Il viaggio

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Il viaggio è la condizione in cui sono più vicina a me stessa.

Casa è il territorio che conosco, che non mi permette di pormi domande; è la scusa per percorrere sempre le strade di cui conosco alla perfezione ogni curva e paesaggio. Casa puoi attraversarla ad occhi chiusi, tanto il cervello ti proietta ogni volta la stessa immagine, quella che ti sei scelto e che non vuoi analizzare.

Nella mia vita di viaggi ne ho fatti molti, in tutti sensi: nei meandri della mia mente, in quelli di varie discipline, in ambienti assai diversi tra loro per estrazione sociale o culturale, in paesi assai distanti tra loro, in tenori di vita in contraddizione tra loro, in tuffi nel sesso più sfrenato, alternati a castità scelta e coltivata con cura e altri sensi ancora.

Sento sempre di aver bisogno di vedere cose nuove per guardarmi dentro, sento di dover stare da sola, per lasciarmi andare nel rapporto con gli altri.

Viaggiare con chi ti conosce è limitante perché non ti permette di allontanarti da quello che sei nella quotidianità, dal ruolo che rivesti. Tra tanti occhi che ti guardano ce n’è un paio sempre vicino che ti conosce anagraficamente, esteticamente e caratterialmente.

Il problema non è che tu vorresti recitarti diversa, fingerti qualcun’altra ma, semplicemente, non vuoi che qualcun altro lo faccia per te. La conversazione è migliore tra persone che non sentono la necessità di raccontarsi e vogliono parlare senza descriversi.. identificare, catalogare o riconoscere.

Adoro stare da sola. Mi ascolto dirlo e ogni volta mi fa un po’ paura, perché so che ho anche bisogno di considerazione nella quotidianità. E’ un affermazione delicata, dura: eppure, durante i viaggi da sola, la percezione è chiara.

E’ come se saper prevedere cosa farà chi conosci già, esaurisca l’interesse che si ha per esso. Quello che non voglio adesso è che qualcun altro parli per me, si senta autorizzato a descrivermi agli occhi del mondo o tenga in tasca il mio biglietto da visita.

In questa fase della mia vita – in continua stimolante mutazione – sento che viaggiare è vivere, è spalancare gli occhi sul mondo, è nutrimento e io ho sempre più fame.

Le persone si spostano, ma le loro anime, in realtà, stanno rannicchiate in casa anche se sono andate ai confini del mondo: sono quel tipo di persone che vuole solo arrivare. Per loro le terre che attraversano non esistono, conta solo la meta: svuotata della fatica, dell’esplorazione e della scoperta. Esse non sanno abitare i paesaggi, né dir loro addio, né vedere le esperienze che la strada dispiega loro.

Facendoci uscire dall’abituale, il viaggio, come lo intendo io, ci espone all’insolito, dove è possibile scoprire – ma solo per un giorno o una notte – come il cielo si stende su quella terra, come la notte dispiega nel cielo costellazioni ignote, come la religione aduna le speranze, come la tradizione fa popolo, la solitudine fa deserto, l’iscrizione fa la storia, il fiume fa ansa e la terra fa solco.

Ogni progetto che tenta la comprensione e l’abbraccio totale è follia. Nel viaggio tutto  avviene in quella rapida sequenza con cui si succedono le esperienze del mondo, sfuggendo a qualsiasi tentativo di fissarlo e disporlo in sequenza ordinata perché – al di là di ogni progetto orientato – il “nomade” sa che la totalità è sfuggente, il non-senso contamina il senso, il possibile eccede il reale.

E quando lo sguardo si ritira dal paesaggio e la notte dilata l’anima, nel viaggio puoi scoprire l’inganno dell’innocenza, le mortificazioni dello spirito, la tortuosità del sentimento, l’altra faccia della verità che la malinconia rivela, le tappe non concluse del tuo eterno disordine, in quel gioco di maschere, utile a nascondere quel “senza volto” che chiamiamo io, a cui tutti i viaggiatori – che tendono a una meta – sono terribilmente avvinghiati come a un guscio che nasconde tutte le loro paure.

Anche la nostra vita è un viaggio, anche il percorso virtuale che facciamo on line è un viaggio: non importa la meta, conta ciò che viviamo durante il tragitto.

Tra le vecchie cose archiviate ho ritrovato un racconto scritto da una donna, un amica, persa di vista ormai da tempo e che forse non ricorda nemmeno più di avermelo inviato tramite e-mail. Rileggendolo l’ho sentito adatto alla mia anima, come un abito fatto su misura, tanto da sentire il bisogno d’indossarlo, ma ho deciso di mantenere il genere femminile, perché il racconto non è mio e, in tal modo, si sarebbero perse quelle sfumature, che solo una donna, in quanto tale, può provare e descrivere.

Sì, perché questo racconto ha secondo me anche il pregio di mostrare una parte di quella metà di universo che per noi uomini è spesso difficile da percepire e comprendere. Ciò che ha scritto la mia perduta amica, era evidentemente legato alla sua vita e ad un vissuto che io conoscevo solo in minima parte. Tuttavia ognuno di noi, credo, può cogliere l’analogia con lo stato d’animo di chi ama fare certi viaggi o ne sente il bisogno. E’ proprio in queste sensazioni e riflessioni che ho sentito di riconoscermi, perché esse incarnano la necessità che abbiamo tutti di sentirci liberi dentro.

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