Il treno

29 Luglio 1999, un treno corre. Da un po’ si è fatta l’alba e fuori c’è nebbia; che strana la nebbia d’estate. Nelle cuffie una chitarra stride, fuori dal finestrino la campagna scorre tra una stazione e l’altra. C’è tempo per pensare.

Curioso: ogni volta che sali su un treno, ti crei – non sai perché – delle aspettative. Ogni volta che scendi per prendere una coincidenza, invece, hai paura di perderla e di non ripartire più.

Certo, prima o poi un altro treno passerà, ma non è lo stesso: sopra ci saranno altre persone, altri fatti e altre storie. Quanti passeggeri sono saliti e quanti ne sono scesi da questo treno e ora chissà.

Poi penso a me stesso: nei miei pensieri, ricorre da tempo un treno immaginario. Ad ogni stazione, quando ferma, mi fa sentire il profumo dell’aria: colorata dal cielo terso, bagnata dal muschio o arsa dalla salsedine. E’ un treno senza una meta precisa – ma io lo so dove va – porta alla stazione dei sogni e della felicità.

27 Aprile 2014. Oggi è passato molto tempo e a quel treno non credo più; tuttavia, ogni volta che torno in stazione mi sembra imminente l’annuncio, come se dovesse arrivare da un momento all’altro. Forse perché finché saremo vivi sarà così. Poi penso che anche se arrivasse non lo prenderei più, perché – ad un certo punto del viaggio – la felicità non è più nella stazione che verrà, ma nel valore che diamo a quello che abbiamo ottenuto e costruito durante il percorso fatto.                                                        

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