La vecchina

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Io abito nei pressi di una struttura sanitaria che spesso diventa l’ultima dimora per le persone non più autosufficienti. Nelle belle giornate, chi tra loro può ancora farlo viene portato a passeggio con la carrozzella sotto i viali della zona, una delle più ricche di verde della città. Un po’ di tempo fa, alla fermata della metro, vidi una di queste persone anziane, probabilmente dimessa dalla struttura: una vecchina sulla sedia a rotelle che piangeva. L’accompagnava una donna che, data la somiglianza, era certamente sua figlia, la quale nel tentativo di consolarla, le si rivolgeva con il tono solitamente usato per i bimbi e le chiedeva: “Perché piangi?” Io non conoscevo minimamente le due donne e la loro vita, ma quando la vecchina replicò singhiozzando, fui in grado di interpretare il suo atteggiamento. No, non intesi le parole: lessi, invece, nei suoi occhi, il sentimento che portavano dentro. Di certo  apprezzava le amorevoli cure della figlia, che un tempo aveva accudito e rincuorato, ma lei, in quel momento, non sembrava affatto consolarsi e non piangeva per una circostanza appena accaduta, né si doleva per il declino fisico che la costringeva su quella sedia. Non era nemmeno la vecchiaia in sé, bensì qualcos’altro, che oltre ai muscoli e allo scheletro, le feriva irrimediabilmente l’animo. In realtà, piangeva perché si sentiva fragile e indifesa dentro; un po’ come i bimbi quando non trovano conforto e ancora non comprendono, ma con una sola differenza: che lei adesso capiva.

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