Forse per colpa del rock

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Al concerto di Vasco Rossi ero già stato vent’anni prima, quando ad ascoltarlo erano quelli che chiamavamo truzzi. Poi, con il passare del tempo, mi sono comprato tutti i suoi dischi: forse sono diventato truzzo pure io. Era da tempo che volevo rivederlo, così decisi di comprare i biglietti su internet e, per farlo, rimasi in coda dalle dieci di sera fino alla mezza, prima di riuscire a completare l’acquisto.

In prossimità dello stadio c’era il fervore dei grandi eventi: le bancarelle, il merchandising e gli hamburger. C’era chi vendeva biglietti, chi funghetti, chi fatto o ubriaco vomitava e sveniva qua e la. Il numero di addetti a strappare i biglietti era insufficiente, le file per entrare erano male canalizzate, creavano una calca disordinata tale che la gente era costretta a scavalcare le transenne, mal disposte, e a passare attraverso i pochi e ristretti passaggi. Avevo scelto di andare sul prato, perché volevo che la mia fidanzata provasse la sensazione che i concerti ti danno quando sono vissuti da lì. Così, una volta superato l’ingresso, apparvero: il prato illuminato dai riflettori, gli spalti gremiti tutt’attorno  e la scenografia emozionante del grande palco al centroAd un certo punto, i cori che invocavano Vasco si fecero insistenti; alle 21 e 10, si spensero le luci ed un boato accolse i contorni della sua sagoma – in controluce – salire sul  palco.

Cominciò con i pezzi del nuovo album: l‘acustica e il suono rock erano impeccabili, mentre la voce sporca – alternata agli assoli dei musicisti – scaldava e avvolgeva. Poi, man mano snocciolò i pezzi meno recenti e cominciò a tornare indietro nel tempo. Magari sarà stato anche il “profumo” inebriava l’aria, ma stavamo davvero bene e non pensavamo più a nulla se non a lasciarci ciondolare, battendo il ritmo pezzo dopo pezzo. Mancavano all’appello, però,  i pezzi storici. Senonché, ad un certo punto, quando pareva essere arrivata la fine, Vasco iniziò a parlare e presentare la band, scherzando con i componenti e annunciò un momento acustico. Dopo tutto quel crescendo rock, ci colse di sorpresa. Fece sedere i musicisti a semicerchio, ci portò tutti sulla spiaggia, di fronte ad un immaginario falò e lì, attorno al fuoco, in riva al mare, lui cominciò a cantare con grande intensità emotiva, seguito da tutto lo stadio. Probabilmente il falò ebbe un effetto magico, le gradinate ed il pubblico che le ricopriva, sparirono. Sentii il meccanico rumore delle mandate di una di quelle vecchie pesanti chiavi di ferro, le quali spalancarono  davanti a me una porta, dalla quale iniziava a scendere una scala; scalino dopo scalino scesi lentamente, guidato da quelle note, mentre le canzoni, una dopo l’altra, mi accompagnarono oltre  la profondità che protegge i miei sentimenti più reconditi.

Ecco “Vita spericolata”. In quel momento sentii i brividi lungo la schiena ed un groppo in gola, senza capire cosa mi stia accadendo. Pensai: “Mi passerà, del resto non è la prima volta che una canzone o un film mi emozionano”. Pausa, attimo di silenzio, attaccano le note di “Alba chiara” e, come avessi trovato il vecchio interruttore muovendo a tentoni la mano sul muro, si illuminò la volta di quella cantina segreta. In quel preciso istante, al posto dello stadio mi apparve la proiezione a 360 gradi di una vita. La mia. Non una persona o un momento: tutta la vita. Come uno spartiacque tra un prima e un dopo, un principio lontano e una fine che si avvicina, delle lacrime iniziarono a scendere dai miei occhi, senza che io potessi fare nulla, senza distinguere tra quello che – in fondo a quella scala – avevo ritrovato. Potevo persino sentire gli odori di quella vecchia cantina e le risate e il calore delle persone che mi avevano voluto bene, come venissero da sopra in un giorno di festa, esattamente  come accadeva quando da bimbo scendevo a prendere il vino con nonna. Per la vergogna, calai la visiera del berrettino sugli occhi, temendo di essere visto, poi me li asciugai maledicendo l’inesistente raffreddore.

Il concerto finì. Prima di uscire mi guardai attorno: lo stadio era ancora lì, ma le gradinate erano ormai quasi vuote. Guardai la fidanzata, che tenevo ancora per mano e non si era accorta di niente, ripensando a quegli istanti e a cosa mi fosse accaduto, forse, per colpa del rock (cit. Eugenio Bennato).

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3 pensieri su “Forse per colpa del rock

  1. Spesso la musica suscita delle emozioni che ci prendono alla sprovvista ed è bello lasciarsi trasportare.
    Ma sei sicuro che il profumo che sentivi nell’aria fosse proprio di cantina?!!?

    Mi piace

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