L’uomo che credeva di esistere

Quell’uomo era un appassionato di nuove tecnologie, sempre impegnato nello studio e nella ricerca di nuove funzioni ed applicazioni. A questa materia aveva dedicato buona parte della sua vita. Brevetti ne aveva depositati tanti, ma di finanziamenti non ne aveva trovato nemmeno uno, finché un giorno, dopo tanto inseguire una folle idea, intuì qualcosa di speciale, che gli fece capire di essere vicino alla scoperta della sua vita. Trasformare i sogni in realtà. Non, manipolare la realtà – cosa che non avrebbe nemmeno considerato etica – ma utilizzare un casco visore allo scopo di proiettare i propri pensieri nello spazio virtuale, utilizzando un wetwere di sua invenzione, ovvero integrando cervello, speciali sensori e un particolare software per interagire con la corteccia cerebrale. I risultati ottenuti con primi esperimenti, avevano avuto il limite di durare molto poco,  mostrando solo brevi sequenze di pensiero e immaginazione, fino a quando – come spesso succede agli inventori – per caso, accadde qualcosa di semplicissimo e, proprio per questo, inimmaginabile.

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Quel giorno, come sempre, dopo le ultime modifiche, indossò il casco visore con i sensori connessi alla corteccia cerebrale, che gli provocavano un leggero dolore. Abituato, iniziò la consueta preparazione fatta di tecniche yoga, atte a facilitare il collegamento, per rilassarsi. Si abbandonò totalmente e, come non era mai accaduto prima, si addormentò. I segnali elettrici iniziarono a fluire lentamente, come un ruscello, il quale scendendo a valle si unisce ad altri ruscelli, forma un torrente e poi, incontrandone altri, diventa un fiume, che unendosi agli affluenti si gonfia impetuoso, sfociando in un oceano: l’animo umano.

Alla deriva nell’oceano, investito da una tempesta violentissima di desideri, paure e cattiverie incontrollabili andò a sbattere con violenza su una scogliera, risvegliandosi come da un incubo, spaventato, agitato e in un bagno di sudore. Forse c’era ancora qualcosa da mettere a punto. Ma cosa, dato che l’esperimento gli era sfuggito di mano? Doveva ripeterlo per scoprirlo, cercando di rimanerci più tempo possibile e prendendone il controllo. Il problema non era tecnico, perché, dopo vari tentativi, e lavorando sulla capacità di mantenere coscienza mentre dormiva, imparò a dominare le correnti dell’oceano, entrando da situazioni via via meno pericolose. Finalmente, una mattina, si svegliò nell’altro mondo direttamente in un letto, dentro una magnifica camera, con una parete di vetro che gli consentiva di vedere uno splendido giardino con piscina ed un lago sullo sfondo, circondato dalle montagne. L’arredamento moderno, il palchetto di legno, un’ambiente enorme con un area dedicata al benessere fisico, anch’essa con vista sul bellissimo panorama ed un accesso diretto in un’altra “sala” – eufemisticamente definibile bagno – con doccia e vasca idromassaggio di dimensioni enormi, a prima vista adatte ad essere usate in dolcissima compagnia. La casa aveva un solo piano, c’era del verde tutto attorno, una sala multimediale, audio e video, una cucina – che nemmeno le famiglie della pubblicità avevano – ed un area soggiorno da riempire di amici.

Era primavera inoltrata, il sole era appena sorto ed i riflessi dell’acqua della piscina lo abbagliavano. Uscì e alle sue spalle il design della casa si presentava minimale, ma osservandola nel complesso, con gli interni che s’intravedevano dalle vetrate,  costituiva un ambiente caldo e rilassante, ben armonizzato con la corona naturale che la circondava. Apparentemente era solo, anche se guardando a monte scorse una cittadina, a testimonianza che quel mondo era abitato. Ora, però, bisognava imparare a tornare indietro, cosa che lo fece prendere dall’ansia di non riuscirci, perché lí non c’era il suo laboratorio di ricerca, dove progettare un apparecchiatura per riportarlo indietro. Poi, ebbe l’idea di provare con le tecniche yoga, in una sorta di procedimento inverso, e funzionò.

Tornato alla realtà si prese un periodo di pausa per pensare ad una definizione di quello che era riuscito a fare, concludendo che – da un certo punto di vista – era come se il computer, una volta raccolti i dati e le informazioni dal suo cervello, li codificasse e riproducesse analogamente a quanto avviene con una stampante 3D; il risultato, in questo caso però, non era un oggetto, ma un mondo onirico e virtuale con in più i sentimenti e le emozioni. Questi pensieri gli fecero abbandonare la vanitosa ambizione di annunciarlo al mondo: era diventato così geloso della sua scoperta, che non voleva più condividerla, o meglio pensava – forse – che quella cosa gli avesse dato un potere tale da poter rinunciare per sempre alla realtà e agli altri.

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La sorpresa maggiore fu quando una mattina si trovò nel letto della bella casa, una bella donna dall’apparenza sconosciuta, la quale lo fece risvegliare nel modo più sognato da un uomo etero medio. Iniziò a tornarvi sempre più spesso, a muoversi, conoscere e frequentare persone, al cospetto delle quali, così come della donna, si rendeva conto di avere concretizzato dal nulla, nella propria mente, un vissuto comune. Tuttavia, non stette a farsi troppe domande e lo scienziato che era in lui rimase sopito nell’inconscio, per periodi ogni volta più lunghi. Il tempo scorreva in modo disallineato tra le due situazioni: nel virtuale tutto accadeva, in modo più concentrato, come fosse una dimensione diversa (e lo era), dove nello stesso periodo accadevano più cose, ma col medesimo tempo che avrebbero impiegato – o si sarebbe percepito – nella vita normale.

Nel frattempo la relazione con la donna aveva preso corpo, ma per lui non era certo importante: nulla più di una forma di piacere per la quale non doveva dare nulla in cambio; lei, in fondo, apparteneva “solo” al mondo dei sogni. Però quella relazione crebbe, e si completò di tantissimi dettagli: tipo frequentare amici, fare sport, lavorare o andare a fare compere, tutto perfetto, come si trattasse del sequel di The Truman Show. Invecchiarono insieme come una coppia che si ama, finché un giorno l’uomo decise di abbandonare quel mondo per scappare dalla vecchiaia e dalla morte. Passò notti insonni a pensarci, per resistere dal voler ritornare dall’altra parte, dove lo attendeva la bella signora ormai matura, perché in fondo non si poteva definire indifferente a quella seconda vita, a quella donna che gli aveva dato tutto e a quel suo alter ego, che ora gli mancavano. Non era nostalgia, era affetto sincero, solo che lui non l’aveva lasciato diventare amore. Finché una notte, indossato il casco visore per rivedere i bei momenti trascorsi con lei, per la stanchezza, crollò in un sonno profondo, col casco infilato in testa.

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Lui, nell’ultimo periodo era diventato molto strano e lei non aveva smesso di chiedergli cosa ci fosse che non andava e che avrebbero dovuto parlarne. Lui non le aveva risposto, se non in modo evasivo e, finito di leggere, si addormentò. La donna, allora, andò in cucina, prese il coltello e con fredda lucidità gli si avvicinò, sferrandogli una serie di coltellate fino a che l’ultimo sussulto lo lasciò immobile in una posizione che non era di sonno profondo, ma di chi, colpito porta istintivamente le mani alle viscere straziate dalle coltellate.

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La polizia fu chiamata dai vicini alcuni giorni dopo, quando sentirono la puzza di cadavere. Lo spettacolo che si presentò agli investigatori fu raccapricciante e sconcertante a causa della strana posizione di quel cadavere, raccolto con un coltello in mano, come si fosse a più riprese inferto delle coltellate nel ventre, fino ad essere sopraffatto dalla morte. E così, sorprendentemente ed inspiegabilmente era accaduto: ma cosa lo avesse spinto a fare ciò, non era affatto chiaro. Interrogarono vicini e conoscenti (pochi) perché amici non ne aveva. Di lui si sapeva poco e niente, non aveva mai dato fastidio a nessuno, ne tanto meno confidenza. Nel modesto appartamento, tanti segni di trascuratezza e sporcizia. Poi, aprirono la stanza laboratorio, dove le apparecchiature inventate dall’uomo erano ancora accese e si sentiva l’odore dell’elettricità che attraversava i cavi, tipica delle cabine elettriche, mentre un terminale visualizzava lo stato di diverse funzioni, incluso: “Stato casco visore: ON”. Fu quell’indizio che indirizzò l’agente verso il casco visore rotolato giù dal letto della modesta camera dov’era stato ritrovato il cadavere; dopo avere rimosso i sensori per la corteccia cerebrale, lo indossò e scoprì che un messaggio di errore avvisava: “Il programma si è arrestato inaspettatamente. Riavviare il sistema.” Eseguì l’istruzione e la videata successiva gli offrì diversi comandi, tra i quali l’unico abilitato era quello che consentiva di rivedere quanto registrato fino a quel momento.

Lo avviò e ovviamente assistette all’omicidio ma, prima che l’uomo spirasse, anche al discorso della donna con il coltello ancora grondante di sangue in mano: “Io sono la donna ideale immaginata dall’uomo che vedete. Io sono la sua estensione e lo amavo sopra ogni altra cosa. Oh, anche lui mi amava: mi aveva sempre amato, sino da prima di conoscermi, solo che non ne aveva mai voluto prendere coscienza. Lui non mi parlava di se, ma io sapevo tutto di lui e sapevo che aveva rinunciato alla vita per egoismo e ambizione. Non aveva amici, né amori, rimaneva chiuso in uno sterile mondo di solitudine.”

Ci fu una pausa, mentre l’uomo morendo dissanguato, sembrava indebolire anche la donna, che con voce spezzata concluse: “Io sono l’uomo morto che avete trovato e questa è la confessione del mio suicidio. Non avrei sopportato che l’apparenza di me stesso, mi abbandonasse, ricacciandomi nei meandri della mente per il resto della vita. Oh, lo so cosa state pensando, che io non sono mai esistita. Ma vi sbagliate, in realtà, è il corpo che avete trovato (l’uomo) che credeva di esistere.”

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7 pensieri su “L’uomo che credeva di esistere

  1. bel noir fantascientifico, con evidenti analogie (davvero il “casco” e i sensori per connettersi alla corteccia cerebrale sono indispensabili? mmmm…) con la realtà socialnetworkiana post-moderma. inevitabili i risvolti filosofici (vedi finale) a corollario del racconto, compresa l’urticante domanda: “essere o credere di essere?” (interrogativo amletico delle nuove generazioni)
    : ))

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    1. Uao, quanta roba! Peró si è cosi… Osservo, penso, ascolto… Forse troppo e ogni tanto mi sfogo cosi… Mi piaceva l’idea che collegarsi non fosse facile e che si dovesse soffrire un po’ con sensori che entrano nella testa. Al prossimo giro li metto sotto pelle… Ci sto lavorando 🙂

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