Il pezzo di carta e la verità sui Baby Boomer

laurea

Roma capitale. Se è vero che la storia è fatta di corsi e ricorsi storici, siamo in pieno basso impero, al culmine della decadenza e del lassismo. Nella plebe, inclusi schiavi e liberti, imperano, è il caso di dire, il fatalismo e la rassegnazione. Per capire il perché, però, bisogna andare indietro, a quando tutto ebbe inizio.

Ricordo ancora, da bambino, i racconti intrisi di emozione, nelle domenicali riunioni di famiglia, nelle feste comandate o quando noi “emigrati” si tornava al paese. La fame, la paura, la sofferenza dell’epoca precedente, apprese dai racconti di genitori, nonni, zii e le descrizioni di rocambolesche avventure che affascinavano la mia mente di bambino: ascoltarli, per me è stato come vivere quelle esperienze, in modo da conservarle per il resto della mia vita. Non so se riesco a spiegarmi: nei loro occhi c’era l’orgoglio di avere contribuito a qualcosa di concreto per la società e – in pratica – per gli altri: poco importava che le loro radici, come quelle di tante altre famiglie, rimanessero quelle dei campi o delle fabbriche, essi si sentivano artefici di ciò che era accaduto. Ora, fortunatamente, il presente era diverso: finalmente, la speranza, la possibilità di sognare, di costruire quello per cui si era lottato, in un nuovo clima di entusiasmo, generavano una naturale voglia di fare delle cose, di amarsi e – sicuramente – di fare l’amore. In poche parole, si era scatenato il fenomeno che avrebbe generato i baby-boomer.

Al tempo stesso, quella era l’epoca in cui l’istruzione diventava appannaggio di tutti, anche grazie alla televisione: quanta tenerezza  e intelligente concretezza nelle trasmissioni in bianco e nero del maestro Manzi, che diede, a chi non aveva mai avuto possibilità di imparare, l’opportunità di fare volare la propria mente, liberandola dall’emarginazione dell’analfabetismo. Così, ciò che un tempo era retaggio esclusivo dei nobili e dei ricchi, iniziava a diffondersi tra i meno abbienti, contribuendo a debellare molta ignoranza e portando al miglioramento delle condizioni economiche e sociali generali, come in una bella favola. E una bella favola lo è stata davvero, fino a che il mondo è radicalmente cambiato ed i valori di un tempo non sono stati sviliti, ma sono finiti fuori contesto storico.

Influenza su questo l’hanno avuta anche  i movimenti studenteschi. Personalmente non mi hanno mai visto coinvolto e forse per questo non li ho mai compresi bene. Sicuramente sono stati una spinta per la liberazione del costume e del pensiero, ma purtroppo hanno sempre lasciato alle loro spalle delle scie di violenza e di demagogia. Io non credo che lo studio debba essere uno strumento da contendere, come fanno con i figli le peggiori coppie in via di separazione. Io credo che la scuola debba essere sede di dibattito e non di contestazione: un laboratorio per formare, attraverso la riflessione e la possibilità di scelta, le coscienze. Sta di fatto, che già negli anni 70, libertà e resistenza, non erano più un esempio di conquista e sacrificio, ma mera retorica, da usare per ottenere consenso e voti. A questo scopo, qualcuno ha poi teorizzato che tutti “dovessero” studiare, quindi anche i somari, invece che tutti “potessero” studiare, creando, in tal modo, il paravento al fancazzismo e all’opportunismo.

Con questa manipolazione dei valori si è consumata la fine della meritocrazia e si sono formate, nel tempo – come fossero i sedimenti limacciosi ed inquinati di un fiume – una media borghesia e una classe dirigente prive di consistenza culturale e professionale: un esercito di incompetenti, con mansioni di concetto (interpretate con pedissequa ripetitività) o di responsabilità (interpretate come posizioni di privilegio). Un sistema siffatto, per funzionare ha necessariamente mandato avanti i più cafoni, i più stupidi e i più disonesti, perché sono quelli che, quando sono al loro “posto” e a qualsiasi livello, possono essere più facilmente intimiditi, manipolati e comprati. Ecco perché, questa gente non è più segregata dietro l’alone – che ai tempi d’oggi definirei perfino romantico – dei bassifondi, ma vive tra noi senza vergogna.

Con questo, non voglio dire che debbano studiare solo i ricchi e i nobili e che non si debba dare l’opportunità di uscire dal ghetto: voglio dire, che avere assegnato diplomi e lauree – a prescindere dallo stato sociale di appartenenza – smettendo di insegnare ed istruire, è stato un segnale evidente dell’affermarsi di un certo malcostume, che ha tristemente interessato la mia generazione. E come in una brutta favola i famigerati “pezzi di carta” si sono trasformati, diventando veri e propri biglietti d’ingresso nell’Italialand dei furbi, cioè quel mondo di mezzo che sta tra Roma Capitale (della quale vorrei essere orgoglioso) e Mafia Capitale (della quale mi vergogno).

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2 pensieri su “Il pezzo di carta e la verità sui Baby Boomer

  1. Your most is so accurate and I second your statements…
    You reminded me of a professor I had back in High School….
    I used to go to a private french school, which also has English as a foreign language… My parents wanted to give us the best education and struggle to pay the fee…. Not that we were rich or something.
    Well then, this teacher, who teaches History one said an undeniable truth …
    I am fertilizing with my knowledges the seeds of the future ruling class.
    Sending best wishes. Aquileana 🌟★🌟

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  2. E’ un post stupendo, una analisi che non posso che condividere.
    Parli di consistenza culturale, e credo (mel mio piccolo) che tu abbia fatto perfettamente centro.
    Avendo un figlio in età scolastica, noto purtroppo che la consistenza culturale non sta per nulla migliorando.
    Parlando con alcuni professori, anche per loro le continue rivoluzioni “Gelmini” prima e “Buona Scuola” ora, non stanno portando ad un miglioramento, ma ad un costante declino nel livello di educazione scolastica e di insegnamento.
    I continui scandali nelle stanze del potere sono figli dell’opportunismo e della insipenza, che a spallate hanno estromesso capacità e conoscenza.
    Ciao

    K.

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