Il fabbricatore di sogni

highlander

Angelo Malpena aveva dovuto crescere in fretta per non gravare sull’umile famiglia; aveva conseguito la laurea in giornalismo con determinazione, anche grazie alle borse di studio e ai diversi lavori, come quello di commesso da Grom, vicino a Piazza Castello, dove faceva i coni gelato ai turisti.

Quella mattina era in ritardo e data l’ora, dovette lasciare la vecchia Fiat Panda in divieto di sosta per non arrivare tardi alla redazione della rivista per la quale lavorava: Il Mistero. Era stato fortunato ad incontrare quel direttore sul proprio cammino, uno con la schiena diritta che aveva apprezzato le sue qualità e pertanto non voleva deluderlo. Entrò in ufficio a passo di carica e fece appena in tempo a posare la borsa.

– “Vai subito nell’ufficio del capo: è un po’ che sta ti aspettando, questa mattina ti ha cercato già due volte e mi è sembrato parecchio agitato.”

– “Grazie, vado subito.”

Che il capo fosse agitato non era per niente una novità, lui era sempre così (sarebbe stato strano se non lo fosse stato). Un attimo dopo il giovane giornalista si presentò alla porta del suo ufficio.

– “Prego accomodati, ti voglio parlare di una cosa importante.”

Sentì montare un filo di agitazione.

– “Da quanto tempo lavori con noi?”

L’agitazione crebbe.

– “Da circa un anno e due mesi.”

– “Bene, è ora che tu faccia un salto di qualità.”

Ora stava seduto sui carboni ardenti.

– “Tu sai chi è Teo Mecher?”

– “Mai sentito nominare.”

– “Meglio, così non avrai preconcetti: procurati il suo indirizzo e vai a intervistarlo, questo è il suo numero di telefono.”

Si sporse in avanti e gli diede un foglietto con sopra alcuni appunti e numeri scritti a mano.

– “Devi chiedergli chi è e cosa fa nella vita, scoprirai da solo che è una persona speciale.”

– “Tutto qui?”

– “Tutto qui, buona fortuna.”

Scese velocemente in strada senza leggere il foglietto e subito notò in lontananza il vigile vicino alla sua auto. Affrettò il passo, scansando a malapena un vecchio col bavero alzato, la sciarpa ed il cappello in testa, seduto su di una panchina, che lo squadrò con sguardo severo; ma lui proseguì, senza neppure chiedere scusa, per riuscire ad evitare la contravvenzione.

**********

Il vecchio alla finestra, vide il giovane giornalista avvicinarsi con passo deciso verso il vialetto del modesto edificio e, poco dopo, udì il campanello.

– “Chi è?”

– – “Sono Angelo Malpena… de Il Mistero… sono qui per l’intervista.”

– “Salga pure, la stavo aspettando, 4° piano.”

Aprì la porta di casa e aspettò sulla soglia che l’altro salisse. La spia luminosa lo avvertì che l’ascensore si stava muovendo, di lì a poco ne uscì il giovane ben vestito.

– “Buongiorno… Teo Mecher?”

– “Sono io, piacere, si accomodi pure.”

Gli tese la mano e al tempo stesso si spostò di lato per farlo entrare. Si diressero verso un salotto dal mobilio un po’ datato e si sedettero, uno di fronte all’altro, su due divani che avrebbero fatto bella figura nella bottega di un rigattiere.

– “Le posso offrire un caffè o preferisce qualcosa da bere, magari una birra?”

– “La birra l’accetto volentieri, sa con questo caldo…”

– “Arrivo subito, stia comodo.”

Mentre l’altro andava a procurare da bere il giovane predispose lo smartphone attivando l’applicazione per registrare l’intervista e lo posò sul tavolino che aveva di fronte, assieme al foglietto del direttore. Ebbe appena il tempo di capire, con sgomento di che si trattava.

– “Eccomi qua.”

Disse il padrone di casa ritornando nella stanza con in mano una bottiglia di birra fresca e due bicchieri; li riempì e ne afferrò uno per brindare.

– “Salute!”

Poi, senza lasciargli il tempo di replicare, il vecchio continuò.

– “Vede, le mie origini sono molto umili e le modeste condizioni nelle quali mi trova, sono un lusso per me, rispetto a quello che ho passato e visto nella mia vita. Però, non mi sono mai arreso e non ho mai smesso di lottare: come lei.”

Quindi, lo fissò negli occhi come se conoscesse ciò che alloggiava nella sua anima. Per uscire dall’imbarazzo, il giornalista prese l’altro bicchiere e ripeté a sua volta:

– “Salute!”

L’intervista ebbe inizio, il giovane avviò l’applicazione sbirciando distrattamente il foglietto con gli appunti.

– “Mi dice come si chiama e quando è nato?”

– “Mi chiamo Teo… Matteo Mecher e sono nato a Torino il 5 Maggio 1861.”

– “Ehm, mi scusi, forse voleva dire 1961…”

Intanto notò che pure sul foglietto era scritto il medesimo numero: 1861.

– “No, volevo proprio dire 1861, il 5 Maggio, esattamente quaranta anni dopo la morte di Napoleone Bonaparte.”

– “Quindi lei oggi avrebbe… anzi ha… 153 anni!”

– “Sì, li ho compiuti giusto due mesi fa.”

– “Lei dice di essere nato l’anno dell’unità d’Italia: ha modo di dimostrare quanto afferma?”

– “Certo, ecco la copia della registrazione della mia nascita, conservata negli archivi parrocchiali dell’arcidiocesi di Torino.”

Mostrò un grande foglio di carta ingiallita da una cartellina e lo porse al ragazzo.

– “Questa invece è la mia carta d’identità e questo è il mio attuale passaporto.”

Posò i documenti aperti sul tavolino. Su entrambi i documenti si leggeva: “Matteo Maria Mecher, nato a Torino il 5 Maggio 1861.”

– “Interessante, ma potrebbe sempre esserci un errore.”

– “E questi sono i miei documenti, che ho conservato da quando ho avuto il primo, fino ad oggi.”

Tirò fuori dalla cartellina un’altra serie di documenti più alcune fotografie e li mostrò al ragazzo.

– “Guardi bene le fotografie, la più vecchia è di quando avevo dieci anni.”

Il giovane prese in mano le fotografie e cominciò a esaminarle attentamente.

– “Sì, in effetti c’è una certa somiglianza: tutti assomigliamo ai nostri famigliari. Quello della foto potrebbe essere il suo bisnonno…”

– “Lei è scettico, me lo aspettavo…”

– “No, non proprio, diciamo che la trovo… insolito. Lei cosa fa nella vita?”

– “Io faccio il fabbricatore.”

– “Uhmm, di cosa?”

– “Di sogni.”

– “Può ripetere scusi, credo di non aver capito…”

– “Io sono un fabbricatore… un fabbricatore di sogni.”

Il giornalista cambiò posizione sul divano, evidentemente aveva bisogno di maggiore concentrazione.

– “Mi aiuti a capire meglio, dunque lei dice di essere un fabbricante di sogni…”

– “Fabbricatore prego! Non fabbricante, c’è una bella differenza!”

– “E sarebbe?”

– “Un fabbricante è uno che costruisce per commerciare e rivendere, io invece fabbrico sogni solo per il piacere dello spirito.”

– “Mi spieghi come li fabbrica.”

– “Li fabbrico con l’uso della mia mente.”

– “Ma questo lo facciamo tutti mentre dormiamo… non vedo la differenza.”

– “Io non creo sogni mentre dormo, li creo volontariamente, i miei sogni si possono toccare: ci sono cose, ambienti, persone… situazioni. Per creare un sogno ci vuole tempo, bisogna averlo coltivato ed averci creduto con tutti noi stessi. Lei mi capisce…”

– “Mmmh…”

– “Quando creo un sogno, ci credo fino a farlo entrare concretamente nella realtà, tanto che io stesso non distinguo più la differenza. Vede, qualunque cosa qui attorno potrebbe essere un frammento di sogno fabbricato da me.”

Il giornalista manifestò un certo disagio, cambiò di nuovo posizione sul divano e assunse un’espressione perplessa.

– “Dunque, lei mi sta dicendo che la realtà si fonde materialmente con il sogno da lei creato…”

– “Esattamente”.

– “Ma questo, non è possibile…”

– “Invece è quello che io faccio, da quando sono nato.”

**********

Ci fu una pausa silenziosa, alcune gocce di sudore imperlarono la fronte del giovane giornalista, mentre la sua mente cercava di elaborare velocemente le informazioni ricevute.

– “Bene, molte grazie, credo che per l’intervista possa bastare così.”

Disse alzandosi dal divano e raccogliendo velocemente lo smartphone.

– “Lei dunque non mi crede, pensa che io sia pazzo?”

– “Ehm, no…”

–  “Tutto quello che vede qui attorno è un sogno, dovrebbe già essersene accorto… no?”

– “Non capisco…”

Il giovane, si guardò attorno, osservò le pareti, i mobili e la finestra ornata di tende ingiallite dal tempo: tutto pareva avere un inconsistenza fisica ed una condizione eterea. Gli oggetti cominciarono ad emettere uno sfarfallio luminoso blu, assumendo progressivamente una lieve trasparenza, come avessero dovuto svanire di lì a poco.

– “Ma che diavolo sta succedendo? Questo è un trucco!”

– “No, non è un trucco, è un sogno ed anche lei ne fa parte”.

– “Io non faccio parte di nessun sogno: sono e sarò un giornalista!

Il vecchio mostrava evidenti segni di stanchezza: cercare di convincere il ragazzo, con tutte le sue energie, era l’ultima possibilità per realizzare “il sogno” della sua vita. Spossato, il vecchio poté rispondere solo con con un debole rantolo.

– “Purtroppo… non più, ormai…”

A quel punto il giovane notò il medesimo sfarfallio di luce blu nelle proprie mani, come se stessero per svanire e con esse tutto il suo corpo. Guardò il proprio interlocutore, in cerca di aiuto, ma questi era sparito: dissolto nel nulla.

Raccolse il proprio materiale ed uscì, in preda al panico – per scappare da quella che sentiva come una fine imminente – attraversando di corsa il parco di fronte all’abitazione. Durante la corsa incrociò lo sguardo di una persona anziana, seduta su una panchina. Era lo stesso vecchio che aveva quasi urtato, uscendo dalla redazione, correndo verso la macchina. Adesso era lì: sempre col bavero alzato, la sciarpa e il cappello in testa.

Allora arrestò la corsa a perdifiato e si voltò, per guardarlo ancora, riconoscendo Teo Mecher; ma il vecchio si era già girato e camminava, scuotendo la testa e sospirando, per aver visto svanire nell’alone di luce blu il giovane e con lui, ancora una volta, il proprio sogno.

In quell’istante l’auto della polizia alle spalle di Angelo se ne andò e con essa il riflesso blu del lampeggiante. Fu dal lato opposto, che invece la luce non si dissolse, fino al momento in cui la sagoma del vecchio svanì per sempre nel nulla.

Angelo si guardò di nuovo le mani: erano tornate carne ed ossa e lui si sentiva come risvegliato da un brutto sogno, ma soprattutto un uomo nuovo all’inizio della propria vita.

By Papillon and Pepelion

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