Cuore azzurro

Mondiali di calcio 2014, Italia-Uruguay: ancora una volta la nostra nazionale di calcio si trova ad un bivio: dentro o fuori.

Lo so, molti prendono le distanze dal calcio, perché è un business e i calciatori sono pagati sproporzionatamente, per quello che fanno.

Io non sono d’accordo su questo, perché, come accade in altre discipline (quali la formula uno, il cinema, la televisione e  la musica), il guadagno dei protagonisti è proporzionato al volume di denaro che gli si muove attorno. Quindi, per me, è normale.

Mettetela come volete, ma per eccellere in qualsiasi di queste cose, necessitano talento, passione, impegno e persone che ti apprezzano.

Detto questo, stasera si gioca una partita di calcio: un gioco. In campo vanno le capacità tecniche, fisiche e nervose. Sugli spalti ci sono il cuore e il senso di appartenenza, che non devono rispondere ad una logica matematica, ma semplicemente al coraggio di schierarsi – a prescindere dal fatto che si vinca o che si perda – e a rimanere coerenti dopo.

Se i calciatori dimenticheranno i soldi (cosa, che credo faccia chiunque si dedichi ad un arte o ad uno sport, anche se professionista) e si uniranno allo spirito che arriva dai tifosi, potranno perdere ugualmente, ma usciranno sicuramente tra gli applausi.

Giusto per capirci, sono perfettamente cosciente, che il tizio arrampicato col bandierone tricolore sul “Caval ‘d Bruns” di Piazza San Carlo, in caso di vittoria, è lo stesso pronto a lanciare un mattone verso l’autobus dei giocatori. Quindi è chiaro: quando parlo di tifosi, parlo d’altro.

Nel tifo, vero, invece, c’è qualcosa di ancestrale: come un primordiale istinto di sopravvivenza. C’è la metafora della vita, ereditata fin dai tempi delle caverne, quando la caccia all’orso si poteva trasformare da vita, a morte; oppure come oggi, che non sapendo se conserveremo il nostro lavoro, abbiamo il terrore di non farcela.

Lo so, è assurdo ma è – “incoscientemente” – umano, come tutte le emozioni. Ognuno – lo spero – ha le proprie, magari il teatro o l’opera lirica; io, questa sera, mi guardo una partita di calcio, come fosse un thriller e me la voglio godere.

Se poi, come in un thriller il nostro eroe morirà, non è per questo che uscendo dal cinema riempirò di mazzate la bigliettaia o andrò a lanciare i mattoni al regista! Per me è un gioco.

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