempre, incarnando, di volta in volta la mia crescita, maturazione ed evoluzione. Io, che non suono altro, al di fuori del campanello di casa, ho iniziato ad ascoltare musica nella seconda metà degli anni settanta e, con il passare del tempo, ho sentito la necessità di comprendere da cosa discendeva quello che mi piaceva. Ora devo prendere atto, che, in questo modo, le mie esplorazioni musicali, vanno solo indietro nel tempo, come alla ricerca di origini emotive e di legami, non miei culturalmente, in cui – nonostante ciò – mi riconosco.

Tanto tempo fa iniziai ad ascoltare la Disco, poi la New Wave, poi il Rock, fino a quando, ad un certo punto incontrai l’hard rock: Deep Purple, Led Zeppelin, Aerosmith, AC/DC, nel cui repertorio si annidano dei pezzi Blues favolosi. Non era l’unico percorso possibile per arrivarci, in quanto da questo genere vengono un po’ tutti i tipi di rock. Ad ogni modo, il Blues è una musica che viene dall’anima e ti arriva all’anima: una musica che ha mantenuto i connotati originali di espressione dell’interiorità di ognuno, sia che lo suoni, sia che lo ascolti. Poi, ha incontrato il country, generando i primi vagiti Rockabilly. Ma la sua forza non si esaurì li, perché di li a poco ci sarebbe stata la “british invasion”: giovani inglesi, come The Animals e The Rolling Stones, che presero il Blues e lo fecero proprio, per cantare il disagio, questa volta dei giovani inglesi nella nuova società occidentale di fine  anni ‘60. Furono loro a a sdoganare la musica dell’anima nei confronti di una nuova coscienza bianca, che fino ad allora l’aveva ghettizzata.

La chiave di volta del mio viaggio – udite, udite – è stato quel rock progressivo, nato in Italia e poi fatto proprio dalle grandi rock bands inglesi, nei primi anni settanta, dal quale deriverà un prodotto meno dotto e sperimentale, ma più maturo e compiuto, eseguito da musicisti formati quali Pink Floyd e The Who, che adoro e che assieme ad altri hanno ispirato il grande rock dei decenni successivi. Nulla, più della musica, interpreta la teoria evolutiva.

Tra le mie scoperte, vorrei citare un bluesman come J.J Cale, del quale mi sono letteralmente innamorato e sicuramente molto ascoltato – a suo tempo – da Mark Knopfler e Pino Daniele.

Analogamente, citerò anche un altro musicista, poco conosciuto da noi: Donald Fagen, sia come solista, che elemento del duo Steely Dan: vero anticipatore dell’epopea dance anni ‘80 e ‘90, non più a solo appannaggio dei neri.

Spesso sono i nuovi generi a segnare la rottura tra una generazione e la precedente; come una certa scena musicale newyorkese, facente capo a Lou Reed e i suoi Velvet Underground e ad un suo musicista, Alan Vega, che non mi hanno lasciato indifferente, facendomeli etichettare, in tal senso, come dei precursori dello spirito del Punk.

Ognuno di noi appartiene ad un tempo (gli ultimi venti anni del secolo scorso, per me) e non può (antropologicamente, come i dinosauri, da cui l’intrinseca tristezza del titolo di questo post) appartenere ad un altro, per rimanere al passo con l’attualità. Prendi il Trap, ad esempio. Non critico, o nego, quello che ci può dire; a me pare un disagio interiore, più che sociale, espresso con ingenuità e – a volte – con volgarità. Comunque, a parte il mio ininfluente giudizio, non vedo, attorno a questo genere, un movimento di aggregazione sociale che sia il seme di qualcosa di nuovo, innovativo e migliorativo.

Hei, il brano in questione, che vi ho fatto ascoltare, “prende”, ma ovviamente mi è lontano. Il tempo ci dirà quale strada, gli interpreti del genere, riusciranno a trovare da adulti, come è stato – nel bene o nel male – per i movimenti del ’68, del ‘77 e così via. Spero che il loro non resti un vagare di individui isolati, vittime della incomunicabilità anche fra di loro.

CONCLUSIONE

Ci vuole tempo e non bisogna trarre per forza delle conclusioni. Inutile provarci, diceva Lorenzo (Jovanotti): “Sono passate mille generazioni. Dei rockabilly e punk e capelloni. E metallari paninari e sorcini. E ogni volta gli stessi casini. Perché i ragazzi non si fanno vedere. Sono sfuggenti come le pantere. E quando li cattura una definizione. Il mondo è pronto a una nuova generazione.” Anche se, musicalmente parlando, ho l’impressione che ci lasceranno davvero poco e che nulla del Trap diventerà arte in musica, come quella che ho menzionato. Con buona pace della Maionchi e dei talent, si tratterà di graffiti preistorici: dei semplici tracciati primordiali su una roccia. Non me ne vogliate, ma forse è la prima volta che torniamo indietro.

Note

Ah, comunque, l’immagine di copertina è quella di London Calling dei Clash, mentre quelli che spaccavano le chitarre, a cui forse vi ha fatto pensare l’immagine, erano The Who.

Annunci

7 pensieri su “A spasso nel tempo (digressioni musicali)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.