Il levriero sardo

Ogni trasferta di lavoro, ogni cantiere, scrive nel cuore qualche storia; ognuna di queste esperienze ti lascia in eredità qualche insegnamento, qualche buffa situazione e pure qualche lacrima. Ti volti indietro e quei luoghi li rivedi tutti in rapida successione come in  “Una città per cantare” di Ron – anche se non sono i concerti di un rock tour – con le paure, i sogni e le emozioni, perché ogni volta verrai giudicato dai risultati che otterrai. “Ma come fanno i marinai a riconoscere le stelle sempre uguali, sempre quelle… senza nessuno che gli chiede come va”, cantavano Dalla e De Gregori. Con gli anni l’ho capito e così si sono snocciolati,  il Brasile del 99, la Polonia del 2002, l’India del 2006, la Cina del 2013, adesso l’Italia e poi, chissà…

Nel mondo ci sono italiani che rischiano la vita per lavorare; grazie a Dio non mi è mai accaduto. Noi installiamo delle linee di produzione industriale, i cantieri brulicano di persone appartenenti alle varie ditte coinvolte – i fornitori – e di maestranze, che vi lavoreranno per fare la produzione e i loro direttori, i nostri clienti. Tante persone, tanti figli di puttana e anche tanti come te. Non ci sono orari, perché l’unica cosa che conta è l’obiettivo per cui ti hanno mandato lì. Gli straordinari non sono retribuiti, ti viene riconosciuto solo un ridicolo forfait per le funzioni direttive (ti prendono pure per il culo). Alla fine, non è il guadagno che ti muove, sempre inadeguato al sacrificio dello stare lontano dalla famiglia; piuttosto il ricordare la cassa integrazione e la paura (passata, per ora) di perdere il lavoro, sapendo che quella è la tua unica forza, la tua unica fonte di sostentamento.

“Caffè alla mattina”, non è una citazione, ma la routine della vita in trasferta, che si svolge tra un appartamentino dove ti rifugi per fare colazione, cena e dormire. Poi solo fabbrica, ambiente rumoroso e polveroso. Il tempo vola e sei così stanco “di testa”, che quando chiami casa non riesci a dire molto di più di un “come stai”. Vorresti quasi non chiamare, per non aprire una ferita, ma sai che dall’altra parte aspettano la tua voce e la tua immagine. La compagna che ti accusa di averla lasciata sola col bimbo, il quale nel frattempo emette i suoi urletti vicino al telefono, e c’è perfino il cagnolino, che ascolta la tua voce e poi va a cercarti sul balcone per vedere se stai mettendo l’auto in garage. E tu dici che va tutto bene, anche se non è vero, anche se i problemi di lavoro ti lasciano l’amaro in bocca. Del resto per chi non è del mestiere è difficile comprendere quello che fai, quindi anche le soddisfazioni dei tuoi piccoli successi (sì, qualcuno c’è), che ti danno la forza di andare avanti. Così li tieni per te e non puoi condividerli, anche perché sai che non si tradurranno mai in un riconoscimento economico: l’unica cosa che potrebbe dare evidenza, agli occhi della tua famiglia, dei sacrifici che stai facendo (se fossero riconosciuti, ma così non è).

La sera, lungo la strada, per comprarti qualche cosa, “tante facce diventano una, che finisci per dimenticare o la confondi con la luna”: pensi al tuo futuro, agli anni da lavorare e al fatto che “hai davanti un altro viaggio e un altro cantiere da fare”. E’ navigando tra questi pensieri, che mi è tornato alla mente un ragazzo di nome Antonio, quando giovanissimo (lavoravo in un altra azienda) vidi installare la prima linea di produzione. Tutto era nuovo e tutto pesava meno, ché fuori la sera c’era un mondo di divertimento da organizzare e le energie non mancavano, nonostante lì tutto il giorno si andasse su e giù da un impianto all’altro per imparare. Era sardo quel ragazzo e correva più di tutti, tanto era l’impegno e la passione per il lavoro che facevamo. Come quando quella volta che uscì, dopo il turno di notte, per correre ancora, con la moto verso un altra passione: la speleologia. Durante l’esplorazione del sottosuolo, per la stanchezza cadde in un anfratto e morì. Fu così che smise di correre da un impianto all’altro dello stabilimento, quel ragazzo che per ridere avevamo soprannominato  “Il Levriero Sardo”. E’ a lui, che pensavo l’altro giorno andando su e giù per   il capannone, e a lui – che solo mi può capire, da lassù – dedico i miei cantieri.

Ringrazio Dalla, De Gregori e Ron per il contributo.

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11 pensieri su “Il levriero sardo

  1. Non immaginavo tu potessi fare un lavoro così faticoso, fisicamente e psicologicamente.
    Ci unisce il fatto di ricordare entrambi un collega/amico di origine sarde e prematuramente scomparso.
    Era simpatico, gioioso, festaiolo, don giovanni. Ma era anche malato, lo sapeva lui, e lo sapevano tutti.
    La malattia lo portò via a 27 anni.
    Ciao e buone feste.

    K!

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    1. Non faccio un lavoro faticoso fisicamente, di fatto son gli altri a lavorare. Di fatto si coordina, si sollecita e si relaziona ai capi e dirigenti che rimanendo in ufficio spesso non capiscono o fanno finta di non capire. Perché la si fa la politica tra i poteri, qui si deve mettere in piedi una produzione. Due cose diverse, ma è normale.

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  2. ciao…. sono una capra e ancora non mi decidevo a venirti a leggere…
    caspita…. eh si, immagino siano proprio questi i pensieri che si hanno lontano dalla famiglia… soprattutto quando davvero uno non si sente gratificato, anzi la soddisfazione deve cercarla dentro se stesso… ma sicuramente la tua famiglia lo sa! i soldi e il potere fanno girare il mondo… piccolo gnocco il tuo bimbo…
    quando siam giovani è tutta un’altra cosa, la fatica fisica ed emotiva è spazzata fuori dall’entusiasmo di ciò che verrà e dalla voglia di fare… ora ci son piu pensieri e la famiglia che prima non c’era… peccato per il tuo collega… a volte la vita è davvero troppo breve…

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    1. Siccome io non nascondo che alcuni aspetti del mio lavoro mi piacciono, mia moglie li interpreta come se io prendessi le trasferte come vacanze, anzi, come se io andassi realmente in vacanza… se non hai questo spirito nessun lavoro ti piacerà e soprattutto diventa difficilissimo sopportarlo.

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  3. Anch’io faccio qualche piccola trasferta ogni tantissimo, e comunque corta: la più lunga è stata di 5 giorni.
    Quando è così rara è anche una cosa carina.
    Però ti capisco benissimo quando dici che:
    – ogni volta è un partire per la guerra e devi (DEVI!) tornare vittorioso.
    – la moglie ti rompe le balle come se fossi andato all’OktoberFest anzichè a lavorare.
    – chi sta col culo al caldo in sede non si immagina nemmeno lontanamente cosa stai vivendo tu e sono 2 mondi completamente diversi.
    – alla sera ,se sei senza colleghi, ti senti un coglione.
    – le piccole soddisfazioni tienile per te, perchè se lo viene a sapere il tuo capo ti ci manderà più spesso (visto che ti piace) e se le racconti alla moglie immaginerà ancor di più che sei stato via a divertirti.

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