Ti devo parlare

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Il mio compagno di scrivania, meglio noto con l’appellativo di Gnomo, mi ha dato lo spunto per trattare un tema, che rimanderà alla mente di alcuni di voi, certe situazioni quotidiane. L’altro giorno, giunte le ore diciotto, mentre inforco lo zainetto, lui si alza e con lo sguardo da bulletto e quel mezzo sorrisino di chi sta per incastrarti, mi dice: “Io e te ci dobbiamo parlare…” Manco fosse mia moglie. Ma come, dopo dieci ore di convivenza muta, uno di fianco all’altro, mi dici – con quel tono – che devi parlarmi! Ti sei fatto per tutto il giorno i cazzi tuoi e quando ti ho rivolto la parola non hai potuto staccare, che pareva stessi scrivendo il capitolato tecnico per costruire lo shuttle… ma lui è lo Gnomo e all’indomani potrò mandarlo al diavolo, prima di prenderci un caffè assieme e ricominciare con le solite ciance.

Quello che ho appena descritto, è un fenomeno noto – appunto – con la famigerata locuzione “ti devo parlare”, diffuso nelle aziende di una certa dimensione, dove si va avanti e indietro e c’è un continuo via vai di impiegati “affacendati” (!?). Rimane il mistero del come mai, invece di dire ciò che ti devono dire, sentano la necessità di comunicarti che hanno delle cose da dirti: forse per creare attesa e darsi importanza. Di fatto, l’uso di tale locuzione si divide sostanzialmente in tre categorie. Quelli che t’incrociano apostrofandoti con la fatidica frase o una delle sue varianti “ti devo poi parlare”, “ho bisogno di parlarti” e così via, ma non lo faranno mai. I tipici fanfaroni. Quelli, come i capi, che ti tengono d’occhio tutto il giorno (facendoti sentire il fiato sul collo), sapendo che li devi relazionare su qualcosa, ma non riescono a dedicarti il tempo, perché hanno sempre delle priorità maggiori rispetto a te. Questi ti parleranno, in realtà, quando inizierai a prepararti per uscire, con un “Vai già via? Lo sai che dobbiamo parlare di quella cosa!” Ah, adesso ti sei ricordato, brutto stronzo! Ma è un capo e ci sta. Infine ci sono quelli che tollero meno perché si credono superiori e con quell’atteggiamento – da maleducati – ti sminuiscono; sono i medesimi che quando li inchiodi, per farti dire cosa vogliono, ti dicono con espressione seccata: “Sono venuto a cercarti ma non ti ho trovato…” e vorresti chiedergli: “Ma tu, sei venuto a cercarmi per trovarmi o per “non” trovarmi?” Individui ruffiani e infidi.

L’analogia, a questo punto, non poteva mancare con il rapporto di coppia, dove i connotati della questione si fanno più seri, perché la frase ricorrente e portatrice di cattivi presagi – il famigerato e teatrale “io e te dobbiamo parlare” – assume connotati drammatici. Ebbene, quando nella coppia viene pronunciata questa frase, che nella maggior parte dei casi esce dalla bocca della donna, esiste un solo significato, esattamente contrario al fine dichiarato di recuperare il rapporto. E’ in quel momento che un uomo di buon senso, ascoltandola, dovrebbe capire al volo che è arrivato il momento di cambiare aria; in particolare, se è sposato dovrebbe prendere subito appuntamento con il miglior avvocato. La statistica dice, purtroppo, che la maggior parte degli uomini invece si lasciano convincere, vittime del ricatto morale dato dall’accusa di fuggire d’innanzi alle responsabilità, con un atto di orgoglio che la donna non metterà nemmeno agli atti. A quelle donne, infatti, domanderei: “Ma ci volete parlare per recuperarlo, ‘sto rapporto, o per “non” recuperarlo?” Perché lo sappiamo bene, che quando si arriva a quella fatidica domanda è già troppo tardi, è finita… Bah, se non altro, con lo Gnomo, il giorno dopo si fa pace.

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20 pensieri su “Ti devo parlare

    1. Precisare il per entrambi mi sembra superfluo, qualunque decisione “importante” che si prende all’interno di una coppia ha effetto su entrambi. Se io voglio lasciarti, e sto decidendo per me, ma tu no (o viceversa), c’è poco da fare.

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      1. Indubbiamente, e ammetto che vale anche al contrario.
        Nel post, però, si fa menzione anche alla possibilità di discutere e di risolvere: su questo punto, spesso, si tende a sorvolare per non dover ammettere le proprie mancanze.

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  1. Volendo fare differenziazioni di sesso, la statistica dice anche che gli uomini sono più restii a prendere decisioni, tirate a lungo e procrastinate oltre il dovuto. Personalmente, mi sono trovata a dire quella frase anche se proprio non avrei voluto, ma non c’era nient’altro che potessi fare per recuperare il rapporto in questione, che pure era una convivenza decennale. Dall’altra parte c’era un’altra donna, e le ho spianato la strada io, dato che lui ha fatto del tutto per farsi lasciare senza mai dirlo apertamente.

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  2. anche per ciò io da sempre prediligo il lavorare da sola ovvero senza colleghi, si sta molto meglio (ad esempio la donna di casa: decido tutto io, tempi e modi,comando senza venire comandata…), per una donna è l’ideale, perché noi non siamo fatte per i lavori di squadra. Riguardo la coppia, una volta che ho detto una frase simile a mio marito (preciso che era per cose futili, forse ho sbagliato ad usarla…) ho visto per un istante sul suo volto una espressione insieme di terrore e d’ira nascente: aveva gli occhi iniettati di sangue, forse per via della pressione che era salita di colpo.

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  3. Dove lavoro io la frase tipica dei capi è “DOMANI ti devo parlare”.
    Questo ti produce ansia e agitazione per tutto il tardo pomeriggio/sera/notte dato che di solito si tratta di comunicazioni di una certa importanza/gravità, tipo cambio funzioni o aggiunta onerosa di lavoro extra.
    Frase che mi è stata rivolta più volte, mandandomi sempre in fibrillazione: “ma dimmela subito ‘sta cosa, caxxo”.

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  4. io invece fortunatamente rimango emotivamente stabile a quel tipo di frasi… al 100% se si parla di lavoro… anche perchè se la cosa è veramente urgente, con il tempo ho capito, che non ci sono premesse, si arriva al dunque in quel preciso istante…altrimenti sono tutte cose molto più che gestibili e spesso le persone hanno solo bisogno di attribuirne il peso a qualcun’altro… ma con la giusta filosofia ci si accorge che quel peso forse, in realtà, non è poi come sembra…

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  5. “Ti devo parlare” sottintende sempre un altro messaggio che varia a seconda delle situazioni e dei personaggi coinvolti.
    Nel caso del rapporto di coppia significa sempre e soltanto: “sono cazzi!”
    Tra colleghi dipende dalla confidenza e dal rapporto di lavoro e può voler dire:
    – Ho bisogno ti tutta la tua attenzione perchè mi devi aiutare
    – Smettiamo di cazzeggiare, adesso dobbiamo proprio lavorare
    – E’ sgradevole lavorare con te e cerco di rinviare
    – Attendo un tuo cenno per parlarti di lavoro nella pausa caffè
    – Non ho voglia di fare quel lavoro e sto cercando di sbolognartelo
    … e la lista potrebbe continuare.
    Nel caso in cui sia il capo a pronunciare la fatidica frase vale il punto N. 1

    A proposito, poi ti devo parlare…. 😀

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  6. Anch’io commento la prima parte del post.
    Quando lo fanno i capi nel mezzo della giornata di lavoro: rispondo serio e preoccupato:”eeeh allora dai, parliamone, che io stasera devo scappare.. ho delle menate mie”.
    Quando lo fanno i capi alle 12:30 e/o 17:30: li ucciderei. Poi godo augurando loro (mentalmente) di finire ,per questo *vizio* (perchè E’ UN VIZIO!), in uno speciale girone dell’inferno a loro dedicato.
    Quando lo fanno i colleghi alla pari: li ignoro completamente, non mi volto nemmeno. Al limite ,se è la prima volta che lo fanno, posso rispondere con “perchè in questo momento devi cazzeggiare ancora un po’?”.

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    1. Sì, nel caso della coppia – secondo me – è così. Tuttavia chi la pronuncia, spesso in buona fede, è convinto di agire per risolvere la situazione, mentendo a se tesso per non affrontare la situazione, al pari del partner che invece non ne parla mai. Nel caso lavorativo è invece un antipatico snobismo da parte di chi lo dice.

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