L’altro mondo

terradimezzo

Un lavoratore dipendente, dopo i quarant’anni – e ancora una bella fetta di vita lavorativa davanti – per le grandi aziende è obsoleto.

Sin dall’inizio ti hanno catechizzato: ti hanno detto di studiare inglese e l’hai fatto, ti hanno detto che dovevi viaggiare e l’hai fatto. Poi ti hanno detto che cambiava il modo di lavorare e l’hai fatto, ti hanno detto che dovevi essere autonomo e l’hai fatto e ti hanno detto che dovevi lavorare per obiettivi e l’hai fatto. Ti hanno anche detto che per “quell’attività” eri tu quello giusto e l’hai fatto.

In cambio di tutto questo ti hanno tenuto a lavorare, magari mentre altri facevano cassa integrazione. Non ti hanno dato nessun incentivo, se non delle briciole, che non hanno compensato la perdita del valore d’acquisto dello stipendio. Però, ti hanno fatto capire che dovevi reputarti fortunato, perché fuori la gente il lavoro l’ha perso o non lo trova.

Le grandi aziende (fatte di uomini: manager e dirigenti) non hanno nessuna considerazione della famiglia, perché oltre alla discriminazione della donna, praticano quella – meno nota, ma  di pari impatto – dei “capofamiglia”, i quali, essendo spesso primi e unici responsabili della stessa, dei figli e dei genitori anziani, rappresentano un problema perché non hanno disponibilità illimitata e necessitano di permessi, oltre che di denaro.

Per non parlare dell’assoluta mancanza di considerazione nei confronti della risorsa umana e – perfino – della persona; per anni non hanno assunto giovani, dilapidando le conoscenze aziendali, salvo ricorrere alle consulenze, che spesso non ripagano in termini di qualità e valore aggiunto.

Quando assumono, poi, prediligono giovani laureati, i quali offrono parecchi vantaggi: parlano l’inglese, sono disposti a viaggiare, sanno cogliere il cambiamento, hanno iniziativa e sono – giustamente – ambiziosi. In cambio di tutto questo, li sotto pagano e gli fanno capire – senza dirlo – che fuori c’è chi resta a casa e non trova lavoro.

La meritocrazia (che dovrebbe valorizzare i migliori) e la ricompensa – adeguata alle capacità di ognuno – dovrebbero garantire motivazione e gratificazione; purtroppo, in questo mondo senza prospettiva non avviene nulla di tutto questo.  Un mondo che sembra invisibile, che non gode di sgravi e paga tutte le tasse, così com’è collocato, tra indigenti di sotto e media borghesia che resiste di sopra: in pratica, un altro mondo di mezzo. E questa non è teoria “compà”, è realtà.

mondo mezzo

Mavaffanculo va!

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23 pensieri su “L’altro mondo

  1. 33 anni, laureata con 110 e lode, da 3 anni lavoro come impiegata di livello medio-basso, con uno stipendio pari a quello degli operai che hanno la terza media e una decina d’anni di anzianità, e so che in quanto donna con figli questo sarà il mio ruolo per sempre. Da un certo punto di vista va bene, dall’altro penso che dovrei lavorare fino a 70 anni per averne 40 di contributi (grazie, co.co.co e co.co.pro.) e che fra una ventina d’anni essere una mera esecutrice diventerà davvero pesante…

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    1. Alla fine bisogna campare… il pezzo che ho scritto è autobiografico e so che da ora in avanti dovrò dire no perché la mia famiglia è al primo posto. Per il resto non mi lascio ricattare e se faccio una cosa è perché lo voglio e ci credo. Ora non ci credo più. Spero, con questo di non scoraggiare troppo i giovani.

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  2. Lavoro come dipendente in aziende considerate di medio-grandi dimensioni da più di dieci anni e ho notato che più l’azienda è di grandi dimensioni più è lampante l’inefficienza che regna al suo interno.

    Forse sarò stato solo sfortunato, forse la mia ambizione non è la posizione ma la conoscenza, la competenza e la professionalità e forse questa ambizione non è quella giusta per vivere in azienda…

    Ho da tempo l’impressione che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato nell’industria italiana e da diverso tempo sto cercando, senza demordere, una soluzione diversa che possa rendermi sereno.
    La fortuna più grande che ti può capitare lavorando in aziende di grosse dimensioni è quella di poter lavorare con persone che amano il loro lavoro, che lo fanno con passione e che ogni giorno cercano di migliorarlo… non è la posizione o la retribuzione ma è lo sviluppo e il progresso sia personale che di processo o prodotto a seconda del ramo di appartenenza…

    io non ci credo più, onestamente, e spero di potermi disegnare un futuro diverso prima o poi… non smetto di crederci al futuro… mentre ho smesso di credere all’industria, alla grande azienda che non è altro che un surrogato politico di persone che devono difendere o diffondere la loro immagine pubblica ma che non hanno il benchè minimo interesse per quello che sono chiamati a fare…

    ma forse, sono solo stato sfortunato…

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    1. La tua analisi si integra perfettamente col mio post. Condivido lo spirito che ci metti, perché è l’unico modo per lavorare bene, alzarsi la mattina e timbrare senza angoscia, anzi, a volte con piacere. Vale la pena di sottolineare questo, perché ci sono persone a cui non piacerà mai alcun lavoro… Detto questo, dalle tue parole immagino ti sarai reso conto anche tu che la “longa manus” delle “famiglie” e delle “corporazioni” ha ingessato l’industria allo stesso modo in cui ha fatto con la politica e la cosa pubblica. Negli anni vieni a conoscenza dell’esistenza di legami di amicizia esterni, trasversali alle azienda stesse, che nulla hanno a che fare con le aziende e le attività, ma che pilotano scelte, interessi e assunzioni. Si potrebbe quasi parlare di clan, difficilmente incastratili da parte della legge.

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      1. Esatto, concordo pienamente…
        l’unica cosa che potendo cambierei della mia vita è questa:
        studierei più che altro perchè credo che la conoscenza sia la base indispensabile per affrontare la vita, e poi proverei a dedicarmi all’insegnamento (cosa per cui nutro da sempre grande passione) perchè credo che noi ormai siamo andati, ma le nuove generazioni detengono il cambiamento ed è li che dobbiamo mirare…

        sono andato un pò fuori tema… ma a tema posso solo concordare con ciò che hai scritto senza aggiungere niente di interessante…

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  3. dopo oltre mezzo secolo di statalismo assistenziale, di patti scellerati industria-sindacati, di favoritismi, nepotismo, clientelismo, sovvenzioni salva voti, finanziamenti occulti ai partiti, assunzioni di massa da do ut des e tutto il sistema farlocco fatto regola… il conto bisognava pur pagarlo, ovviamente lo pagano, come da copione, le classi medio basse. A tutto questo è d’uopo aggiungere il “progetto Europa”, un laido disegno che mira alla schiavizzazione di fatto di ogni qualsivoglia mano d’opera o maestranza, il fine è abbassare il costo del lavoro ed eliminare garantismi di varia natura per poter competere con il BRICS. Esiste un altro aspetto inquietante, la meritocrazia modifica gli assetti aziendali creando vincoli, in ogni caso in Italia è negata, oltre che da un discutibile planning aziendale, dalle normative in vigore, di fatto, a parità di livello e mansione, promuovere o premiare un dipendente bravo diventa una discriminazione.

    Solo un appunto, la penalizzazione delle donne nel mondo del lavoro è più teorica che pratica, contratti alla mano, non ci sono differenze tra omologhi di sesso diverso.

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    1. Ciao Tads, mi permetti una domanda sulla meritocrazia, che hai citato, di cui sento tanto parlare…

      ma la sua applicazione è, o meglio sarebbe, un interpretazione oppure esiste un metodo, una scienza, un sistema chiaro e inconfutabile per applicarla???

      è una questione che mi affascina se non altro perchè “a sensazione” ritengo che sia tanto utilizzata quando abusata…

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      1. la “meritocrazia” è un concetto astruso, in tutto l’apparato statale il proseguo delle carriere non è subordinato ai meriti, nel privato non è contemplata nei contratti sindacali se non sotto forma di incentivi/premi ma raramente individuali. Di fatto favorire un dipendente più bravo o disponibile potrebbe mettere gli altri in condizioni di aprire vertenze sindacali, un fronte “libero” è quello manageriale ma qui la scelta dei collaboratori da promuovere non è opinabile. Il problema si pone in quelli che vengono definiti sub apparati, il capo di un ufficio o sezione a volte ha discrezionalità su alcuni avanzamenti di livello ma non è detto che questi siano sempre frutto di meriti. C’è anche un aspetto pratico, le carriere da minigonna o da pupilli del capo sono difficili da dimostrare, in ogni caso io non ho MAI sentito qualcuno dire: “hanno promosso il mio collega perché più bravo di me”, non faccio testo perché non ho mai fatto il lavoratore dipendente ma non nego l’efficacia del leccaculismo et similia. Insomma, il lavoro non è visto come una competizione olimpica dove vince il più bravo e nemmeno un concorso a premi con tanto di giuria più o meno obiettiva, è un contratto tra le parti regolamentato in modo specifico e dettagliato, a mio avviso molto imperfetto. Non per buttare benzina sul fuoco ma gli effetti collaterali sono dovuti ai sindacati, per meglio dire, alle regole da loro imposte, non a caso difendono il lavativismo. Giusto per concludere, non è detto che i meriti siano sempre oggettivi. Comunque in Italia la meritocrazia non esiste, soprattutto perché non voluta e perché vista come una discriminazione, come ho già detto, all’estero fanno le cose molto più semplici, piazzano dieci persone a fare la stessa cosa, chi la fa meglio avanza, questo anche sulle idee. Non mi pare difficile da capire ma evidentemente per qualcuno lo è. La meritocrazia la si trova nelle strutture commerciali, il venditore che vende di più viene premiato, non solo economicamente, per contro, il venditore che vende di meno viene sostituito senza se e senza ma.

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    2. Sulle differenze fra uomini e donne il problema non è il contratto in sé, il problema sono le opportunità. Di recente, nella mia azienda si è dimesso un collega; c’erano due donne qualificate per prendere il suo posto, ma a nessuna delle due è stato proposto, nemmeno indicativamente, perché si è dato per scontato che avendo figli non avrebbero accettato. Per una è vero, per l’altra no. Si è preferito formare da zero un uomo…

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      1. capisco e condivido ciò che dici ma questo non è imputabile allo Stato, l’unica cosa seria che c’è in questo Paese è proprio la parità di trattamento dei sessi in materia di contratti di lavoro. In fondo non credo si possa pensare di imporre assunzioni per sesso, saranno meno numerosi ma esistono contesti in cui si assumono solo donne o prevalentemente donne, guardiamo le compagnie aree e altre situazioni. Credo che non si possa più dire, da anni, che in Italia le donne siano discriminate nel mondo nel lavoro, non a livello di regolamenti e leggi.

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      2. Regolamenti e leggi però vengono spesso aggirati nella pratica. Anche accantonare gli ultra quarantenni, per quanto esperti e volenterosi, non è esattamente una pratica prevista dalla legge… ma avviene. Esiste un modo per evitarlo? Non lo so, ma rimane ingiusto, oltre che miope.

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      3. La discriminazione esclusa dalla legge però esiste – basta aver fatto un po’ di colloqui in cui l’essere donna in età fertile, o magari già con figli, ha determinato l’esito. Mi è successo di essere esclusa perché madre, al mio compagno di essere preso perché padre di famiglia; diversi selezionatori di agenzie presso cui ho fatto corsi di formazione hanno ammesso di preferire uomini a donne perché le donne potrebbero doversi occupare della famiglia.
        Il problema non è né legislativo né politico, ma culturale: nella maggior parte delle coppie che conosco si dà per scontato che i figli siano compito esclusivo della donna; lo stesso tende ad avvenire con genitori anziani o parenti disabili. Ancora oggi mio nonno (classe 1901), che riteneva che le donne dovessero studiare per avere un lavoro che permettesse loro l’indipendenza, sarebbe più moderno di molte persone che conosco e che hanno più o meno la mia età…

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      4. esimia Elipiccottero,

        Permettimi di far luce su un punto molto importante, quando si parla di tematiche sociali a largo raggio non bisogna MAI portarsi come esempio e nemmeno farlo con esperienze indirette vissute da amici e parenti. Siamo 60milioni di abitanti portatori di 60milioni di realtà differenti, alla situazione da te citata potrei rispondere sciorinando l’elenco interminabile di donne sterili durante il precariato ma immediatamente feconde subito dopo l’assunzione a tempo indeterminato. Se un imprenditore investe capitali per aprire una azienda, ha tutto il diritto di assumere chi più gli aggrada, diritto inalienabile, per quanto nella industria vi siano vincoli che non esito a definire giusti e civili, nella piccola impresa non esistono vincoli ma anche questa è cosa giusta e civile. Ciò che conta realmente è che lo Stato garantisca a tutti i dipendenti pari diritti. Il problema culturale indubbiamente esiste ma è dovuto a una serie di fattori interminabili, oggi si parla di rischio gravidanza, fino a ieri, quando il servizio militare era obbligatorio, i ragazzi in attesa di chiamata raramente venivano assunti regolarmente perché la legge imponeva al datore di lavoro l’obbligo di mantener loro il posto, non ho mai sentito parlare di discriminazione su questo fronte. Repetita iuvant… chi apre una impresa ha il diritto di scegliersi i dipendenti. A dirla tutta la grande discriminazione sta proprio nella politica, le quote rosa sono la più becera espressione di un maschilismo mascherato, un contentino ipocrita.

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      5. Ho parlato anche di professionisti della selezione, e quanto a esempi di conoscenti… credo che del centinaio di giovani donne che conosco potrei citare racconti analoghi da parte di almeno una settantina. Se da un lato è vero che un datore di lavoro si sceglie chi vuole, dall’altro scegliere un uomo in quanto tale, proprio perché non è donna, è come scegliere un bianco perché non si vuole un nero, o un eterosessuale perché non è omosessuale. La differenza è che non è considerato disdicevole dichiarare che la donna no, perché poi mi resta incinta e sta a casa…ma allora no a chi scia o a chi gioca a calcio o a chi va in moto, perché sono più soggetti a incidenti con fratture… Preferire un uomo è razionalmente giustificato solo quando sono richieste doti fisiche che una donna oggettivamente non ha. Il che non vuol dire che non esistano altri tipi di discriminazione, per esempio verso determinate nazionalità o verso chi viene da determinate regioni o quartieri…

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      6. Ne ero strasicuro che prima o poi avresti tirato fuori le discriminazioni razziali e sessuali, è questo che fa di noi Italiani dei provinciali, ti stai infilando in un ginepraio infinito. Te lo ripeto serenamente: 1) in questo Paese non esistono penalizzazioni di genere nel mondo del lavoro a livello di contratti, 2) chi investe i propri soldi o contrae debiti per fare impresa, ha diritto di selezionare il personale secondo criteri a lui più consoni. Le discriminazioni sul territorio ci sono ancora ma fortunatamente si è intrapreso un trend positivo, dietro un gay e un nero rifiutati ve ne sono migliaia regolarmente assunti in ogni settore e livello. Esistono professioni tipicamente maschili e altre tipicamente femminili, a parte questo credo che fiato ed energie dovremmo spenderli per sollecitare chi di dovere, lo Stato, a preoccuparsi di creare lavoro, per tutti. Le vere discriminazioni sono altre, molto più frustranti, come ad esempio il famigerato: “bella presenza”, qui sì che sarebbe interessante discutere visto che riguarda maschi e femmine, gli sfigati estetici non possono fare i/le modelli/e ma neanche lavori umili come commessa/i o barista, ecc. ecc. Esiste il problema dei raccomandati, anche questi maschi e femmine che occupano indegnamente posti che altri, molto più preparati, meriterebbero. Continuare a discutere sui luoghi comuni alla fine annoia, di questo passo ci areniamo nell’aia delle frasi fatte… “gli uomini sono tutti uguali”, “noi donne non siamo considerate”, “le donne sono sfruttate”, “gli Italiani sono maschilisti” e via così… questi discorsi non mi interessano, sono la logica tappa successiva alla discriminazione razziale e omofoba. Forse qualcuno pensa sia più giusto procedere ad assunzioni dettate dal pensiero politically correct, venti dipendenti equamente divisi tra maschi, femmine, gay, lesbiche, asessuati, belli, brutti, grassi, magri, bianchi, neri, asiatici, meticci, cristiani, ebrei, mussulmani, buddisti, induisti e atei, non accusatemi di razzismo se ho dimenticato qualcuno. Nel pubblico impiego e nella media/grande industria presenze maschili e femminili si equivalgono, a conti fatti si equivalgono anche nelle piccole realtà, non è certo il comportamento di alcuni ad etichettare un popolo. La sociologia è una scienza quasi perfetta, serve ANCHE per comprendere la differenza che corre tra il generalizzare e l’analizzare una tendenza, soprattutto è una scienza che non elabora dati, analisi e concetti basandosi su quel che accade nel mio condominio o nella cerchia delle tue conoscenze, per fortuna guarda le cose un po’ più dall’alto.

        Ti auguro buon week end e anche buone feste, è stato piacere dialogare con te

        Alla prox

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  4. Qui centri un altro punto. Mentre l’azienda fa il proprio interesse, il sindacato – che non ha saputo stare al passo col cambio dei tempi – difende – dietro a concetti retorici – il “lavativismo”, a favore di un consenso che ne mantenga i privilegi di casta e favorendo, di fatto, la degenerazione che abbiamo descritto.

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  5. Grazie per le delucidazioni…
    dall’basso della mia pochezza storica (in senso di ignoranza), da tempo sono dell’idea che il sindacato sia una delle cause principali della situazione delle aziende italiane, concetto che ho ribadito più volte e per il quale ho dovuto anche affrontare situazioni delicate… il mio punto di vista si basava, in ogni caso, solo su dettagli della mia esperienza di vita da lavoratore dipendente, per altro nemmeno mai diretta… sostengo infatti che tuteli “gli assunti” e non “i lavoratori”, e che tra le due categorie passi diversa differenza…

    allo stesso tempo però nutro diverse perplessità anche sul concetto di meritocrazia, specie se applicato in questo paese con queste linee di pensiero… lo vedo quasi più pericoloso di quello che c’è già adesso… e proprio per questo la mia domanda “mirata”….

    tutto ciò che è soggettivo a mio modo di vedere risulta inapplicabile dove non c’è piena “onestà intellettuale”
    e ciò che non può essere oggettivo non può essere paragonabile in senso di graduatoria, per altro forse non ha nemmeno troppo senso anche nel caso di un oggettività di confronto tra esseri umani… ma questo è un altro discorso…

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  6. Io sono un impiegatuccio modesto in un’azienda media, diciamo anche medio-piccola. La filosofia che regna è però da anzienda minuscola: la direzione concede solo ciò che è obbligata a concedere per legge, non un centesimo di più, non una mensa, non un buono pasto, anzi avevamo stranamente i boccioni dell’acqua e ha fatto eliminare anche quelli.
    Tutti noi dipendenti abbiamo firmato una lettera di assunzione in cui c’è scritto che il superminimo sarebbe stato assorbito, così non abbiamo nemmeno un adeguamento all’inflazione.
    L’unica frase che la direzione sa dirci è “se non ti va bene la porta è quella, tanto fuori c’è la coda di disoccupati che sognano di prendere il tuo posto”.
    Ed è vero! Quindi alla fine a noi sta bene anche così. La crisi c’è, ma molti imprenditori se ne approfittano!

    La possibilità che potrei perdere il posto di lavoro è un incubo terrificante e a me non rimane che viverla come la possibilità della morte precoce: non posso farci niente quindi non ci penso e vivo il presente.

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