Le pene di Theo

pugno

Qualche tempo addietro, Teo mi raggiunse alla macchinetta del caffè quasi in lacrime. Non era da lui – abitualmente sorridente e battagliero – presentarsi in quello stato. No, quella volta era tutto diverso, per cui ne fui turbato. Decisi che, vista la gravità della situazione, non potevo trattare il caso ambulatorialmente, ma dovevo riceverlo privatamente, quindi, approfittando del fatto che in quel periodo ero solo, lo invitai a casa mia. Approntai con cura in veranda gli strumenti per operare. Alle otto di sera tutto era pronto: birre ghiacciate, snacks, musica di sottofondo e sigarette. Era quello il periodo in cui il suo rapporto di coppia cadeva a pezzi, tuttavia dopo una fase di acidi sfoghi, ormai non ne parlava quasi più, perciò pareva essersi rilassato e il peggio sembrava ormai superato. In realtà, poiché notoriamente i suoi cambi di umore erano ciclici, nessuno ci aveva fatto granché caso ma il fuoco, subdolo, covava sotto le ceneri.
Appena ci fummo sistemati esordì dicendo: “Io sono stato sulla Luna” ed io, fissandolo con gli occhi sbarrati, pensai immediatamente che fosse diventato matto o caduto in una crisi depressiva. Poi però, estrasse il tablet, aprì un file e cominciò a leggere.

“…il loro rapporto, benché platonico, fu straordinario, finché una sera Astro, risvegliatosi sull’isola, si accorse che Luna era scomparsa.”

(leggi L’altra faccia della luna – 612 parole)

Mi aveva preso per mano e portato nel suo mondo, quello fiabesco, più intimo, nascosto dietro la sua maschera goliardica. Non feci commenti per non rovinare l’atmosfera, anzi divagai un po’ e, dopo qualche sorso, lui mi riportò nel paese delle meraviglie.

“…l’abitacolo era pregno del suo profumo e, mentre si sistemava, anche del fruscio delle sue calze velate.”

(Leggi Dove ti porta lo sa solo lei – 265 parole)

Interruppe la lettura alzando la testa dal tablet e, rispondendo al mio sguardo interrogativo, proferì piccato: “Cosa succede dopo è degno di questo preambolo, non c’è bisogno che te lo descriva, puoi benissimo immaginarlo da solo.” Annuii e distolsi lo sguardo, un po’ imbarazzato, come per scusarmi di essere stato così indiscreto, ma subito lui mi spiazzò alla Teo maniera e tornò a leggere, con ritrovata lena e un pizzico di compiacimento, con tono decisamente diverso.

“Appuntamenti da rubare, anelati, come un diamante custodito nel caveau di una banca e lui, che si sentiva Diabolik.”

(Leggi Diabolik e il Diamante Rosa – 288 parole)

Ecco, questo era il vecchio Teo che conoscevo, il giocatore d’attacco che non si risparmiava mai; guardai il suo viso, che sorrideva sognante come quello di un bimbo cui ancora cola il latte dopo la poppata e mi unii a lui, complice, pensando che avrei voluto sempre vederlo così. Purtroppo però, spegnendo l’ennesima sigaretta, avvertii chiaramente che all’orizzonte già comparivano le nubi grigie di un prossimo temporale.

“Poi, un bacio, rapido quanto profondo, tra poche parole e Luna scese…”

 (Leggi Il mondo fuori dalla porta – 200 parole)

Alzò lo sguardo dal tablet con gli occhi lucidi, aspettando che gli tornasse la voce per leggermi il finale. Ammetto, che anch’io avevo il groppo in gola e d’istinto, alla goffa ricerca di una vana consolazione, gli chiesi: “E adesso?” “È finita…” Mentre con stizza, come fosse una biglia, lanciava nel vuoto la cicca ancora accesa, compiendo un gesto per lui desueto; poi, con voce sommessa digrignò fra i denti: “Fanculo…”  Ma si ricompose subito e, quasi fosse lui a dovermi consolare, con voce ferma continuò a leggere:

Ora, Luna e Astro si sono persi di vista, ma sanno che l’inizio, la fine, il tempo e lo spazio non hanno nessuna importanza. L’unica cosa che conta è il segno lasciato da certi istanti, che abbiamo deciso di vivere e che rimangono per sempre dentro di noi.”

Si era fatto tardi, in strada regnava il silenzio e i lampioni illuminavano di giallo il marciapiede. Il lenzuolo blu scuro del cielo, macchiato da piccoli brillantini luminosi, avvolgeva il mondo e ogni tanto qualche graffio appariva e saettava, proiettando una scia muta, nel tempo di un battito di ciglia. Ne fumammo ancora una. “Certo che è una bella storia.” “Sì, bellissima.” “Mi piace l’ultima cosa che hai scritto, mi sa che di questa serata ne farò un post.” “Va bene, non c’è nulla di male, questa è la vita”. Poi gli chiesi: “Ti sei mai pentito di qualcosa che hai fatto?” “No, doveva andare così.” Affacciati al balcone, sospirammo, poi io sorrisi e, sentendolo sollevato, dissi: “La felicità e i bei momenti sono come queste stelle cadenti, per vederle servono due condizioni, la prima quella di saper alzare la testa e la seconda che ci sia il cielo sereno: come stasera.”

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15 pensieri su “Le pene di Theo

  1. Ma è una storia vera?
    Se è vera, non so a che età sia successa, ma direi che da adulti (parlo almeno per me) non è facile avere amici che possono sostenerti psicologicamente così come da adolescenti.
    Succedesse a me ora, penso che mi toccherebbe disperarmi di nascosto nella mia solitudine, in qualche angolo silenzioso della casa vuota.

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    1. Sì, è ispirato ad una storia reale. La situazione dei due amici è inventata, ma ricalca tanti momenti accaduti realmente. Sarà che nel mondo dei trasfertisti le storie sentimentali sono più frequenti e che un po’ come a militare nelle difficoltà comuni si cementano le amicizie. Di fatto ancora oggi ci si confida e ci si sostiene, sinceramente l’un l’altro quando accadono i fatti della vita. Per esempio , i genitori sono anziani e cominciano ad andarsene… molti di noi non hanno alcun conforto dalle compagne o non vogliono mostrare le proprie debolezze, quindi il collega che ti conosce da 30anni diventa la persona che ti sta più vicina…

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