L’ultimo Angelo del Filadelfia

GT

La confidenza di un caro amico mi ha ispirato questa semplice favola. La dedico, da tifoso juventino, a lui – granata – e a tutti i tifosi amanti del calcio e delle emozioni che può dare lo sport, in questo caso, rese indelebili  da ciò che accadde a Superga quel tragico 4 Maggio 1949.

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Alla coda dell’ingresso mi ritrovai di fianco ad un signore che aveva qualche anno in meno di me, ma anche lui con la barba bianca.

Quella sera, 17 Ottobre 2026, nella stessa data, dopo cento anni si inaugurava il nuovo Stadio Filadelfia.

Una bella opera dove oltre ad avere sede il Torino FC, si racconta la storia di una leggenda che ha commosso il mondo intero ed è storia e orgoglio per la nostra città.

Iniziammo a chiacchierare; entrambe avevamo avuto la fortuna di vedere quello stadio ancora vivo, anche se l’ultima partita ufficiale fu giocata il 19 Giugno del 1963 quando ancora non eravamo nati.

Tanti racconti e ricordi, episodi divertenti ed imprese sportive, di quando giocavamo ancora a calcio e della passione di quel tempo. Quando gli raccontai di me e di quando mio padre veniva a vedermi, egli si rabbuiò e io non capii che cosa lo aveva turbato.

No, no era per me. Mi spiegò il motivo per cui era venuto allo stadio: perché aveva un appuntamento. Continuavo a non capire, allora mi raccontò la sua storia, che riguardava suo nonno, di nome Enrico come lui, nato nel 1900.

Ai tempi di quel fatto, lui era un giovanotto di belle speranze che dopo la trafila al Barcanova, venne chiamato al Toro per giocare nella categorie Giovanissimi, Allievi e poi Beretti, che si allenavano al Vecchio Filadelfia: il Tempio degli Angeli.

Quel ragazzino presuntuoso credeva di sapere tutto della vita… e poi, giocava nel Toro di Paolino Pulici e Ciccio Graziani: chi lo poteva fermare?

Il nonno, essendo lui l’unico nipote, prendeva l’autobus e lo andava a vedere durante gli allenamenti in settimana; lo faceva per passare il tempo e perché era orgoglioso di quel ragazzo.

Ma il giovane Enrico era presuntuoso e lo disse a suo padre, chiedendo – con tono arrogante – che nonno Enrico non andasse più al campo ad osservare le sue evoluzioni. Dentro si sentiva, orgogliosamente, già un uomo.

Papà Adelmo lo fece presente al nonno che buttò giù il boccone amaro. Tuttavia a nonno Enrico non gli riusciva proprio di non andare a vedere il nipote, sicché tornò al campo e, per non farsi vedere, si nascose dietro ad una colonna, assistendo di soppiatto alle partite del nipote.

Un giorno, giocando, Enrico se ne accorse, perché il nonno all’epoca portava quel cappello che qui in Piemonte si chiama bonet e che vide sporgere da dietro quella colonna.

Il giovane Enrico andò a casa e riferì di nuovo tutto al padre, il quale lo rifece presente al nonno. Da quel giorno nonno Enrico non andò mai più al Filadelfia. Lui, che nel Tempio aveva visto gli Angeli giocare e vincere tutto quello che si poteva vincere, proprio ora, che poteva vedere suo nipote su quel manto verde.

La cosa procurò un gran dispiacere al nonno ma il nipote non se ne rese conto, anzi nella sua stupidità ne fu contento.

Passarono gli anni e il giovane Enrico, che dopo il Toro fu girato al Pinerolo, continuava a raccontare al nonno le sue evoluzioni calcistiche, ma l’anziano rimaneva impassibile e indifferente: non gliene fregava più nulla.

Il giovane Enrico non capiva, così lo prese da parte, chiedendo spiegazioni, da nipote a nonno.

Fu allora che nonno Enrico sbottò e piangendo, gli raccontò della delusione che gli aveva dato anni prima. Il ragazzo si sentì uno schifo e solo in quel momento capì quanto lo avesse  ferito: un ex partigiano, uno di quegli uomini che hanno fatto la storia in silenzio e oggi non si fanno più. Lui, uno stupido ragazzo, era riuscito a farlo piangere, che vergogna.

Fu l’unica volta che lo vide piangere e pianse con lui, chiedendogli scusa.

Nel Settembre del 1987 nonno Enrico fu chiamato su, dagli Angeli, e il giovane Enrico, ancora oggi, che giovane non è più va a trovarlo nella sua dimora di via Catania e gli chiede sempre scusa, perché si fa ancora cruccio di quel fatto, anche se in cuor suo sa di essere stato perdonato.

Questo era il motivo per cui era lì, perché aveva desiderato per tutta una vita di vedere quello stadio ricostruito, per cercare di togliersi quel peso.

Ma il sospiro possente della folla ci interruppe: al di là del muretto basso, che una volta era una rete metallica, stavano per entrare le squadre, per la partita inaugurale.

Fu in quell’attimo che accadde qualcosa di miracoloso, che io – per di più gobbo – continuo ancora a raccontare senza essere creduto.

Ammirando la coreografia degli spalti fummo attratti da un signore anziano, apparso da dietro una colonna, che stava entrando in quel momento. Quell’uomo indossava un copricapo desueto, un bonet e il signor Enrico appena lo vide, mi mollò e facendosi largo, corse verso di lui ad abbracciarlo.

Entrambe girarono come se non mi vedessero più, guardando il campo. Mi voltai anch’io, ora c’era la rete e potevo sentire il rumore dei listelli di cuoio chiodati di un tempo – sotto le scarpe da calcio – picchiettare sulla scaletta di cemento che accedeva al campo, mentre a pochi metri da me, apparivano le vecchie maglie granata con il grande scudetto sul petto: ecco Valentino, col gagliardetto in mano, poi Bacigalupo, Loik, Gabetto e via via tutti gli altri Angeli del Filadelfia entrare tra il boato impressionante della folla. (Gli Invincibili)

Io non potei raggiungere il mio nuovo amico e il suo compagno, tanta era la gente; loro trovarono posto sulle scalinate, più in la, in piedi e pigiati, ma felici di vivere insieme la leggenda, sentire il fiato dei calciatori e l’odore dell’erba smossa dai tacchetti.

La partita finì. Fu una bella festa, la gente defluì ordinatamente dal nuovo impianto. Io e lui ci ritrovammo subito fuori e ci guardammo senza dire nulla.

Prima di lasciarci facemmo gli apprezzamenti per la bella partita, l’atmosfera, la cerimonia e l’emozione che ci aveva dato. Il signor Enrico sembrò andare via subito, ma, prima di allontanarsi, esitò e mi chiese: “L’ha visto anche lei, vero?”

“Sì”, gli risposi e ci salutammo.

Se non mi credete, andate attorno allo stadio nuovo: gli abitanti del quartiere vi racconteranno che qualche sera, quando la notte è più silenziosa e nessuno gioca nello stadio, pare ancora di sentire i ragazzi che corrono, gli allenatori che gridano e i calci al pallone. Allora se ci si affaccia, li si può vedere ancora per un istante, mentre finisce l’allenamento e loro si avviano verso gli spogliatoi.

Tranne uno, che si ferma e si rivolge con un cenno verso l’angolo d’ingresso, dove siede sempre un signore anziano col bunet, il quale risponde sorridendo con un saluto della mano, si alza e svanisce, lasciando il posto alla magia di quel campo. Quell’anziano lo chiamano l’Angelo Custode del Filadelfia.

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7 pensieri su “L’ultimo Angelo del Filadelfia

  1. Bellissima…da juventina che vide la sua prima partita li a 7 anni e mai lo scordero’ ..
    Te la rubero’
    E ne faro’ una stampa da regalare a mio marito e al mio figlio piu’ piccolo tifosissimi Granata .
    Grazie .

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