Vita nell’universo

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Qualcosa era andato storto, non erano riusciti a controllare la rotta e in pochi attimi, la tempesta di meteoriti aveva investito l’aeronave, i cui dilaniati resti erano ormai alla deriva.

Oltre a lui, facevano parte dell’equipaggio altri due uomini e una donna: sua moglie. Ora, l’astronauta era rimasto solo, sospeso nel vuoto, nero e freddo dello spazio e – anestetizzato dal troppo dolore – aspettava la fine.

Sentiva, distintamente, il conto alla rovescia dei battiti del cuore strozzarsi nel petto e con essi, un ultimo pensiero beffardo: la moglie e lui non avevano avuto figli e quella missione – oltre i limiti conosciuti dello spazio – doveva essere il senso di una vita, il loro lascito all’umanità.

Al rintocco dell’ultimo battito gli apparve la vista del proprio corpo inerte, che si allontanava secondo l’orbita determinata dalle leggi della fisica: ma il suo pensiero rimaneva come ancorato ad un punto fermo e lui si sentiva attorniato da un brusio di anime, sospese con lui nell’universo.

Il brusio erano voci, che non erano voci, ma pensieri, attraverso i quali percepiva distintamente le emozioni e i sentimenti di tutti gli esseri umani del mondo: la gioia e il dolore, l’allegria e la tristezza, l’odio e l’amore.

Quell’insieme, non aveva una forma fisica tangibile, piuttosto la lasciava percepire. Era il mondo reale spogliato dalla materia: un magma di energia positiva e negativa in perfetto equilibrio, che avvolgeva tutto con densità disomogenea.

Là, dove si addensava il magma negativo, era tutto il male dell’umanità: lame di luce che laceravano il buio, bruciando come il fuoco e suoni che stridevano nei timpani, come lamenti di lamiere che si contorcono.

Il bene si addensava nel magma positivo, luminoso e nitido, conferendogli un punto di osservazione dalla prospettica confortevole, come fosse avvolto da un liquido amniotico e protetto da un ventre materno.

Tuttavia, anche in quell’eternità c’erano mutevolezza e ciclicità. L’immagine, improvvisamente, iniziò a sfocare con effetto di dissolvenza, lasciando apparire una donna nell’atto di partorire. In quella scena surreale si potevano vedere: una sala parto ed il medico con gli assistenti, impegnati per l’estrazione del bimbo.

L’operazione non pareva facile, il bimbo non era nella posizione corretta per uscire e la mamma soffriva. Il medico insisteva, la sua fronte luccicava di tensione e sudore, mentre quella piccola vita nelle sue mani chiedeva l’aiuto di Dio.

Poi, la testa si orientò in modo corretto e iniziò ad uscire, seguita dal corpicino col cordone, mentre le mani del medico lo sostenevano, per aiutarlo a generare il primo vagito, che però… tardava ad uscire; il tutto per una durata che sembrava un attimo sospeso e senza tempo, durante il quale il dolore della donna e l’angoscia della sala si addensarono tutti nell’animo dell’astronauta.

Anche nell’eternità, pareva non esserci tempo per pensare e bisognava cogliere l’attimo: ma purtroppo, come un fiume in piena, tutto il male del mondo visto in precedenza ritornò ad occupare la sua mente, togliendogli le forze. Ora era chiaro, all’astronauta, che quel bimbo avrebbe potuto nascere solo se lui lo avesse desiderato con tutte le proprie viscere.

Adesso sì che aveva paura. Paura della responsabilità di far nascere quel bimbo e mandarlo in quel mondo, che i suoi occhi – mai come prima – avevano visto, laggiù, nel magma oscuro e cupo.

Allora richiamò a sé tutta la forza dell’anima e del cuore, combattendo e sconfiggendo tutti i mostri che gli soffocavano la mente, fino ad arrivare al cospetto della domanda, madre di tutte le domande: “Se tu potessi tornare indietro, lì, dov’è il bimbo, vorresti rinascere? Andresti nuovamente incontro a tutto quello che hai vissuto?”

Non trovò subito la risposta, ma rivisse l’emozione delle mani di suo padre che lo sollevavano, il calore delle cure della madre e tutto quel magma di luce della vita, che lo aveva portato fino lì, ad essere quello che era e a rischiare il tutto per tutto in quella missione.

Dopo l’incidente aveva visto in faccia la morte e forse grazie a ciò, l’astronauta aveva finalmente trovato la quadratura del cerchio con la risposta, madre di tutte le risposte: “L’amore.”

Così, il magma di luce si liberò dentro di lui con la forza di un inondazione, iniziando a scorrere, dolce e vitale, come il respiro ed il pianto del bimbo. Nella sala tornò il sorriso, mentre le lacrime del papà incrociavano lo sguardo spossato della mamma e il dottore porgeva loro il bimbo.

Adesso sì, che l’astronauta poteva morire. Ora sì, che sentiva davvero l’ultimo battito, ma non gliene importava perché una nuova vita cominciava grazie a quel bimbo venuto al mondo, restituendo senso al tutto.

E mentre dolcemente si spegneva, gli rimaneva un solo cruccio: sapere se anche il suo amore aveva visto e vissuto, ciò che lui aveva visto e vissuto. Ancora un attimo e lo avrebbe saputo.

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9 pensieri su “Vita nell’universo

  1. E’ un racconto molto dolce, di una sensibilità quasi materna e non maschile. Sembra che tu in questo momento sia entrato nel corpo della madre partoriente e che tu possa sentire e soffrire ciò che una mamma patisce, mentre compie l’atto d’amore più meraviglioso che Dio ha creato. dare al mondo una creatura: bravissimo! Buon caffè, ti aspetto anch’io nel mio piccolo spazio. Fabiana.

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    1. Guarda, mentre lo scrivevo mi sono posto il quesito di scambiare il ruolo tra moglie e marito. In generale, mi frega su questo la paura di non riuscire ad essere perfetto nel gestire i personaggi femminili. Sai che mi fa realmente piacere quello che dici, dato che come maschio sono stato spesso tacciato di insensibilità. Cosa non vera. Il problema è che le cose le tengo dentro e con poche donne ho avuto un feeling tale per cui le parole non fossero necessarie. Quella attuale (mia moglie) non è fra quelle, ma la amo così. Amen.

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      1. Allora mi reputo fortunata per riuscire a comprendere ancora le sensibilità maschili. Seppure a distanza, ti rifaccio i miei più veri e sinceri complimenti e li faccio anche a tua moglie per averti scelto! E’ molto difficile calarsi in un ruolo femminile, già così maledettamente complicato e strano, figuriamoci poi descrivere un parto ed immedesimarsi a tal punto….Bravo!! Fabiana.

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    1. Anch’io ridevo e ci pensavo… hai capito che il racconto era quello. Non ho abbandonato il progetto dell’altra versione. Pensa che sta roba mi girava da mesi senza riuscire a prendere forma. Poi chissà come…

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    1. Non so nemmeno io come ho fatto. Forse perché ho “ascoltato” le donne – partendo da quelle di famiglia per arrivare a quelle fuori dalla famiglia – più di quanto, tutte loro messe insieme, abbiano mai riconosciuto. Comunque son contento del risultato. Un saluto.

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