Quegli Italiani della Quinta Compagnia

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Marco ricevette la raccomandata della chiamata alla leva il 2 Agosto del 1980. Il postino suonò alla porta mentre l’edizione straordinaria del telegiornale trasmetteva le prime convulse notizie dell’attentato alla stazione di Bologna. Il lapidario comunicato in essa contenuto indicava di presentarsi al Centro Addestramento Reclute di Salerno. Timido, ma non imbranato, Marco non era mai stato lontano da casa, se non per le gite scolastiche, accompagnato dai professori. Così, la sera del 9 Ottobre, senza particolari patemi, fu accompagnato dal padre alla stazione di Porta Nuova per prendere il treno. All’indomani, sceso dalla stazione di Salerno, lui e tutti gli altri, giunti dalle più disparate località della penisola, furono radunati dalle grida dei graduati, che li misero sui camion per portarli in caserma. Quella stessa sera, dopo il silenzio, qualcuno già urlò: “Trecentosessantacinque all’alba!” provocando nella camerata, una fragorosa – quanto amara – risata. La vita del CAR si rivelò più simile a quella di un collegio, che di una caserma, segno che il comando era buono e così, il giorno del Giuramento arrivò in un baleno. Prima di essere spedito al corpo, Marco fu inviato alla Scuola delle Trasmissioni della Cecchignola, con il designato – quanto anacronistico – incarico di telegrafista, ma, arrivato alla caserma, non ne ebbe una buona impressione; la Quinta Compagnia, alla quale fu assegnato, era allocata in una costruzione fatiscente, dagli infissi precari e i muri sfigurati dall’umidità. Difficile dire se tale sensazione avesse un vero fondamento o fosse dovuta al cattivo presagio dettato dalla paura che incuteva l’incognita della nuova situazione. Fatto sta, che alla prima adunata della compagnia si presentarono un capitano ed un maresciallo. Il primo pareva il più classico degli inetti, la cui vocazione al comando era inversamente proporzionale alla codardia: quel classico tipo d’uomo “umanamente” pericoloso. Finiti i convenevoli, il capitano lasciò la compagnia nelle mani del sottufficiale, il quale mise subito in chiaro chi fosse a tenere in pugno la compagnia. Tenendo le reclute inchiodate sugli attenti e fregandosi viscidamente le mani, il maresciallo attaccò a parlare con un sottile ed inquietante ghigno, unito ad un marcato accento del sud: “Io sono il maresciallo del parco… organizzo corsi di giardinaggio e di musica… quindi, se volete, potete darmi una mano a sostenere le attività, iscrivendovi e donando una piccola somma di sostegno. Sappiate, che in questo periodo, non tutti potranno andare in licenza, perché la compagnia non può rimanere sguarnita. Pensateci…” Il giorno appresso, all’adunata, un caporalmaggiore, passò tra le righe del plotone come le donne di chiesa, a chiedere la questua, mentre un caporale segnava i nomi, scritti sulla mimetica, di chi versava e chi  no. In tre non versarono la quota.

La Quinta era una compagnia di graduati, sottufficiali e ufficiali che riproduceva fedelmente l’Italia clientelare dell’intimidazione non detta, della sottrazione di un diritto per crearne merce di scambio, dell’offrirti la scorciatoia per esercitare il ricatto, che quei ragazzi di passaggio avrebbero poi incontrato nel proseguo della loro vita. Ma, siccome il paese dei grandi navigatori, inventori ed artisti, a quel tempo mostrava già i segni del declino, i ragazzi preferivano chinare il capo, pensando di poter diventare l’amico dell’amico, a discapito del vicino di branda. Quale delusione, provó Marco, nel constatare quanto fosse sbracato quel pezzo di esercito italiano, dove gli ordini venivano impartiti per umiliare, intimidire o vessare: che si trattasse di strappare le erbette tra una pietra e l’altra del selciato o di pulire con uno spazzolino il battiscopa della camerata. Un battiscopa talmente vecchio e rovinato che non si poteva distinguere se fosse sporco o pulito, ma tanto bastava al sergente per urlargli dell’incapace e farglielo ripulire tutto – inutilmente – per la seconda volta.

Il 23 Novembre 1980 ci fu il terremoto dell’Irpinia e Marco non poté credere ai propri occhi, vedendo diversi ragazzi, forse i peggio di quel campione di giovani italiani, potesse specularci sopra per ottenere una licenza straordinaria, pur non essendo provenienti dalle zone del terremoto. Nonostante tutto, anche lui riuscì ad ottenere la sua licenza di 36 ore (invece di 48): un vero dispetto per  uno che veniva da così lontano. Non si disanimò e con i propri risparmi prese un aereo e trovò di nuovo suo padre, questa volta ad aspettarlo; ma, al rientro in caserma, dall’armadietto mancavano il cinturone, che avrebbe pagato al momento di andarsene da lì e la coperta, la quale non avvolgeva più il “cubo” sulla branda. Così, quella notte dormì vestito e intabarrato, perché la camerata non aveva il riscaldamento, e il giorno dopo, dovette “procurarsi” una coperta, prelevandola a sua volta dalla branda di uno dei falsi terremotati, per non essere punito e non doverla pagare, dato che non aveva più i soldi, spesi tutti per l’aereo. In quelle sei settimane Marco fece amicizia con Fabrizio, un ragazzone di Lecce – col padre vetraio – ed un cuore tenerissimo e Paolo, un ragazzo di Genova laureato e molto garbato: due persone davvero fuori luogo nello squallore di quella Quinta Compagnia.  I tre ragazzi si confortarono e si fecero coraggio per tutto il periodo e un giorno, ricordando come tutto era iniziato, capirono di avere molto in comune: erano stati loro tre a rifiutarsi di dare i soldi al maresciallo del parco. Quell’amicizia, che non sarebbe mai stata dimenticata, durò fino a che giunse l’ora della partenza per il corpo di destinazione: fu Marco il primo dei tre a partire dal piazzale davanti alla Quinta Compagnia: un addio in piena regola, con tanto di abbracci e groppo in gola, mentre – fra le lacrime – il ragazzone leccese gli regalava un semplicissimo specchietto, fatto dal padre, con la dedica scritta sul retro. Alcune settimane dopo, Marco apprese dal Messaggero, che – a seguito delle denunce di alcuni ragazzi degli scaglioni precedenti – la Quinta Compagnia della Scuola Trasmissioni della “Cecchi” era stata chiusa, il capitano rimosso ed il maresciallo spedito in una caserma punitiva.

Avrete sicuramente capito, che Marco è un nome di fantasia e che quel ragazzo, nemmeno diciannovenne, ero io. Col tempo, avrei compreso che, in quell’anno di naia apparentemente inutile (ed in particolare nel periodo trascorso alla Cecchignola) mi era passata davanti agli occhi buona parte dell’italica varia umanità: clientelare, vigliacca ed opportunista; sempre nascosta dietro al falso orgoglio, al falso buonismo, alla giustizia ipocrita ed alle illazioni aleatorie a scopo intimidatorio. In poche parole, lo specchio degli Italiani di oggi, divisi da tutto e sempre uniti “contro” qualcuno. Brutta gente, Quella Quinta Compagnia…

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2 pensieri su “Quegli Italiani della Quinta Compagnia

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