Nei carruggi (adulti)

carruggi

Carla e Marco si incontrarono nel centro storico di Genova: un dedalo medioevale di vicoli, dove difficilmente sarebbero stati riconosciuti.

Lì, ai margini della zona malavitosa, consumarono un menù di mare leggero; poi, uscirono a passeggiare, tra le lame di luce, che dall’alto tagliavano il gradevole fresco delle ombre dei carruggi.

L’abitino di Carla, segnava i seni e il degradare dei fianchi, che ondeggiando – per colpa dei tacchi – accompagnavano l’alternato su e giù delle natiche, tonde e sode.

Chiacchieravano in modo formale, ma i corpi già comunicavano in maniera esplicita; in breve, complice la distrazione delle loro le menti, gli sguardi s’incontrarono, penetrandosi e provocando brividi profondi.

Si erano fermati davanti ad uno di quei portoni smangiati dal tempo, di una casa con i muri scrostati e alcuni mattoni a vista, abitata da anziani, prostitute, pregiudicati e povera gente.

Marco aprì il portone cigolante e tirò Carla per la mano; per quella dolce prepotenza, lei provò un misto di paura e piacere.

C’era un angolo semibuio nel sottoscala, da dove si potevano sentire chiaramente i passaggi degli inquilini, ma lui, incurante, l’alzò e l’appoggiò su un cassone, posizionato proprio là.

Coperta da pochi micron di tessuto, sospesa su due décolleté da dodici – in pochi attimi – si ritrovò il vestitino arrotolato sopra al giro dei fianchi e le spalline abbassate, per far saltare fuori le tette.

Aprì le gambe, che si affusolavano fino ai tacchi, e le appoggiò sulle spalle di lui. Voleva il cazzo.

Lui rispose impugnandolo, con il pollice disteso sulla parte superiore dell’asta dura e lo appoggiò dolcemente sul clitoride, facendolo scivolare in basso, lungo il taglio.

La cappella gonfia, giunse all’imboccatura umida e, mentre risaliva – sempre lungo il taglio – era accompagnata in avanti dal bacino, in modo da insinuarsi lentamente nel ventre di lei: fino in fondo.

Presa così, in quel modo, si sentiva un po’ puttana, ma era eccitata e compiaciuta. Il rischio di essere sorpresi dal via vai degli inquilini, si mischiava all’esibizionismo.

Ora era aggrappata al collo, i visi erano vicinissimi e le lingue si cercavano. Gli aliti, i sapori e gli odori dell’istinto erano percepiti nettamente dai loro sensi.

La dinamica era molto cruda. Lui la scopava ritmicamente, mentre le palle sbattevano infradiciate, sotto la figa e anche le tette sobbalzavano, sferzate da quei colpi sincronizzati.

Intanto, nell’androne rimbombava ritmicamente, l’effetto pube contro pube: “ciack-ciack-ciack…”.

Non potevano continuare in eterno, accidenti. Finalmente lei iniziò a gemere, lo tirò a se con i tacchi, pregandolo di sbatterla contro il muro umido di quell’androne sporco e puzzolente.

Così, mentre s’inarcava per prenderlo tutto, lacerò l’ambiente con un grido stridulo. Poi, ne fece seguire un altro, più lungo e soffocato, durante il quale, lui si liberò di un fiotto denso e caldo, tutto per lei, che lo sentì nettamente risalire dall’asta e lo assaporò dentro di se.

Lasciarono esaurire lo stillicidio del piacere fino all’ultimo e rimasero ancora qualche attimo così, stretti e sudati, lasciando parlare le anime. Quanta dolcezza, ora.

Si ricomposero, uscirono facendo finta di niente e passeggiarono verso le auto; lì, si dissero addio, perché sapevano che quell’incontro, per il mondo, non era mai avvenuto, sospeso – com’era – tra sogno e fantasia.

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